48 Francesca Vittuoni

Affetti collaterali – Breve quadrilogia con epilogo

Gaia

Un leone azzurro ruggiva contro il drago di nebbia che gli stava di fronte nel cielo. La coda del felino si sfilacciava sul dorso delle colline in refoli d’aria grigia, la cresta di squame si dipartiva dal mostro rigonfia di cirri impetuosi. La zuffa e l’affronto risalivano le correnti atmosferiche.

Zucchero a filo secondo la forma ovale di un favo, poco più avanti, sul fianco ombroso dopo le cime alte. Il cielo s’illuminava di bagliori in contrasto col blu. Sotto, le case rosse d’intonaco garrivano come bandiere, a finestre aperte, come occhi sbarrati, con la bocca spalancata dei portoni, con le orecchie piccole dei balconi laterali, con il capo coronato di capelli verdi come le piante coltivate sui tetti e sulle terrazze.

Era un quartiere signorile, molto popolato, vociante di bambini, donne e carrettieri, di venditori ambulanti e tram che sprizzavano scintille sui fili. La strada era ancora lucida di pioggia, la pioggia improvvisa che nella bella stagione sorprende sempre, per non essere attesa, per richiamare alla mente la primavera o l’autunno.

Ma anche nella bella stagione talvolta piove. Anche nelle relazioni più solide il vetro s’incrina e s’introduce il dubbio, il seme del sospetto, il germoglio della non curanza, il gelo della trazione in direzioni opposte.

Gaia si annoiava, dopo quattro anni di matrimonio si annoiava disperatamente come una cagnetta ipernutrita costretta a vivere, pingue e indolente, tra la cuccia e i giardini sotto casa, tra una corsa in terrazza e una passeggiata in automobile. Gaia era tale solo per via del nome, ma per lei il nome non era più sinonimo di gioia. Non aveva bisogno di niente, niente in realtà le era indispensabile, necessario per continuare a vivere. Ipernutrita dal marito, posizionata in comoda stasi sul divano matrimoniale di velluto, si allisciava le punte dei capelli che le rigavano lateralmente gli zigomi, faceva cozzare le perle in circonvoluzioni inutili e sfogliava i giornali per ore. Sperava che le notizie di cronaca la facessero sobbalzare, la incuriosissero, le scrollassero di dosso quel misto di inerzia e indolenza, di insoddisfazione e di smania, di rassegnazione non ancora stanziale ma che, in quei giorni, prendeva posto dentro di lei con forza, spingendo e strattonando quanto ci fosse vicino, organi vitali o percezioni dei sensi. Ma le notizie di cronaca la rattristavano sempre. Con distrazione di poco inferiore sfogliava le riviste di moda, faceva una piega alle pagine che mostravano modelli eleganti, sbuffava e continuava a sfogliare.

Il marito, imprenditore tessile, lavorava tra le dodici e le quattordici ore al giorno. Faceva buoni affari, comprava case in città e per la villeggiatura. Fumava il sigaro e faceva ottimi affari con la Francia e l’Olanda, da dove comprava merce, da inviare in America, e dove faceva arrivare tessuti operati italiani.

Gaia aveva una cagnetta ipernutrita, un cocker biondastro con le orecchie a penzoloni e il pelo ricciuto che ondeggiava sotto la pancia. Lola, era questo il nome del cane, odiava il collare di metallo che Gaia le imponeva, i fiocchetti che Gaia le annodava sulla testa, odiava il veterinario e fare la tolettatura settimanale dalla quale usciva lucida e ondulata. Ogni volta pensava di sembrare poco seria.

Lola amava i cioccolatini, ne divorava scatole intere, comprese la confezione e le cartine pieghettate. Anche Lola si annoiava, guaiva depressa dietro i vetri, scattava come un cane da punta dopo aver avvistato un quadrupede suo simile, ululava con acuti disperati dietro la porta quando nessuno le dava la possibilità di infradiciarsi le zampe in giardino, di dare la caccia a qualche talpa cieca, che le poteva saltare tra le zampe, o a un gatto che le faceva arrivare, soffiando, il disappunto, tutto felino, per l’incontro con un canide obeso.

