Ippolito Caffi, "Ascensione in mongolfiera nella campagna romana" (1847)

Viaggio in Italia: la nuova mostra sul paesaggio al MART

Apre oggi al pubblico la nuova mostra del Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto. Il protagonista del percorso espositivo, questa volta, è il paesaggio. Grandi nomi, ma soprattutto grandi capolavori, danno vita alle sale del Mart, immergendo il visitatore fin dai primi istanti in un percorso tutto italiano che lo accompagna, in sei sezioni, da Meridione a Settentrione. Viaggio in Italia. I paesaggi dell’Ottocento dai Macchiaioli ai Simbolisti: questo il titolo scelto dalla curatrice Alessandra Tiddia per la mostra, visitabile dal 21 aprile al 26 agosto 2018. Leggi tutto

32 Tres Roemer

La voce dell’innocenza

Era la voce dell’innocenza, l’elegia della verità, l’apologia del più alto sentire.

Ma l’hanno zittita con gesti insofferenti e di rabbia. L’hanno percossa e abbandonata sul ciglio, rotolata sui massi, ingiuriata la memoria, mistificati la tradizione e il ricordo. Leggi tutto

Inas Al-soqi, Java (detail), 2018, hand cut collage glued on paper

The power of images in Inas Al-soqi’s collages

From Kuwait to Romania to USA, since childhood the artist Inas Al-soqi keeps in mind not only difficult situations she lived, the social changes she undertook or the cultural contrasts she experienced, but also creative stimuli and several accolades. Leggi tutto

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Unnumbered sparks: l’arte interattiva nel cielo di Vancouver

A metà tra una scultura e una tela, la nuvola di notte diventa un’opera in cui lo spettatore e l’ambiente circostante, grazie alla tecnologia, agiscono insieme, per creare suggestive emozioni visive.

Creata da Janet Echelman assieme ad Aaron Koblin, direttore creativo del Data Arts Team nel Creative Lab di Google, è stata premiata nella 30° conferenza TED nel 2014 ed installata dal 15 al 24 marzo del 2014 nella città di Vancouver, Canada. La struttura è formata da fili di materiale fibroso, molto leggero ma quindici volte più resistente dell’acciaio, intrecciati per creare un’enorme rete, sospesa tra due palazzi, la quale nell’insieme risulta essere una massa informe e dinamica, sensibile alla forza del vento.

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Di notte, la nuvola si anima di luci e colori coreografati dagli spettatori, che tramite piccoli tocchi sullo schermo del loro smart-phone, sono in grado di dare impulsi che vengono simultaneamente trasmessi alla nuvola sotto forma di disegni, pennellate, luci e colori. È cosi che si anima una massa di fili sospesi in aria, in cui il regista è lo spettatore stesso. Lo stupore e la suggestione diventano ancora più grandi, dato che la struttura è posta nel mezzo del traffico cittadino, dove non ci si aspetta di alzare lo sguardo e vedere una nuvola fatta di luci e colori che fluttua nel cielo. Anche se solo per un istante, ci si stacca dalla frenetica routine giornaliera e si partecipa all’arte.

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La tecnologia dietro la nuvola

La struttura è stata creata da Janet Echelman, in collaborazione con l’ingegnere Peter Happel, attraverso sofisticati programmi di modellazione 3D, tuttavia il risultato emerge nella sua semplicità, in quanto rispecchia con coerenza la semplicità del concept, nato dall’osservazione delle reti da pesca. “Le abbiamo issate su pali per fotografarle”, afferma J. Echelman durante il suo discorso al talk show TED del 2014, riferendosi alle reti da pesca, “ho scoperto le loro superfici morbide, che rivelano ogni increspatura del vento, che cambiano costantemente l’aspetto delle superfici”.

Collegandosi alla rete wi-fi di Unnumbered sparks, lo spettatore, tramite la pagina di Google Chrome, può iniziare a creare forme di diversi colori, che vengono proiettate in tempo reale sulla “tela aerea”. La potenzialità offerta dagli strumenti tecnologici è quella di creare un’opera d’arte interattiva in cui lo spettatore, mosso dalla curiosità e dallo stupore, diventa inconsapevolmente l‘autore stesso. Unnumbered sparks è in grado di unire la tecnologia, le persone e l’ambiente, dando vita ad una incredibile manifestazione d’ arte.

