10 dischi

10 dischi del 2017 che potrebbero esservi sfuggiti

 

La seguente lista è totalmente parziale e personale e presenta dieci dischi italiani e stranieri usciti nel corso dell’anno che, per un motivo o per un altro, non hanno trovato il riscontro che avrebbero meritato.

Può tornare utile sia come messaggio in bottiglia, che testimoni che, in fondo, molti come me hanno consumato questi album, che come invito a recuperarli o a dare loro una seconda chance.

L’ordine è rigorosamente alfabetico.

Every valley – Public Service Broadcasting; art rock; 2017; Pias

Dopo il precedente The Race for Space, altro concept su un tema (la guerra fredda e la corsa allo spazio) forse in grado di affascinare un pubblico più ampio, i Public Service Broadcasting tornano con le loro “soundtrack” storiografiche, raccontando stavolta una storia prettamente british.

La band londinese, infatti, sovrappone alle proprie composizioni uno sfaccettato studio sulle conseguenze della battaglia sindacale per la chiusura delle miniere di carbone in Gran Bretagna, lasciando ampio spazio alle voci dell’epoca, con frammenti di notiziari e comunicazioni d’annata.

La profondità di analisi lascia stupiti fin dal primo ascolto: si svaria dalla speranza di un frammento di TV anni ’70 posto su un arpeggio etereo in People will always need coal, alla fiducia della melodica Progress, dal ruolo e le ambizioni delle donne in queste comunità britanniche (They gave me a lamp), fino a giungere alla disperazione di Mother of the Village. L’ultima traccia è un vero e proprio canto dei lavoratori delle miniere eseguito da un coro, Take me home, la cui potenza emotiva risulta amplificata dal tortuoso racconto.

I Public Service Broadcasting, sia pure con apertura maggiore verso artisti esterni e per le melodie vocali, risultano versatili e dinamici, mantenendosi riconoscibili e personali, in un disco che coniuga storia recente e musica in maniera unica e coinvolgente.

Fresh Air – HOMESHAKE ; indie, r&b; 2017; Royal Mountain, Synderlin

Peter Sagar, ex chitarrista di Mac Demarco, è ormai HOMESHAKE a tempo pieno, avendo abbandonato la band dello slacker canadese. Considerando che questo “Fresh Air” è uscito due mesi prima del singolo di Mac On the level, si può dire tranquillamente che l’influenza tra i due sia stata pesante e reciproca (i pesantissimi synth che lo caratterizzano sono un richiamo piuttosto chiaro).

Costruendo i brani su uno stralunato r&b elettronico, Sagar disegna uno stile unico nel panorama indie-rock attuale. I picchi dell’album sono veramente godibili, vedasi Every Single Thing, Call me up con dei synthoni contagiosi, tutti da ballare, o Serious col suo andamento da shuffle robotico. La produzione assolutamente minimale di alcune tracce come Timing e la title-track può far scivolare un po’ troppo in basso la soglia dell’attenzione.

Nonostante ciò, i 43 minuti e le 14 tracce dell’album sono senza dubbio di buon livello, specialmente nell’eccellente prima parte.

Love what survives – Mount Kimbie; elettronica; 2017; Warp

Il duo britannico sceglie, per questo Love what survives, di diventare praticamente una band “organica” che suona musica di (pesante) ispirazione elettronica. I synth vanno in feedback come lo farebbero le chitarre, i bassi suonano spesso da bassi elettrici, più di una volta fanno capolino intriganti riff di chitarra.

L’album è perfettamente distinguibile dai due precedenti proprio per questa ragione, e gioca molto spesso sui toni del post-punk e del krautrock (vedasi la devastante Blue train lines, con King Krule). Tutti gli ospiti impreziosiscono tracce ben scritte, come nel trascinante carillon di Marilyn, con Micachu, ma anche nelle due tracce registrate con l’amico James Blake. Non che, quando si ritrovano “da soli”, ci sia un momento di tregua: i momenti strumentali come Audition, oppure You look certain (I’m not so sure) cantata dalla loro vocalist live, Andrea Balency, sono di ottimo livello.

Un lavoro di una precisione maniacale, trascinante, ipnotico, coinvolgente.