Gaia e Lola erano depresse. Gaia si considerava un reduce di guerra per tutte le volte in cui la sua vita era stata una guerra. Si considerava una reduce della vita per tutte le volte in cui espirare, in stato di quiete o di moderata attività fisica, le costava molto di più di un’arrampicata in montagna. Riteneva di essere una superstite cinica riguardo ai rapporti tra le persone dopo l’ultima disillusione che le penzolava sulla testa come una veletta bizzosa che davanti agli occhi le impediva di guardare lo spettacolo somministratole dalla vita, anche in quel pomeriggio durante il quale le era parso di vedere in cielo un drago opalino soffiato nel vetro che stritolava tra le fauci un leone nebbioso. Quasi ogni giorno Gaia indossava una veletta distorsiva della realtà, la indossava macchinalmente, per abitudine e allo stesso tempo per una forma astenica di mancata sottrazione a quanto le veniva imposto.

Quel pomeriggio estivo, quando il leone azzurro ruggiva contro il drago di nebbia che lo fronteggiava, Gaia aveva appena esaurito l’ennesima rivista e decise di uscire. Fece tirare fuori la macchina dall’autista, si preparò e dopo pochi minuti era già pronta, di fronte allo specchio dell’ingresso ad assestare la piccola tesa del cappello a cloche e a sbuffare di fronte alla riga nera non perfetta sull’occhio sinistro che le affusolava la palpebra superiore. Un giro per negozi, il tè da Artemi, dove di sicuro avrebbe incontrato qualche amica, un regalino per Arturo, il marito, rientro a casa per la cena. Forse un filetto al sangue con funghi per contorno e un gelato di crema. Diede disposizioni alla cuoca e annunciò alla governante che avrebbe comprato lei i fiori per la cena dell’indomani.

Fuori, l’aria frizzante le fece arrivare sulle spalle e giù per la schiena un tremore ma anche una piacevole sensazione, in fondo la temperatura così bassa per quella stagione la risollevava dall’apatia. Non le sembrava, tuttavia, che quel tremore fosse soltanto il riflesso inconsulto della pelle alla bassa temperatura.

Comprò un cappello e un foulard di seta prodotto dalla concorrenza. Rise dentro di sé per l’atto di ribellione compiuto. Non provava rimorso, anzi esattamente il contrario. Si era impadronito di lei un godimento segreto per quell’intemperanza che la riportava all’infanzia e agli anni del ginnasio quando cantare troppo poco a lezione e a voce troppo alta alle prove del coro, provocava reazioni convulse in chi la dirigeva o le impartiva nozioni su come modulare la voce. La stizza e il disappunto la facevano gorgogliare di gioia sadica. Era come quando da bambina si piazzava accanto a una dell’educandato femminile, più piccola di lei, e iniziava a pizzicarle il braccio, dal lato coperto e invisibile alle suore che le controllavano, fino a quando la vittima non cominciava a frignare. Allora Gaia, prima di allontanarsi per evitare di essere presa in flagrante tortura di compagna più piccola e inerme, minacciava la bambina di ritorsioni qualora avesse fatto il suo nome. Quella che faceva più effetto era: «Se fai la spia, quando dormiamo sulle poltrone per il riposino pomeridiano, ti taglio le trecce e gliele faccio mangiare a Lupo.» Lupo era il cane che faceva la guardia in giardino dentro una cuccia a forma di baita.

A distanza di anni, quel pomeriggio, Gaia era stata di nuovo raggiunta dalla sensazione che provava dopo aver pizzicato il braccio di una bambina più piccola di lei e quando traeva dal pianto misto alla paura di altre sevizie una gioia che non poteva essere né pesata, né prezzata.