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Il suo nome, “Unnumbered sparks”, è una citazione dell’opera Julio Cesar di Shakespeare: “Skies painted with unnumbered sparks” (“Cielo dipinto con innumerevoli stelle”) e sta ad indicare che “ognuno di noi è una di quelle stelle – quelle scintille – e di essere in grado di dipingere i cieli“, dice Echelman.

La nuvola trasmette un senso di protezione per la sua grande massa che aleggia sulle teste dei passanti, affascina per le sue forme e colori che si muovono con grazia e sinuosità, catturando l’occhio umano che si perde nel suo flusso continuo. La tecnologia diventa il mezzo attraverso cui realizzare opere d’ arte e le persone possono sentirsi unite a ciò che li circonda, ai vicini, agli estranei.

61 Vero Firidolfi

Intorno all’albero alto si balla

Alla luce densa espongo le mie ossa e i muscoli che le ricoprono per poterli vedere e riconoscere come parte del mio corpo. Alla luce che diffonde le promesse del giorno alzo le mani e guardo. Mani di uomo, fatte per il lavoro, costruite secondo una struttura prensile e opponibile per compiere azioni complesse. Guardo il petto dentro il quale si espande il respiro. Lo vedo da sopra e soltanto in parte. È il luogo che preme più forte, che spara di gran cassa, esalta, uccide e rilancia più in alto. Si contrae come un mantice. È la membrana a pieghe di uno strumento attraversato dall’aria. Latra e respira. Riannoda e compone insieme note atmosferiche, nenie velate che si sfaldano a grani. È voce dal ventre e di petto, vibrante di interferenze grasse.

Guardo le gambe che mi conducono dove credo giusto andare: muscoli tesi e polpacci ben fatti.

Mi alzo, mi distendo, agito braccia e dimeno arti. Non comprendo chi sono. Quello che vedo è un bipede eretto su quelle gambe.

Ascolto rumori e ne produco. Quando cammino, respiro, penso. Quando urto un oggetto, quando apro, sollevo e appoggio, quando parlo e dico quello che penso.

Ho calpestato la terra, calpesto la terra e talvolta le persone che la calpestano con me. Compongo gli stessi teoremi e mi ci sperdo, infognato nello scialo del pensiero lucido, nello smarrimento del disegno e del progetto. La guazza è il campo da gioco, il teatro, la promenade.

Mi alleo con il cuore e con la pancia, con la testa e col furore. Ira di nervi, languori di stomaco, esternazioni del corpo, bramosie ludiche, atti di forza assommo e accompagno. Ogni giorno. Assommo e accompagno. Seleziono, rifiuto, comprimo l’azione al risparmio, per inazione e codardia, per non vivere più sul discrimine pericoloso, e scelgo la pianura del tedio. Al muro di intonaco giallo mi accosto e ne imito le campiture, mimetico e non visto. Imparo dalla lucertola e riscaldo il sangue.

Chi si è fatto scorgere e ha alzato la testa, chi si è fatto vedere è morto. Chi ha proiettato l’ombra sbieca, ma netta, ha perso. Anche il mio vicino si assesta sul giallo, di giallo si dipinge le mani, il corpo e sonnecchia al sole. Apprende dal camaleonte e prospera.

Un amico non mi parla da mesi e io lo ricambio. Il silenzio ci copre entrambi di un panno fitto, ci nutre di un pane denso che divoriamo a morsi per riempire le mascelle, e non dire.

Leggo e mi riconosco. Riconosco in me l’eterno pensiero di chi ha spaccato la pietra per trarne un automa inanimato, simile al suo fautore. Un gigante con mani e braccia potenti ha percosso il maglio sul ferro e dalla pietra ha tratto, dall’intonso ha estratto.

Per quanto tempo? Per quanto tempo ancora lascerò che le parole vaghino e il canto si espanda fino all’orizzonte ultimativo della sera senza che alcuno l’abbia ascoltato, senza che alcuno abbia pianto o riso con me?

Conosco le domande ma non posseggo le istruzioni di montaggio, la morale della storia, il premio per il gioco, l’onore del podio. A domanda non rispondo e vorrei essere ottuso.

Traccerò un solco con aratro spinto da buoi. A fatica forzerò le zolle, profanerò la terra, calerò una mano e deporrò un seme. Quante mani purificate al lavacro hanno deposto un seme e quante altre hanno pestato il seme, disperso quel seme, tracciato un altro solco, eretto mura sbieche e hanno prosperato?

