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Alvaro Sànchez: dal Guatemala col suo taccuino dadaista.

Alvaro Sànchez è un artista poliedrico e molto produttivo. Non lo conosco di persona e la nostra conoscenza si limita alle nostre chiacchierate in chat e ai nostri continui scambi di visioni e di gusti all’interno del mondo del collage. Tutto questo non gli ha impedito di esercitare un certo fascino nei miei confronti in quanto alla sua provenienza. Mi spiego meglio, reputo molto affascinante personalmente l’atmosfera, la creatività e i contenuti presenti in molte opere sue e non, provenienti dall’America Latina e Alvaro ne è proprio un degno rappresentante e “sognatore” con un personalissimo tratto caratteristico. Alvaro Sànchez nasce nel 1975 ed è un graphic designer autodidatta e artista che abita a Città del Guatemala.
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Ha collaborato e pubblicato su riviste d’arte e design di tutto il mondo. I suoi lavori sono stati esposti, tra tutti, in paesi come: Italia, Francia, Germania, Spagna, Stati Uniti d’America, Costa Rica, Ucraina, Svezia, Norvegia, Grecia e Guatemala. Il suo lavoro si basa principalmente su collage digitale e Analogico. L’amore per il materiale vintage o d’epoca è di grande rilevanza per creare le texture e forme della sua arte. La maggior parte delle sue opere sono ispirate dalla letteratura, dalla pittura, dalla musica e dal cinema, ma la sua ispirazione principale è rappresentata da Città del Guatemala e dalle sue strade. Di più, Alvaro scrive di musica su magazine e media digitali.
Eccovi le sue risposte alle domande della mia rubrica, gustatevele tutte e, se volete, ritrovatevici:

Come hai iniziato a creare con il collage, come hai conosciuto questa tecnica espressiva??

Credo che sia dovuto al fatto che mi sento sempre attratto a creare strani universi. Ho scoperto il collage attraverso la corrente del Dadaismo. Da quando mi sono rapportato al movimento, da sempre, mi piace  l’anarchia che veniva e viene espressa. Ricordo bene la mia ricerca sugli artisti e tutte le cose incredibili e folli che avevano fatto e mi sono detto quindi, “cazzo anche io voglio fare questo!” e mi sono messo a tagliare e a incollare per gioco e divertimento sin dall’inizio anche se molti dei miei lavori trattano argomenti molto seri. Non ho potuto frequentare nessuna scuola d’arte perché i miei genitori non potevano permettersi questa spesa, la mia curiosità era tale che ho sempre avuto bisogno di fare qualcosa a prescindere dall’idea che avevo in testa. Non posso, in primo luogo, dire davvero perché l’ho fatto, è stata una cosa molto naturale per me nel momento in cui ho afferrato le forbici.

Come nascono i tuoi collage?

Di solito vado fuori per una passeggiata o vado al mio pub preferito. Mi piace vedere cose strane, facce strane e sconosciute lungo il mio cammino, perché la mia città è piena di queste situazioni. Porto quindi sempre con me il mio taccuino perché so che qualcosa di tutte le immagini che vedrò esploderà prima o poi nella mia testa e mi darà l’idea creativa. Annoto quello che voglio fare solo per tenerlo a mente, poi lascio che le immagini e i riferimenti con apparente innocente “Casualità” muovano le mie mani e che l’opera creata mi parli di se. Come ho detto, cerco sempre di stupire me stesso come la prima volta che sono stato davanti al vuoto.

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La tua è un’arte fatta di “riciclo” delle immagini, ma come e dove scegli il materiale?

Mi piace andare in posti dove posso andare e trascorrere ore alla ricerca del giusto riferimento e quando sono in viaggio, se ho la possibilità, vado a cercare questi luoghi soprattutto elementi datati (vintage). Anche un pezzo di carta trovato per strada con delle macchie se lo reputo necessario viene usato per le mie creazioni.
Credo che con gli anni si sviluppa l’istinto nei confronti di ciò che è possibile utilizzare e non. Credo, e non è sempre così, che in un collage esista un continuo equivoco verso cosa si può utilizzare perché tutto può essere utile. È una continua ricerca, perché necessita guardare, imparare e documentarsi per sapere esattamente di cosa si ha bisogno, così a lavoro finito si crea qualcosa che risulta incollato ma che è anche un insieme di idee.