Scese dall’automobile per andare da Artemi, quando con la coda dell’occhio le parve di vedere Arturo, sì Arturo con al braccio una ragazza di vent’anni appena, magra in color malva, sorridente. Gaia cambiò direzione, si nascose dietro la vetrina che prometteva dolciumi disposti in forme coniche sui vassoi. Guardando oltre la torre striata delle gelatine alla frutta, scorse nitidamente Arturo e la ragazza che si scambiavano un bacio, la ragazza che gli puliva col fazzolettino la faccia sporca di rossetto. Arturo si sottraeva ridendo alla pressione del tessuto guidato dall’indice destro della ragazza sulle sue guance. Gaia andò in preda alla più scomposta crisi isterica. L’avrebbero sentita anche Arturo e Grazia, la ragazza si chiamava Grazia, se non avesse ripiegato su un portone aperto. Dentro l’androne s’appoggiò a stento urlando, mordendosi le dita. Piangeva. Allungò uno spintone al portiere dello stabile il quale, vedendola in difficoltà, le chiese se avesse potuto fare qualcosa per lei. Si rigirò sul lato sinistro del corpo appoggiato allo stipite del portale di pietra. Riavutasi, fece cenno all’autista di allontanarsi con la macchina nella direzione opposta. L’autista eseguì senza capire, perché non aveva fatto in tempo a scorgere il padrone con la giovane amante. Gaia superò le vetrine di Artemi e giunse all’edicola d’angolo. Dietro il numero vecchio di due giorni della Domenica del Corriere, che le sbatteva sul naso, Gaia li vide procedere sottobraccio felici e ignari.

Il mostro verde s’impossessò di lei. Gaia perse i sensi aggrappandosi all’ultimo numero del Gazzettino delle mode. Quando si riebbe si trovava deposta su un divanetto concavo di velluto verdino, in un’ala defilata del Gran Caffè Artemi, circondata da una cameriera che le appoggiava una pezzetta bagnata sulla fronte, un inserviente che aveva abbandonato secchio e ramazza per farsi circondare la spalla dal braccio sinistro di Gaia, floscio come quello di un fantoccio, e riporla con cura sul sedile imbottito color foglia dove tuttora si trovava. Davanti due signore sconosciute, una che le slacciava i primi tre bottoni della camicetta, l’altra che le sventolava il menù per le ordinazioni rigirato dalla parte interna. La scritta «Bevande e sorbetti» la sfiorava, si allontanava e tornava a sfiorarle la fronte dandole la nausea.

Per un numero indefinito e ipnotico di volte «Bevande e sorbetti» ondeggiarono da e verso la sua fronte fino a quando Gaia non si tirò su. Tentò di recuperare un contegno convenevole, si riassestò la camicetta, allungò i polpastrelli sulle ciocche a punta dei capelli, fissò la cloche sul capo fermandola con lo spillone e ordinò un sorbetto alla frutta, sorridente, con l’imbarazzo stampigliato in mezzo agli occhi, sulla fronte e sulle guance ritornate rosee.

«Prego signora.»

Il cameriere sottrasse al vassoio una coppa di conforto brinato alla frutta su cui galleggiavano promesse momentanee di pacificazione meringata che si sarebbero dileguate sciogliendosi tra lingua e palato. La depose con sussiego sul tavolino di marmo. Gaia osservava il marmo. Il cameriere sorrideva a Gaia.

«Con gli omaggi della direzione.»

Arturo

All’inizio di quel giorno che si concluse con la più furibonda scenata di gelosia che Gaia gli avrebbe mai riservato, Arturo era uscito presto di casa per andare a lavoro. Aveva ingurgitato una tazza di caffè bollente, stampato un bacio di circostanza sulla fronte della moglie, promesso a Gaia che sarebbe rientrato presto a cena per stare un po’ di tempo insieme, un po’ più del solito.

Alto e robusto, sempre affamato, e non solo di cibo, Arturo non si sarebbe accontentato di un caffè bevuto in piedi. Avrebbe fatto portare in ufficio una corposa colazione europea, con tanto di uova e pancetta, come faceva quasi ogni mattina da almeno vent’anni. Letta la corrispondenza e definiti gli affari più urgenti, fatti gli ordinativi al telefono, visionò le stoffe appena arrivate, rimandò indietro una dozzina di colli che si erano danneggiati durante il trasporto e, con sua sorpresa, una lunga mezza giornata di libertà gli sorrideva con gli stessi occhi e la stessa bocca di Grazia che lui già immaginava scivolata dentro il vestito di seta color malva che le aveva appena regalato.