Sarai contadino o devastatore? Sarò contadino o devastatore? Apprenderò a fatica le leggi di natura. Le interpreterò applicandole soltanto in parte. La mia natura è prendere parte e distaccarsene? Presente ozioso, estraneo presente, alacre lontano. Vedo la mia immagine riflessa alla finestra di fronte, della facciata di fronte e come l’amico di Gatsby ne contemplo il contorno alieno, l’assenza da qui, l’astanza frontale e vetrosa.

Di certo gli anni mi daranno risposta, se avrò tempo, mi daranno risposta. Quando concederemo tempo all’attesa avremo risposta.

Ai rami più bassi degli alberi intorno, al centro del nostro villaggio, qualcuno ha appeso foglie di carta scritte con larghe parole. Inchiostro nero e rosso è stato deposto. Sulla carta giace allungato, in stringhe di versi, il vero.

Il vero è stato tracciato.

Gli uomini, a turno, si avvicinano ai rami, staccano le foglie ed enumerano interpretazioni possibili. Traggono insieme il responso, mentre le foglie disposte e scomposte dal vento, riprendono a narrare alterne vicende. Non avranno resta il migrare dei giorni, lo sciame degli anni, la coda di latte stellato che corre dietro agli eroi segnalatori del destino nel cielo.

Se crederai avrai fortuna. Se crederò non cadrò e alla caduta farò seguire il colpo di schiena, l’ardire dei sensi, l’invito alla lotta, l’ascesa.

Sul villaggio una coperta d’inchiostro notturno drappeggia le case, s’accendono stelle come fuochi a consumare la sera. L’albero al centro è stato addobbato con luci e lampade a grappoli. L’albero alto è stato addobbato di luci e lampade a grappoli.

Stasera c’è festa. Stasera si balla! Intorno all’albero alto si balla!

Mani sorelle in tondo, in tondo. Occhi ridenti e guance incendiate. Fratelli accanto a fratelli s’accostano al vino. Scorre nel sangue il vigore della vite. Nella carne scorre il sangue dell’uva.

Stasera si balla!

32 Lucia Schettino, Expellere

Segnali di fumo dalla poesia del XXI secolo

La poesia è morta. O se è viva si nasconde bene. Cancella le sue tracce con cura. È l’impressione che si ha entrando fra le quattro pareti di un’aula universitaria, in cui almeno un centinaio di studenti rimangono muti davanti a chi chiede loro il nome di cinque poeti viventi. Gli studenti sono iscritti a lettere, inutile specificarlo. Il professore è (non di solito, ma in questo caso sì) clemente. Ripete la domanda puntando a ribasso. “Ditemi il nome di tre poeti che non stiano diventando humus per i gerani di mia nonna”. Il silenzio si fa imbarazzante. Quando poi, un po’ estenuato, procede nella sua asta a ribasso, chiedendone “uno solo!”, gli studenti sembrano fingere di non capire bene la domanda.

Ma il professore è uno cool, uno di quelli che si siede sulla cattedra come a Yale. Non la mette giù tanto tragica e conclude: “la poesia sta morendo”. La prima impressione, dicevo, è che abbia ragione. Se nemmeno un centinaio degli intellettuali di domani (espressione che suona un po’ alla Mulino Bianco, ma, in fondo, chi se non loro?) sanno citare un poeta vivente, allora poeti viventi non ce ne sono. O, se ci sono, non li legge nessuno, che poi, nel berkeleyano mondo editoriale, non essere letti significa non esistere.

Eppure la prima impressione inganna. A volte anche la seconda e la terza non sono affidabili. Ma per far cadere lo scetticismo basta qualche nome, qualche suggerimento. A scuola si arriva raramente a parlare di Zanzotto, Sereni, Caproni (se non ci siete arrivati, per oggi vi basterà sapere, che sono tutti morti). E se nessuno fa altri nomi, fra i banchi del liceo si finisce per credere che la neoavanguardia sia una bella esplosione, il suicidio in grande stile della poesia contemporanea. Ok, ragazzi, d’accordo. Tutto bello, i Novissimi, il Gruppo ’63 e non so che altro, ma sono passati cinquant’anni!

