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Portare il cinema in una realtà piccola – Intervista al regista uaglione del corto “Andate in Pace”

Non molto tempo fa ho avuto modo di assistere alla proiezione di un cortometraggio di circa diciotto minuti intitolato Andate in Pace, arrivando a scoprire che si trattava di un film girato a scopo didattico da un giovane studente dell’accademia RUFA (Rome University of Fine Arts), dove insegnano diversi registi e sceneggiatori come Susanna Nicchiarelli, Giacomo Ciarrapico, Claudio Giovannesi e molti altri. Il nome di questo studente è Carmine Lautieri, nato in un paese chiamato Tora e Piccilli, in provincia di Caserta, e residente a Roma per motivi di studio e di lavoro. Nonostante le sue acerbità “studentesche”, il film del regista, sceneggiatore e montatore esordiente è comunque una commedia godibile e ben recitata, che omaggia con affetto e nostalgia il nostro cinema del passato. Mentre Carmine prosegue la sua formazione alla RUFA, Andate in Pace sta già facendo il giro di diversi festival cinematografici, riuscendo ad arrivare, in qualcuno di questi, persino come finalista. Ho avuto modo di incontrare personalmente Carmine in un bar nei pressi di Piazza Verbano a Roma, non molto lontano dalla sede del corso di cinema della RUFA. Si nota subito che non è mai stato intervistato prima d’ora, ma è comunque ben disposto a raccontarmi la storia legata al suo film e alla produzione, che potrà essere forse utile per altri registi in erba.

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La Cattedrale

La città abbandonata mostra i denti rotti dei vetri fatti a pezzi, il sorriso slabbrato delle porte divelte, i capelli arruffati dei muschi, delle piante infestanti sui tetti e sulle terrazze.

È attraversata dal vento, che lì in pianura strilla forte d’inverno, dove non trova ostacoli, e d’estate là dove non trova paratie. E passa oltre, attraverso le finestre da parte a parte, da un lato all’altro degli edifici per tornare fuori, all’aperto. Leggi tutto

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SENTITELA // La playlist di settembre!

Settembre è un nuovo inizio per molti. Valgono più i propositi di gennaio o quelli di settembre? Ma potremmo anche chiederci, è più facile ricominciare a settembre o a gennaio? E alla fine di tutto: ma ci basterà sentire con tutto il corpo la nuova musica di settembre per ripartire?

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Di come non deludere le aspettative: Norman Fucking Rockwell! e la definitiva realizzazione di Lana Del Rey

Recensire un album è di per sé, ontologicamente direbbe Platone, una cosa abbastanza difficile. Recensire un album di cui tutti stanno parlando è una cosa abbastanza difficile. Recensire un album due giorni dopo che è uscito, di cui varie track erano già state svelate in precedenza e hanno reso giocoforza l’ascolto meno fluido è una cosa abbastanza difficile. Ultimo, ma non per importanza, recensire un album che ha un punteggio di 88 su Metacritic è una cosa abbastanza difficile. Tutto insieme, recensire Norman Fucking Rockwell! è una cosa molto difficile. Questa premessa inutile e forse irritante non per dire che sto vestendo i panni dell’eroe moderno che sormonta inenarrabili asperità, quanto perché mi pareva un buon modo per iniziare a parlare di un disco che, a tutti gli effetti, inizia in medias res. Anzi, inizia al contrario. Perché la title track Norman fucking Rockwell (con lettera minuscola, e senza punto esclamativo) non ha un intro maestoso come la maggior parte delle title track (penso agli archi di Born to Die, ad esempio), ma ha invece un outro che, senza sembrare sacrilegi, si può ammettere che fa gara quasi alla pari con quello del Suonatore Jones di De André. Per dire.

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La mia vita con John F. Donovan, il film “americano” di Dolan

Ormai ne hanno già dette di tutti i colori riguardo all’esordio a stelle e strisce dell’enfant prodige canadese Xavier Dolan. In effetti, LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN, prima di raggiungere le nostre sale grazie alla Lucky Red di Andrea Occhipinti, è già stato presentato in anteprima al Toronto International Film Festival (dopo la mancata proiezione sia a Cannes che a Venezia), e l’accoglienza ricevuta dalla critica e dal pubblico è stata decisamente fredda, e in alcuni casi addirittura feroce. Leggi tutto

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Il disagio, spiegato bene: piccola ode al ritorno di Celeste Gaia

“Io mi sento a disagio, non so stare in piedi fuori dal locale, prima o poi mi rompo e non so che fare, dovrei socializzare”. Così comincia “Io mi sento a disagio”, il ritorno di Celeste Gaia, dopo lunghi silenzi. Leggi tutto

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I black midi sono la prova che il rock non è morto

I black midi vengono dalla stessa accademia di Adele, Liona Lewis, Jessie J. Ok, nella BRIT si è formato anche King Krule, ma la contrapposizione tra la sequenza di popstar inglesi e i black midi e la band per hipster più strana dell’anno era più utile ai nostri scopi. I black midi sono una band che nasce nei contrasti. Ammetto di non aver mai sentito nulla riguardo un black MIDI, prima di leggere il loro nome. Leggi tutto

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Blood, l’appassionante esordio di Kelsey Lu

“Blood” è il debutto di Kelsey Lu, che dopo collaborazioni importanti con Blood Orange e Lady Gaga, esibisce un chamber pop oscuro e intrigante. La produzione vede la partecipazione, tra gli altri, di Jamie XX e Skrillex, oltre che della stessa Kelsey Lu, musicista eclettica e specializzata in violoncello, i cui suoni sono protagonisti già in “Rebel”, prima traccia del disco. Qui i passaggi di pizzicato e l’accompagnamento d’archi trascinano i riferimenti, fortemente autobiografici, di una donna che trova nella scuola d’arte un posto di emancipazione, in cui scoprire una nuova se stessa. Leggi tutto

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In medio stat mors: come (non) fare una cover in tre semplici passaggi

Sarà per i talent show, sarà per la progressiva e inevitabile decadenza della creatività musicale (il gestore di una sala prove dove suonavo da ragazzino diceva sempre che erano anni che non ascoltava brani nuovi, perché la musica aveva già dato tutto quello che poteva dare, e non c’era fisicamente modo di scrivere una canzone al livello di quelle del passato con a disposizione le sette note), ma viviamo in un universo bombardato da cover. Non solo, viviamo anche nella costante indifferenza nei confronti delle cover. Pochi ne parlano, quasi nessuno. Se sono brani celebri, a nessuno importa della versione cantata da uno sconosciuto che prova a sfondare e a ritagliarsi un posto tra i milioni di artisti di Spotify; se sono brani meno noti, tanti nemmeno si accorgono che si tratta di una cover. Leggi tutto

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