La conclusione delle incombenze avrebbe permesso ad Arturo di abbandonare l’ufficio con lo stesso entusiasmo di un ragazzino faticosamente giunto all’ultimo giorno di scuola. E così, col mondo in tasca insieme a qualche biglia e a una macchinina rossa nel taschino che immaginava di avere ancora nel lato sinistro all’interno della giacca, come nell’uniforme da collegiale, Arturo saltava in discesa i gradini a tre, a tre e annusava in strada la libertà. La libertà aveva un profumo riconoscibile: un terzo di incoscienza, un terzo di smemoratezza consapevole e un terzo di «Possa cascare il mondo oggi farò quel che voglio!»

Aveva comprato orchidee dal solito fioraio, quello stesso dove, senza che Arturo lo sapesse, aveva ricevuto anche l’ordine di Gaia per i fiori destinati alla cena del giorno successivo. Uscito senza pagare, il «Segni!» quella volta gli sarebbe costato caro. Il fioraio, aveva inserito nel conto da recapitare a casa Nisini, i fiori per le decorazioni più i tre giganteschi rami ciondolanti di orchidee selvatiche, costosi quasi come un vestito nuovo di sartoria, che di lì a qualche ora avrebbero campeggiato nel bovindo allestito da Grazia come una piccola serra domestica. Il conto comunque avrebbe soltanto peggiorato le cose, non sarebbe stato l’evento rivelatore, la causa scatenante dell’ira di Gaia. Infatti, del tutto ignaro, Arturo avrebbe consumato al Caffè Artemi un gelato in compagnia di Grazia, da lì si sarebbero trasferiti nell’appartamento della ragazza per concludere il pomeriggio. Lungo quel tragitto Gaia li avrebbe visti.

Da mesi Arturo sfidava la sorte commettendo errori grossolani da marito fedifrago alle prime armi, come frequentare locali e negozi che servivano anche la moglie, comprare un appartamentino per Grazia nello stesso stabile che per metà apparteneva al suocero, o tornare a casa impunemente con una cravatta diversa da quella annodata la mattina prima di andare in ufficio o conservare sospetti aloni rossi sul collo e sulla camicia. Insomma anche la meno sospettosa delle mogli si sarebbe accorta che Arturo da tempo aveva in corso esercitazioni d’artiglieria pesante.

Mentre quel pomeriggio il cielo disegnava un drago con le fauci spalancate minaccioso contro un leone di cirri gonfi d’aria, Arturo non avrebbe potuto chiedere di più alla sorte e al santo protettore dei mariti traditori, se ce ne fosse stato uno, se non trascorrere qualche ora di intimità con la donna che da sei mesi gli aveva tolto la pace, lo aveva restituito alla vita e gli aveva fatto assumere di nuovo quella sicumera da figlio di buona donna che qualche tempo prima di incontrare Grazia stava scemando definitivamente mescolata a qualche capello bianco in più e pesante come una morsa sulla sua pancia sempre più larga. Incastrato in un matrimonio combinato che l’opprimeva come una catena metallica serra il collo di un cane da guardia, come un paio di scarpe più strette di due numeri costringono il piede a rannicchiarsi con le dita arrotolate, come una dichiarazione d’amore viene ritirata in gola per paura di ricevere un diniego, Arturo soffocava d’asfissia crescente in casa e gonfiava i polmoni appena fuori dalla bicocca matrimoniale che odiava come tutto quello che c’era dentro. In primo luogo la moglie, addomesticata e pigra, e Lola, ingrata sanguisuga da salotto, ottusa come pochi cani al mondo. Quando Arturo aveva dovuto operare una scelta, come quella di non ribellarsi alla decisione paterna di farlo sposare con Gaia, aveva provato una sensazione asfittica, quasi di fine vita. Era stato costretto a pronunciare un sì e un no. Dolorosi.