Sono passati cinquant’anni e ancora i nomi dei grandi poeti contemporanei stentano a entrare nelle università. Nei licei, poi, nemmeno l’ombra! Nomi come Antonella Anedda, Patrizia Cavalli, Milo De Angelis, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla. Si potrebbe continuare, ma mi fermo a cinque. Abbastanza per accontentare quel professore e, forse, trattenerlo dal concludere azzardatamente che la poesia sta morendo.

Vi propongo tre testi. Solo tre perché questo articolo è già troppo lungo e voi, come me, avete certo un oceano di cose da fare. Tre testi che verranno interrotti dal cellulare che vibra nella tasca, dalle notifiche di Facebook, dai pensieri e il mal di stomaco per il prossimo esame su Guittone d’Arezzo (per carità, viva Guittone!). Alla fine, magari, penserete anche voi che la poesia sta morendo.

Io invece continuerò a credere che saremo noi a morire, se non riusciremo a trovare la cura per leggere una, due, tre poesie.

Sabbia

Tu non lo sai, ma io spesso mi sveglio di notte,
rimango a lungo sdraiato nel buio
e ti ascolto dormire lì accanto, come un cane
sulla riva di un’acqua lenta da cui salgono
ombra e riflessi, farfalle silenziose.
Stanotte parlavi nel sonno,
con dei lamenti quasi, dicendo di un muro
troppo alto per scendere sotto, verso il mare
che tu sola vedevi, lontano splendente.
Per gioco ti ho mormorato di stare tranquilla,
non era poi così alto, potevamo anche farcela.
Tu hai chiesto
se in basso ci fosse sabbia ad aspettarci,
o roccia nera.
Sabbia, ho risposto, sabbia. E nel tuo sogno
forse ci siamo tuffati.


Fabio Pusterla da Corpo Stellare (Marcos y Marcos, 2010).

 

[Cuci una federa per ogni ricordo, mettili a dormire,]

Cuci una federa per ogni ricordo, mettili a dormire,
dai loro il sonno di un lenzuolo di lino.
L’edera rende la notte verde.
Una mela cade sull’erba ma tu imbastisci e cuci.
Servono aghi e forbici. Serve precisione.

Antonella Anedda da Salva con nome (Mondadori, 2012).

La curva

Nella curva, la stessa, in montagna, scendendo
dalla macchina, mia figlia, piccolina,
vomitava, per strada, tutti gli anni, inevitabilmente.
Ormai la conoscevo:
come al nostro santuario, ci fermavamo
per consolarne i pianti, pulirla e passeggiare
lungo il tornante dell’alba.
Altre vacanze, noi vecchi, lei cresciuta,
ma quella sosta mi rimane in mente,
cruna della nostra famiglia nella fuga
in Egitto. Ogni famiglia è in fuga,
solo l’Egitto cambia.

Valerio Magrelli da Il sangue amaro (Einaudi, 2014).

35 Rebeka Elizegi, Recording

La sottile linea tra cinema LGBT e New Queer Cinema

Il panorama cinematografico di questo ventunesimo secolo è stato pregno di film o serie tv con protagonisti dichiaratamente omosessuali o bisessuali. Potremmo quindi dire che lo spettatore moderno è abituato a confrontarsi con “nuovi” modelli relazionali, modelli spesso identificati con la sigla LGBT. Questa sigla (Lesbiche – Gay – Bisessuali – Transgender) è stata più volte indicata anche nel mondo cinematografico per dare una specifica caratterizzazione a determinate pellicole.
Il cinema diventa l’arma migliore per “colpire” lo spettatore. Fin dalla sua comparsa nel 1895, la settima arte si rivela lo specchio della società: in particolare di una società in tumulto, pronta ad abbandonare i soffocanti schemi ottocenteschi per aprirsi alla modernità, al consumismo, ad un nuovo tipo di benessere. Di conseguenza, abbiamo esempi di cinema LGBT già in quel periodo che gli studiosi definiscono cinema primitivo (1895-1915)
Le relazioni omosessuali sono celate, si gioca molto con la tecnica del subtext almeno fino agli anni ’30 del ‘900. Si dovrà attendere proprio il 1931 per avere la prima pellicola dichiaratamente LGBT, ovvero: Madchen in uniform diretto da Leontine Sagan. Lo spettatore assiste, per la prima volta, alla nascita e all’evoluzione di un vero sentimento, non sbocciato da una componente prevalentemente erotica. Questo film spalanca le porte ad una serie di pellicole di successo, dirette da registi altrettanto noti, che permetteranno al cinema LGBT di assumere sempre più un ruolo fondamentale nella storia della settima arte. Prevalentemente, la struttura narrativa segue da vicino la vicenda del singolo, sviluppandosi e concludendosi con la crescita del protagonista o dei personaggi secondari.