MILANO – Daniele Luppi feat. Parquet Courts & Karen O; art rock; 2017; 30th Century Records/Columbia Records

Dopo aver collaborato a lungo con Danger Mouse (anche nel precedente progetto discografico a suo nome, Rome), Daniele Luppi sceglie stavolta i Parquet Courts e la vocalist degli Yeah Yeah Yeahs, Karen O. Un dream team col compito di portare la Milano da bere, vera protagonista di questo disco, in musica.

I Parquet Courts suonano come… i Parquet Courts di “Human Performance”, anche se controllati durante le escursioni in territorio noise, e si lasciano abbellire da orpelli di fiati, tocco di Luppi (vedasi l’ultima traccia, la strumentale “Cafè Flesh”). Stavolta nell’italiano manca quella voglia di aspirare a certi arrangiamenti “cinematografici” propri di Rome: in MILANO c’è una band essenziale, punk, a supporto di nove sfaccettature diverse degli yuppie milanesi.

I narratori si scambiano di continuo, raccontandoci della contrapposizione tra Alda Merini e la sua città (Soul and Cigarette), di Talisa Soto e Gianni Versace (in Talisa, appunto), e più in generale della sregolatezza della Milano anni ’80 (la folle Flush e l’unico spumeggiante duetto tra Savage e la O, The Golden Ones).

Tutto sommato, un album che rende semplicissimo immergersi nella Milano “newyorkese” immaginata da Luppi.

NAFTA – Giacomo Toni; jazz, punk; 2017; Brutture Moderne

L’ispirazione automobilistica del titolo e della copertina di questo NAFTA del virtuoso Giacomo Toni ci anticipa graficamente che bisogna indossare un casco per affrontare il disco, perché si parte direttamente in quinta, e ci si ferma soltanto alla fine, all’ultima traccia.

A partire dall’ottima Lo strano, il disco è una raccolta di nove quadretti di vita di provincia italiana, dissacranti, ironici ma mai scontati, fotografati con crudo realismo utilizzando colori vivi. Dal punto di vista musicale, questo jazz pilotato dal pianoforte è imbevuto in una forte mentalità punk, e meglio del precedente “Musica per autoambulanze” riesce a restituire la grande energia dei live del romagnolo.

Una piccola chicca, formata da pezzi veramente ben scritti da un autore sincero. Sincero come non se ne vedono molti nella scena italiana.

old dreams new planets – STUFF.; elettronica, jazz; 2017; Sbdan Ultra

Il nord Europa è patria di musica elettronica. I “locals” nascono nella techno, e continuano a vivere nella techno. E, appunto, i 5 belga (che in fondo sono jazzisti di buon livello) prendono un jazz danzereccio, che strizza spesso l’occhio alla black music, e lo immergono nella musica elettronica finchè non c’è più nulla di riconoscibile.

Il disco è tutto un viaggio ad inseguire questi vecchi sogni, formati da armonie e ritmi sofisticati, per raggiungerli e trasportarli in un ambiente, in un pianeta, prettamente elettronico. I temi, ora di sassofono elettronico, ora suonati con i synth, sono spesso memorabili e coinvolgenti (fulina), e la sezione ritmica è una macchina inarrestabile, virtuosa ma sempre trascinante (vedasi strata o le esplosioni di axlotl), che spinge chiunque a muoversi a ritmo.

Potrebbero essere dei Badbadnotgood più elettronici, dei Battles orientati più sul groove che sulla ripetizione violenta e robotica. In ogni caso, è impossibile non invaghirsi di questo disco se si apprezza la musica dance, jazz, funk o elettronica.

Per cercare il ritmo – Germanò; indie, pop; 2017; Bomba Dischi

Dice di aver trovato il suo ritmo ascoltando suonare Nile Rodgers, Alex Germanò. Il suo Per cercare il ritmo, però, non risente solo dell’influenza del leader degli eterni Chic (che è pur presente a tratti nelle chitarre, come in L’automobile che corre), ma gioca spesso e volentieri su un elegantissimo yacht-rock a confezionare melodie notevolmente orecchiabili.