Spesso Arturo pensava che quando l’uomo opera una scelta è sempre costretto a pronunciare un sì e un no. Entrambi dolorosi. Sceglie, adotta e fa sua un’opzione e nel contempo rifiuta, abrade e rende negletto ciò che tuttavia lo spinge a una pulsione positiva. Il sì del primo muoversi comporta un annullamento. Nel suo caso aveva dovuto annullare Sara, ormai una presenza sbiadita dagli anni, che in quel periodo però gli surriscaldava le giunture e i muscoli. Non l’aveva più incontrata Sara, trasferitasi, alcuni dicevano a Milano, altri in Svizzera per lavorare come segretaria di un imprenditore nel settore della compravendita di semilavorati in legno.

Grazia

Grazia aveva ventidue anni, amava se riamata. Calcolava il dare e l’avere e se qualcosa non fosse tornato era pronta a sradicare l’addizione a cambiare cifre e aggiornare i conti pur di non ritrovarsi per troppo tempo in credito d’affetto, di regali, di scampagnate, di volpi grigie con occhi di vetro, infilzate per le mandibole da anelli di bachelite. Le volpi grigie infilzate ad anelli di bachelite erano l’ultimo grido della moda per signora, Grazia avrebbe piantato una grana micidiale in mezzo alle vie del centro se non avesse potuto avere, quanto prima, una coppia di canidi selvatici resi inoffensivi da un pallino di cacciatore in fronte. Durante quel pomeriggio, di nebbia, di draghi e leoni in zuffa nel cielo, Grazia finalmente aveva estorto ad Arturo la coppia di volpi argentate. Costavano una fortuna, forse troppo per due pellicce senza corpo, in fondo per due carcasse. Comunque anche quando ossa, carne e midollo riempivano il vello color metallo, culminante in un’esplosione in foggia di coda, questo doveva essere stato così snello da sembrare il corpo di una faina.

La faina, in realtà, era Grazia. Tutto e subito. Sempre tutto e subito. Chi non fosse stato in grado di darle tutto e subito non aveva alcun diritto, non doveva avanzare alcuna pretesa. Nessuna pretesa per chi non può o non sa dare. Tutto e subito. Il mondo, soprattutto gli uomini, erano divisi in due gruppi: chi poteva dare e chi non poteva farlo. Alla seconda categoria apparteneva il padre, considerato da Grazia, un illuso, idealista, senza nerbo ancora asservito alle buone maniere, alla distinzione rigida tra ciò che si deve e ciò che non si deve fare. Per Grazia tutto si poteva fare purché lo si volesse .

Grazia comunque non voleva causare cesure troppo nette. In fondo l’accordo con la famiglia di origine era sempre un valore da preservare per una ragazza della buona società, soprattutto quando, prima o poi, e Grazia sperava che accadesse quanto prima possibile, il padre le avrebbe proposto un buon partito, un bel giovane di pari estrazione. Il giovane l’avrebbe mantenuta, appagata, forse meglio di Arturo, talvolta in defaillance, e soprattutto, se ventenne, massimo venticinquenne, sarebbe rimasto ancora giovane per un bel pezzo. Arturo poteva rimanerle intorno. Sì l’avrebbe fatto rimanere intorno ancora un po’. In fondo si era abituata a lui e non voleva cambiare tutto troppo in fretta. Anche dopo il matrimonio, che Grazia annusava nell’aria come il cane la lepre, avrebbe potuto tenerselo vicino come amico di vecchia data, come conoscenza dei genitori, come distrazione per le giornate da non trascorrere da sola quando il marito sarebbe stato fuori città per affari. Perché il futuro marito sarebbe stato per certo un giovane uomo d’affari, ipotizzava: Battioni, della Battioni e associati, ramo siderurgico, o il Marenghi, figlio del fondatore del Credito fondiario, o Lupi di Mortella, dei Lupi di Mortella più antichi dei pilastri romanici del duomo.