In generale, che impressione cerchi di suscitare in chi osserva i suoi collage?

Voglio che la gente senta a pieno il mio lavoro, che lo fissi, che attenda, che scavi in profondità e non solo superficialmente le emozioni che gli da. Voglio che sentano che stia per accadere qualcosa , anche se il pezzo è statico. Ogni piccolo elemento voglio che scateni un po’ di violenza necessaria dentro loro.

E in te che impressione suscitano i tuoi lavori?

Questa è una buona domanda. Ho sempre pensato che il mio lavoro mi trasporti in strani luoghi del mio lato oscuro. Le immagini mi fanno viaggiare in regni della mia mente di cui non conosco neanche l’esistenza. Mi sento un uomo privilegiato e mi piace. Perché? Perché mi fa sentire bene sapere che ho la possibilità di viaggiare verso il posto che immagino e questo mi fa sentire un ragazzo fortunato.

Quali sono le figure che ti ispirano dal punto di vista artistico?

Credo che le figure che mi ispirano siano quelle più strane e diverse. Tanto per citare un esempio, sono molto ispirato dall’Art Brut e dall’Outsider Art. È molto difficile da spiegare, mi piacciono tutte quelle figure che non hanno un senso per la maggior parte della gente e in cui ho trovato una bellezza intensa. Forse è perché proprio queste figure mi hanno spinto a pensare differentemente e in modo non tradizionale. Forse per capire meglio cosa sento è necessaria la citazione di Andrè Breton che dice:

“L’uomo che non può vedere un cavallo al galoppo cavalcando un pomodoro è un idiota”.

Bene, questo è esattamente ciò che mi ispira.

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Cosa significa essere collage artista oggi?

Beh, come per l’artista Dada, ad esempio, l’artista è testimone del proprio tempo. Dobbiamo raccontare ciò che ci circonda e che troviamo lungo il nostro cammino. Mi piace pensarmi un cacciatore e collezionista di immagini, infatti siamo collezionisti di immagini di questo tempo. Mi piace pensare e domandarmi cosa penserà chi abiterà questo mondo fra cent’anni dei miei collage.

Il Premio o il riconoscimento che ti ha più gratificato qual è stato?

Il premio più prezioso è quello di continuare a fare ciò che faccio tutti i giorni e di essere in grado di farlo, non importa se solo per una o due ore. L’uomo con un idea può cambiare tutto, credo quindi che il più grande premio per me sia quello di avere una sola chiara idea.

Cosa ti piace e non ti piace di te e della tua arte?

Quello che non mi piace di me stesso forse è quando arrivo ad essere molto duro con me stesso pur essendo consapevole che non posso cambiarmi, lasciando così andare tutto ciò che è naturale che venga. Quello che non mi piace dell’arte in generale è quando arriva ad essere molto snob e esclusiva, perché credo che sia fatta per tutti e non solo per pochi.

Molti artisti hanno un nome d’arte, il tuo, se lo hai, qual è?

Non riesco a creare dei soprannomi all’altezza, quindi ho pensato che pensandone uno ne sarebbe scaturito uno veramente stupido che avrebbe rovinato tutta la mia carriera artistica. Ho lasciato dunque che sia a parlare il mio vero nome per me.

Progetti per il futuro?

Non ho dei veri piani per il mio futuro prossimo perché non posso conoscerlo. Finché posso lavorare credo che questo possa creare il mio percorso. Voglio dire, per esempio, fino a due ore fa non sapevo di dover rispondere a questa intervista! È questo quello che voglio dire, non si sa mai cosa sta per accadere…e questo mi piace molto. Grazie mille a tutti!

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Walter Paganuzzi

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