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Arctic Monkeys live in Rome – L’adolescenza vista dalla luna

Gli Arctic Monkeys tornano a Roma dopo 5 anni, lo fanno alla Cavea dell’Auditorium, che per l’occasione diventa un catino ricolmo di gente, pronto ad abbracciare il palco, che giganteggia a ridosso della platea.

Il colpo d’occhio iniziale sulla scena segna una netta discontinuità con il passato: in 8 sul palco (compreso il bassista dei Tame Impala, Cameron Avery, che ha aperto il concerto), Alex Turner al piano e il solo logo “monkeys” a campeggiare sullo sfondo. Si comincia con l’allarme ansiogeno che così come nel video ufficiale, fa da preludio a Four Out of Five, accolta con grande trasporto dal pubblico, a dispetto della sua recente uscita. La rivoluzione portata avanti dal gruppo in questi anni è palese e il riff principale della canzone, più il suo ritornello assassino, sono il modo migliore per invitare a prendervi parte. A Seguire partono Brianstorm, Crying Lightning, la granitica Don’t Sit Down ‘Cause I Moved Your Chair e la piuttosto sgonfia Fireside, quasi a scandire in linea temporale il percorso che li ha portati dall’estetica rissosa dei pub di Sheffield alla vocazione mainstream di AM, passando quella scelta di vita che è stato il trasferimento a Los Angeles. Se con 505 si tocca il momento più intimamente nostalgico della serata, la sequela tra One Point Perspective e American Sports è uno dei passaggi più interessanti del disco, che non tradisce la resa dal vivo, vedendo Turner abbandonare – per l’unica volta – il centro della scena per andare alle tastiere così da rifinire il passaggio dalla prima, in cui da libero sfogo alle sue qualità recitative alla Leonard Cohen, alla seconda, in cui protagonista è invece l’incalzante corsa armonica del piano.

Arrivati a metà concerto il messaggio è chiaro: tuffarsi nella tensione tra gli Arctic che parlano d’amore al suo stato più ingenuo in Cornerstone (“Please con I call you her name?”) e gli Arctic che strizzano l’occhio alle tematiche sociali rivolgendosi a Zuckerberg (“Mark’s speaking, please tell me how may I direct your call”) nell’omonima dell’ultimo disco, o rimanerne vittima della contraddizione.

La prima del disco d’esordio arriva tardi, è una The Wiew From The Afternoon, piuttosto smorzata nel ritornello, presto redenta da una massiccia esibizione di Do I Wanna Know? che conferma la sua dimensione da stadio e conclama il suo ruolo di inno borghese degli anni ’10. Mentre il resto del gruppo inizia a rendere palpabile l’asincronia emotiva con il loro frontman, quest’ultimo ricambia azzannando con ancora più vigore la scena, prima dando libero sfogo alla sua vena da rockstar beatlesiana in She Looks Like Fun, poi sfruttando l’atmosfera straziante di Pretty Visitors per dannarsi, cantando in ginocchio a pochi passi del pubblico, in piena trance.

L’encore inizia con I Bet You Look Good On The Dancefloor e finisce con RU Mine?, le ultime scariche di adrenalina che portano agli unici veri e propri poghi della serata, in un parterre ormai congestionato fino allo stremo. La serata termina dopo poco più di un’ora e venti di musica, lasciando un pubblico tendenzialmente “filo-AM”, ma piuttosto eterogeneo nell’età e nei costumi, più che soddisfatto. Chissà se questo sarà il loro ultimo tour, dato l’ormai scarsa sinergia che intercorre tra i membri della band e il motivo esagonale che percorre Tranquility Base Hotel + Casino, che tanto ricorda una bara, quasi pronta a suggellare le vicissitudini giovanili dei 4, quelle adolescenziali del pubblico e quelle dell’indie rock degli anni zero.

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