Quindi se non fosse stato per le volpi argentate Grazia avrebbe cominciato a prendere le distanze da Arturo con una certa, cadenzata, accelerazione di andatura. Ma l’andatura da giovane signora appena sposata, anello di fidanzamento e fede all’anulare sinistro come immagine del giuramento che suggella la promessa, ancora non le si addiceva. Per il momento era impegnata ad ammansire le pellicce color argento, con colpi intermittenti e ripetuti, come se fosse stato ancora possibile convincere i due animali a giacere sulle sue spalle senza opporre resistenza o addivenire col vento, diventato più intenso, all’accordo di non prendere il volo e di non cadere a terra, magari in una pozzanghera.

Il grigio, screziato di fulvo, poteva andare su tutto. Non stonava neanche se affiancato alla corporatura robusta, un po’ imbolsita, di Arturo. Almeno per un po’ fin tanto che alle volpi sarebbero succeduti una stola o un copri-spalla di visone, meglio di ocelot.

Lola

Dopo aver ridotto ai minimi termini un osso attaccato alla polpa, Lola di solito dormiva senza incertezze dentro la sua cuccia. Faceva un giro per la casa e il giardino, guaiva alle talpe la cui presenza sotto il manto erboso percepiva in modo distinto, se la prendeva con un merlo che le fischiava quasi in segno di ludibrio, o almeno Lola lo percepiva come tale, da sopra un ramo della quercia stanziale in mezzo al giardino. Poi, paragonado la libertà del volatile alla sua quotidiana prigionia, odiava e si annoiava, in modo continuativo e inappellabile. Si annoiava perché la vita di cane borghese e coccolato non le riservava alcuna sorpresa che avrebbe potuto risvegliare in lei l’istinto, sopito da generazioni di ibridazioni e incroci per selezionare una razza docile e salottiera, di puntare il nemico, di cacciare una preda. Anche se non si ricordava bene cosa fosse una preda. Forse le talpe del giardino lo erano.

Lola vedeva Gaia infelice. Le sembrava infelice mentre si preparava per uscire, percepiva in lei infelicità nella luce acquosa degli occhi, nella molle attitudine del corpo, nel ripiegamento della testa. La padrona aveva gli occhi che si offuscavano. Traslucidi e spesso in procinto di bagnarsi di pianto isterico. Il padrone era diventato quasi grasso e la vigoria potente di un tempo si stava acclimatando alla pianura della mezz’età. Non la faceva più giocare, non le accarezzava la testa, le orecchie, la gola. Non le strizzava più l’occhio da innamorato prima di uscire per andare a lavoro, non le fischiettava, dal fondo della strada, il consueto richiamo per farle intuire il ritorno imminente. S’era quasi spento fino a quando un giorno aveva ricominciato ad avere per lei antiche attenzioni. Lola aveva ripreso a sperare che Arturo potesse riservarle di nuovo accudimento oltre che cibo, interesse per lei cane lucido e biondo a pieghe, ben addestrato e fedele. Ma quando Lola capì che il padrone era tornato vispo e allegro, una sorta di giovane levriero che le rubava il bastone dalle piccole zanne, per farlo saltare dovunque in giardino, e lei che aveva ricominciato a credergli gli zampettava allegra tra le gambe, solo perché aveva preso a incontrare un’altra femmina, della quale poteva annusare il profumo dolciastro sui suoi vestiti…Lola cadde preda del mostro verde. Presa senza riscatto tra le spire del mostro che inietta veleno e sedizione nel fiato della vittima, cominciò a tramare una vendetta che le si addicesse.

Epilogo

In un giorno di settembre, quando il cielo cominciò a popolarsi di putti, uno sulle spalle dell’altro intenti a strappare foglie e corteccia da un albero a punta, Arturo fu chiamato al telefono dal suo agente di borsa. Racemi, l’agente, era allarmato. Gli comunicava una scalata in atto da parte di un gruppo, ancora anonimo, che voleva accaparrarsi la maggioranza azionaria dell’azienda.