I nove brani che compongono questo album sono permeati di malinconia, tanto nei sentimenti quanto nelle sonorità dal gusto retrò. Forse proprio questa coerenza quasi ossessiva nei suoni può essere vista come un difetto, ma per un album d’esordio ci troviamo di fronte a una base pronta, solida, da arricchire e impreziosire nei dischi successivi.

La qualità di pezzi come Grace e San Cosimato impone sicuramente una grande attenzione sugli sviluppi futuri di questo progetto.

Science Fiction – Brand New; emo; 2017; Procrastinate! Music Traitors

Sembrava potesse diventare una specie di piccolo Chinese Democracy emo. Uscito in maniera rocambolesca, quasi senza preavviso, alla fine dell’estate dopo aver anticipato lo scioglimento previsto per il 2018, si ha effettivamente a che fare con un ottimo testamento finale, definitivo.

La seduta di psicanalisi posta all’inizio del disco, subito prima della devastante “Lit me up”, crea già il mood perfetto per il disco, che ci racconta la parabola decadente del leader Jesse Lacey, autore dei brani della band, sempre più inconsolabile (addirittura di più nella maturità di questo Science Fiction che nella rabbiosa gioventù di The devil and god are raging inside me). Le atmosfere sono spesso rarefatte, vuote, macabre, con l’apice raggiunto nella conclusiva Batter Up. Comunque tremendamente efficaci nel convogliare forti sensazioni, che siano venate di preoccupazione (Same Logic/Teeth) o di flebile speranze (Waste).

È vero, non c’è sostanziale innovazione. Non c’è la novità, e il genere ha anche visto un declino, dpo un periodo in cui è stato di moda. Ma qui è tutto eseguito dannatamente bene.

Sketches of Brunswick East – King Gizzard & the Lizard Wizard feat. Mild High Club; psichedelia, jazz; 2017; Flightless, ATO, Heavenly

Sketches of Brunswick East è la trasposizione in musica del quartiere di Melbourne sede della sala prove dei King Gizz. È il terzo (!) LP in studio del 2017 firmato dai paladini della psichedelia, che progettano di arrivare almeno a 5 album entro la fine dell’anno solare.

Partendo da alcune idee, perlopiù accordi e brevi melodie scambiate su chitarra acustica da Stu Mackenzie e Alex Brettin, i due riescono a trovare un punto d’incontro esattamente a metà strada tra i rispettivi progetti: la frenesia dei ragazzi di Melbourne viene ridisegnata sulla base jazz rock dei lavori precedenti di Mild High Club. Particolarmente riusciti sono i momenti più pop, come Spider and me, o la You can be your silhouette dotata di un groove di ispirazione bossanova. In alcuni momenti del disco anche le armonie microtonali comparse in Microtonal Flying Banana riescono a poggiarsi sullo stampo soft di Brettin, che si conferma un discepolo di Donald Fagen (arrivando nel corso dell’anno ad aprire diversi concerti del genio degli Steely Dan).

Il risultato è ottimo, mantiene un’identità precisa che al tempo stesso riesce a mostrare caratteristiche peculiari di entrambi i progetti coinvolti.

Turn out the lights – Julien Baker; indie, folk; 2017; Matador

Da Sprained Ankle a Turn out the lights non è cambiato il mood di Julien Baker: questo lavoro è una raccolta di canzoni tristi.

Tuttavia, la paletta sonora da cui la cantautrice attinge, si è fatta più vasta (compaiono anche alcuni musicisti ospiti, come Camille Faulkner agli archi su 5 pezzi, o Cameron Boucher dei Sorority Noise al flauto su Over e sul singolone Appointments). Anche sul piano dei testi la Baker opta per proseguire sul filo della continuità con il lavoro precedente: raccontarci con minuzia di particolari le sensazioni vissute nel corso delle difficoltà vissute. Stavolta però, insieme alla ritrovata sobrietà, include anche demoni che dal passato continuano a tormentarla, oltre a nuove sfumature della sua forte fede.

E lo fa con la solita, straordinaria intensità interpretativa. “The harder I swim the faster I sink” recita il finale di Sour breath, una frase molto semplice. Che esplode e si elèva nel crescendo di sincerità e di sofferenza messo su disco dalla Baker. Può essere un buon riassunto dell’opera della giovane statunitense.

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