LA SITUAZIONE NEGLI USA E LE INFLUENZE EUROPEE

Per poter parlare di New Queer Cinema bisogna fare un salto temporale di almeno 40 anni. Dopo il 1968, il cinema classico hollywoodiano passa il testimone a quella che conosciamo come Nuova Hollywood. Il bosco d’agrifogli perde definitivamente la sua patina dorata per mostrare l’impatto del singolo sulla società (o viceversa).
Il cinema indipendente diventa il maggior esponente di questa nuova corrente, tanto da portare alla fondazione del Sundance Film Festival nel 1978, un festival interamente dedicato a questo tipo di produzioni. Il termine queer, inteso come dispregiativo (in inglese significa “eccentrico”)  sarà presto acquisito proprio dalla comunità LGBT. Uno dei primi film definibili “queer” è Mala noche di Gus Van Sant, approdato nelle sale americane nel 1985. I due protagonisti della pellicola, oltre ad essere immigrati messicani, sono anche una coppia: una coppia pronta ad avere esperienze sessuali con altri (come si vedrà nel corso del film). Di conseguenza, Van Sant tocca il tema dell’emarginato per eccellenza; mostra l’immigrato, l’omosessuale, il criminale, il non monogamo. Tocca, in definitiva, l’essere umano che vive ed influenza la società che lo circonda. Questo film dà inizio ad una nuova stagione cinematografica che, nel 1992, prenderà definitivamente il nome di New Queer Cinema grazie alla giornalista B. Rudy Rich che utilizza questa definizione in un suo articolo pubblicato su Village Voice. New Queer Cinema che, a differenza del ben noto cinema LGBT, affronta temi sociali (come la diffusione del virus HIV), mostra i vari stili di vita della comunità omosessuale e, essendo un tassello indispensabile nelle corrente del cinema d’autore indipendente, sperimenta nuove tecniche cinematografiche, rivisita i generi tradizionali mettendo su grande schermo, senza alcun tipo di tabù, personaggi dichiaratamente gay e decisamente non stereotipati. Finalmente la narrazione filmica abbandona la sfera personale del protagonista per espandersi, per mostrare l’impatto del singolo sulla società! Il cinema Queer, a differenza di quello LGBT, rompe il tabù definitivo: l’omosessuale non è un emarginato, ma ha potere, volontà e una rilevanza sociale capace di modificare la vita di molte persone.

Cosa accadeva, invece, nel vecchio continente? Il confronto tra “Cinema made in USA” e “Cinema europeo” è sempre stato oggetto di discussione fin dai tempi del muto. Tuttavia parliamo di due approcci all’idea di cinematografia paralleli, certo, ma non paragonabili, fondamentalmente perchè la cultura americana e la cultura europea si fondano su basi e valori abbastanza discordanti. Il cinema americano ha sempre identificato se stesso come industria, come business. In Europa si è sempre cercato di preservare quell’aura artistica che considera fortemente il cinema come la settima arte. Il tema dell’erotismo (soprattutto l’omoerotismo) è una delle immagini maggiormente riproposte nell’arte fin dall’antica Grecia, quindi il cinema europeo non ha avuto timore nel riproporre determinate tematiche. L’erotismo in sé, negli USA, è da censurare, da celare il più possibile, tanto da portare il politico Will H. Hays alla modifica del Production Code hollywoodiano, stipulando il noto Codice Hays: un codice per proteggere la moralità delle pellicole. Non era consentito: mostrare corpi nudi; l’adulterio; i baci non dovevano superare la durata di 5 secondi e, ovviamente, la rappresentazione dell’omosessualità era severamente vietata.