La scalata era cominciata da due settimane, quando le azioni dei piccoli investitori erano state messe sul mercato e acquistate, rapidamente, sembrava da compratori diversi. Cerqueti, che da tempo si voleva ritirare a vita privata e aveva promesso ad Arturo di vendergli le sue quote, alla fine aveva ceduto a un altro a prezzi tre volte superiori al valore reale.

«Sai Arturo, io da un po’ non me la passo poi così bene. E tra una famiglia da mantenere più Lella che mi riscalda i piedi d’inverno, lo sai, con parenti scialacquatori disgraziati a cui badare…Insomma, avevo bisogno di soldi presto e tanti. Scusami, ma tu m’avresti dato meno della metà di quello che ho raccolto con un vendita benedetta, inaspettata. Conoscendoti sono certo che avresti fatto lo stesso.»

Come un tuono profana, nottetempo, la quiete del sonno e lascia il dormiente ignaro nello sconforto sudato e nella tachicardia, il giorno successivo, quando qualche altro putto caracollava ancora in cielo, il padre di Grazia aveva fatto pubblicare sui giornali l’annuncio del fidanzamento della figlia con Graziano Marenghi, dei Marenghi che avevano fatto scolpire lo stemma di famiglia sul portale d’ingresso del Credito Fondiario. Arturo, che non lo sapeva e non se l’aspettava, rischiò di strozzarsi con la pancetta che stava trangugiando insieme alle uova, quando riconobbe in una foto sul giornale Grazia, in compagnia delle volpi grigie e del giovane Marenghi, che salutavano da sotto il gazebo del giardino di casa Marenghi. Quel giorno stesso, nel pomeriggio i fidanzati avrebbero intrattenuto «sul piroscafo Gagliarda gli amici accorsi a salutare la felice coppia in partenza per una crociera nel Mediterraneo occidentale.»

Arturo rischiò l’infarto. Urlò, lanciò due bestemmie sonore, piantò un pugno secco sul tavolo facendo schizzare in alto il piatto, la forchetta che gli stava appoggiata con i rebbi rigirati, le uova e la pancetta. Le ultime due aderirono alla giacca e alla camicia rallegrando il grigiore della grisaglia d’ordinanza con tonalità più accese. Paonazzo, come se avesse avuto una corda tesa intorno al collo, mentre tentava di rimuovere i residui di cibo dal vestito, imprecò ancora, questa volta più piano. Si alzò, come se avesse liberato le gambe da un meccanismo potente che le bloccava, e impresse loro uno scatto incontrollato. Travolse la segretaria, accorsa per capire cosa fosse successo, e realizzò che la giovane donna portava lo stesso profumo usato da Grazia. Annusò con disperazione.

Mandò a quel paese il direttore commerciale che avrebbe voluto sottoporgli un campionario di stoffe, tweed e principi di Galles. Aveva deciso, armato di revolver, di andare a congratularsi anche lui con i giovani innamorati sul ponte della Gagliarda.

Prima sarebbe passato da casa per armarsi.

A casa Arturo trovò Gaia, che aveva ripreso contezza del significato del suo nome, alle prese con un interlocutore telefonico col quale si congratulava per aver acquistato in così breve tempo le quote degli azionisti di minoranza. Arturo rischiò il secondo colpo apoplettico. Decise di rimandarlo a più tardi, al suo ritorno, quando avrebbe saldato i conti anche con la moglie. Per il momento l’impellente partenza dei fidanzatini imponeva di dedicarsi solo e soltanto a loro. Salì in camera da letto. Fece saltare via dalla parete accanto al divano il ritratto di suo nonno – da dietro il monocolo lo guardava perplesso come sempre – che nascondeva la cassaforte, l’aprì, estrasse la pistola, tolse la sicura. Si gettò come un forsennato per le scale.

Fra il settimo e l’ottavo gradino, in discesa rapida, si trovò tra le gambe Lola. Il fiuto potente fece arrivare alle mucose olfattive del cane le note dolciastre di mughetto e bergamotto che costituivano il corpo centrale dell’essenza da tempo nota. Quel corpo centrale, netto e riconoscibile, conferiva ad Arturo la puzza del traditore. Se dapprima Lola avesse deciso di perdonarlo e, vistolo rincasare, avesse deliberato di concedersi a un incontro di lancio e ripresa del bastone in giardino, annusato il bergamotto, quel bergamotto che la infastidiva più del tanfo di carne avariata, la fece ritornare alla vendetta. L’odore metallico della pistola nella tasca dei pantaloni, che Lola riuscì a individuare, la indusse allo sgambetto. Si mise tra i polpacci del padrone, gli morse il quadricipite destro. Arturo si irrigidì all’indietro, scagliò un calcio al cocker, perse l’equilibrio, rotolò giù per le scale e, mentre la spalla destra si ripiegava sul decimo gradino, si sparò inavvertitamente un colpo alla coscia.

Gaia accorse incuriosita.

«Arturo, ma che fai ti spari da solo?»

«Aiutami a tamponare il sangue, per fortuna è un colpo di striscio»

Gaia gli si avvicinò e disse che avrebbe aspettato, prima di chiamare i soccorsi. Avrebbe aspettato ancor un po’ per fargli perdere ancora sangue. Non per ucciderlo, ma per farglielo credere.

Mentre Arturo perdeva sangue riverso a terra imprecando e maledicendo, Gaia lo guardava e rideva come se avesse avuto di fronte un bambino che si fosse cacciato da solo in un grosso guaio dal quale non sapeva trarsi d’impaccio. Mentre Arturo sembrava un bambino inerme, incapace di salvarsi con le sue forze, Grazia riceveva fiori, baciava sulle guance gli amici, salutava dal ponte della Gagliarda. Il giovane Marenghi le cingeva la vita assaporando con discrezione le rotondità color malva della fidanzata. Poco prima aveva fatto altrettanto, con più foga e meno discrezione, con una cameriera avvicinata al guardaroba. Pochi minuti durante i quali, mentre Grazia abbracciava i cugini sul ponte, Marenghi ipotecava una crociera meno noiosa del previsto.

Mentre il Marenghi era alle prese con cameriera e promessa sposa, Grazia deponeva baci sulle guance di parenti e amici, Gaia aspettava che l’emorragia macchiasse il tappeto all’ingresso e Arturo rantolava, Lola leccava la mano del padrone. Pentita guaiva, lo guardava con gli occhi pieni di umore appiccicoso e continuava a leccargli la mano.

Gaia chiamò l’ambulanza e Arturo fu salvo. Mentre l’ambulanza portava via il padrone, Lola seguiva lo scatto in avanti del mezzo, raspava alla porta-finestra e guaiva. Si era pentita, a differenza delle altre due donne del povero padrone, di avergli rovinato l’esistenza. Annoiata da tali considerazioni Lola tornò in giardino a caccia di talpe. Ne avvistò una bella grossa che scappava terrorizzata. L’afferrò tra le zampe tenendola ferma con il muso. L’assaggiò. Sapeva di terra. Allentò la presa e la lasciò andar via.

Forse la caccia alle talpe in giardino non era poi così male.

Autore: Salvatore Enrico Anselmi
Cover Artwork: Francesca Vittuoni

Salvatore Enrico Anselmi, storico e critico d’arte, scrittore, docente Miur, è dottore di ricerca in Memoria e materia delle opere d’arte, Università degli Studi della Tuscia. Studioso delle committenze nobiliari di età barocca in area centro-italiana, con particolare riferimento alle famiglie Giustiniani, Farnese e Maidalchini-Pamphilj, ha tenuto insegnamenti di Storia dell’arte Moderna presso alcuni atenei italiani (Università della Calabria, Università di Bari-Ssis Puglia, Università degli Studi della Tuscia). Ha preso parte, in qualità di relatore, a numerosi convegni nazionali ed internazionali. È autore di monografie sulle committenze artistiche nobiliari in età moderna e di numerosi saggi, apparsi su atti di convegno e riviste. Alla ricerca affianca la pratica della scrittura, in prosa e in poesia, dedicandosi in prevalenza alla narrativa d’introspezione e di tema storico.

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