Tornando in Europa, la situazione è decisamente più “libertina”: il sesso è sinonimo di gioco, seduzione, intrattenimento. Le dive europee possono sedurre, essere femme fatale. Gli uomini possono essere galanti e sessualmente espliciti. Questo gioco della seduzione non avviene solo tra uomo e donna, ma anche tra uomo e uomo e, soprattutto, tra donna e donna. Se nel 1934 Hollywood si nascondeva dietro la moralità, l’Europa usciva da un periodo di grande fermento culturale, nato specialmente in nazioni come Francia e Germania.
Seguendo queste premesse, non dovremmo sorprenderci nel notare come, nel cinema europeo, non esista una vera distizione tra Cinema LGBT e Cinema Queer. Il singolo personaggio è sempre protagonista: tuttavia è un protagonista che vive e reagisce ad una società. Basterà citare due grandi registi per esplicare il concetto: Rainer Werner Fassbinder e Pedro Almodovar.

Il cinema di Fassbinder nasce dalla profonda conoscenza teatrale del regista – di fatti molte pellicole sono dei Kammerspiel – e dalla sua capacità critica nel mostrare la società tedesca post-sessantottina. I suoi protagonisti sono gli emarginati, coloro che osservano la società da un vetro opaco, coloro che credono di non poterla cambiare e che, di conseguenza, ne sono vittime. Il dramma del singolo come riflesso di un’intera comunità, di un’intera epoca. Film come Il diritto del più forte o La paura mangia l’anima, travolgono lo spettatore per il realismo che li caratterizza. La storia d’amore tra Fox e Eugen non è differente da quella di Emmi e Alì: entrambe le coppie subiscono la discriminazione dei benpensanti. Fox e Eugen in quanto coppia omosessuale, Emmi e Alì in quanto coppia mista e di età differente. Fassbinder, da uomo omosessuale e con problemi di droga, è fratello dei propri personaggi, forse per questo le sue pellicole risultano autobiografiche, sia dal punto vista umano che dal punto di vista sociale. Fassbinder non distingue uomo e società, l’uno dipende ed influenza l’altro.
Lo stesso discorso vale per Pedro Almodovar, artista meno tormentato di Fassbinder ma che, come il regista tedesco, non riesce a distinguere arte e vita. Formatosi anche lui in teatro, arriva al successo internazionale con il film Donne sull’orlo di una crisi di nervi del 1988. Almodovar è un grande esploratore del mondo e dell’inconscio femminile, come vien fuori dalla commedia appena citata, ma, soprattutto è un grande rappresentate della comunità LGBT. I personaggi omosessuali delle sue pellicole non affrontano mai il dramma del coming out come trauma: essi si limitano ad esistere, ad esistere in quanto uomini, lavoratori, amanti o figli. Vivono in una società che accettano, alcune volte come vittime altre come vincitori. Non c’è distinzione tra emarginato omosessuale e uomo eterosessuale integrato alla perfezione: tutti loro esistono, e nessuna società può combattere ciò.

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Il frutto proibito

Dal 2 al 4 febbraio anche noi saremo ospiti al Fruit di Bologna per presentare il nuovo numero di Rapsodia: #queer! 
Un numero interamente dedicato alla decostruzione delle apparenze sociali, che rifiuta le categorie identificanti e propone una varietà di ridefinizioni dell’identità attraverso esperienze artistiche sempre al limite dell’ambiguità, tra norme e deviazioni. 

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Alice Del Castello, LoveFriendsJob

Come fare di Spotify una macchina da soldi

Se tutto dovesse andare come previsto, alla fine di marzo Spotify comincerà a vendere azioni sul New York Stock Exchange. A differenza di quanto accaduto con Facebook, non si tratterà di un’offerta pubblica iniziale. Ciò vuol dire che, da un giorno all’altro, Spotify dichiarerà ufficialmente possibile acquistare quote, senza che ci sia un aumento di capitale. Al momento, Spotify sta crescendo insieme alle proprie perdite, stimabili intorno ai 600 milioni di dollari. Leggi tutto

63 Sophie Vanhomwegen, Cactushead

Quell’oscuro oggetto del Nonfiction

Il ricco scapolo Juan Pablo Galavis, ex-calciatore venezuelano di trentasei anni, deve trovar moglie. Un manipolo addestrato di ventisette ragazze dai capelli splendenti, segregate in una bella villa con piscina, combattono l’una contro l’altra per conquistare il cuore di Juan pie’ veloce, Achille romantico in giacca e cravatta. Riuscirà Juan a scovare, tra quelle assatanate di matrimoni, la moglie devota che il destino crudele continua a negargli? Leggi tutto

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