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Letteratura

La voce dell’innocenza

32 Tres Roemer

Era la voce dell’innocenza, l’elegia della verità, l’apologia del più alto sentire.

Ma l’hanno zittita con gesti insofferenti e di rabbia. L’hanno percossa e abbandonata sul ciglio, rotolata sui massi, ingiuriata la memoria, mistificati la tradizione e il ricordo. Leggi tutto

Intorno all’albero alto si balla

61 Vero Firidolfi

Alla luce densa espongo le mie ossa e i muscoli che le ricoprono per poterli vedere e riconoscere come parte del mio corpo. Alla luce che diffonde le promesse del giorno alzo le mani e guardo. Mani di uomo, fatte per il lavoro, costruite secondo una struttura prensile e opponibile per compiere azioni complesse. Guardo il petto dentro il quale si espande il respiro. Lo vedo da sopra e soltanto in parte. È il luogo che preme più forte, che spara di gran cassa, esalta, uccide e rilancia più in alto. Si contrae come un mantice. È la membrana a pieghe di uno strumento attraversato dall’aria. Latra e respira. Riannoda e compone insieme note atmosferiche, nenie velate che si sfaldano a grani. È voce dal ventre e di petto, vibrante di interferenze grasse.

Guardo le gambe che mi conducono dove credo giusto andare: muscoli tesi e polpacci ben fatti.

Mi alzo, mi distendo, agito braccia e dimeno arti. Non comprendo chi sono. Quello che vedo è un bipede eretto su quelle gambe.

Ascolto rumori e ne produco. Quando cammino, respiro, penso. Quando urto un oggetto, quando apro, sollevo e appoggio, quando parlo e dico quello che penso.

Ho calpestato la terra, calpesto la terra e talvolta le persone che la calpestano con me. Compongo gli stessi teoremi e mi ci sperdo, infognato nello scialo del pensiero lucido, nello smarrimento del disegno e del progetto. La guazza è il campo da gioco, il teatro, la promenade.

Mi alleo con il cuore e con la pancia, con la testa e col furore. Ira di nervi, languori di stomaco, esternazioni del corpo, bramosie ludiche, atti di forza assommo e accompagno. Ogni giorno. Assommo e accompagno. Seleziono, rifiuto, comprimo l’azione al risparmio, per inazione e codardia, per non vivere più sul discrimine pericoloso, e scelgo la pianura del tedio. Al muro di intonaco giallo mi accosto e ne imito le campiture, mimetico e non visto. Imparo dalla lucertola e riscaldo il sangue.

Chi si è fatto scorgere e ha alzato la testa, chi si è fatto vedere è morto. Chi ha proiettato l’ombra sbieca, ma netta, ha perso. Anche il mio vicino si assesta sul giallo, di giallo si dipinge le mani, il corpo e sonnecchia al sole. Apprende dal camaleonte e prospera.

Un amico non mi parla da mesi e io lo ricambio. Il silenzio ci copre entrambi di un panno fitto, ci nutre di un pane denso che divoriamo a morsi per riempire le mascelle, e non dire.

Leggo e mi riconosco. Riconosco in me l’eterno pensiero di chi ha spaccato la pietra per trarne un automa inanimato, simile al suo fautore. Un gigante con mani e braccia potenti ha percosso il maglio sul ferro e dalla pietra ha tratto, dall’intonso ha estratto.

Per quanto tempo? Per quanto tempo ancora lascerò che le parole vaghino e il canto si espanda fino all’orizzonte ultimativo della sera senza che alcuno l’abbia ascoltato, senza che alcuno abbia pianto o riso con me?

Conosco le domande ma non posseggo le istruzioni di montaggio, la morale della storia, il premio per il gioco, l’onore del podio. A domanda non rispondo e vorrei essere ottuso.

Traccerò un solco con aratro spinto da buoi. A fatica forzerò le zolle, profanerò la terra, calerò una mano e deporrò un seme. Quante mani purificate al lavacro hanno deposto un seme e quante altre hanno pestato il seme, disperso quel seme, tracciato un altro solco, eretto mura sbieche e hanno prosperato?

Sarai contadino o devastatore? Sarò contadino o devastatore? Apprenderò a fatica le leggi di natura. Le interpreterò applicandole soltanto in parte. La mia natura è prendere parte e distaccarsene? Presente ozioso, estraneo presente, alacre lontano. Vedo la mia immagine riflessa alla finestra di fronte, della facciata di fronte e come l’amico di Gatsby ne contemplo il contorno alieno, l’assenza da qui, l’astanza frontale e vetrosa.

Di certo gli anni mi daranno risposta, se avrò tempo, mi daranno risposta. Quando concederemo tempo all’attesa avremo risposta.

Ai rami più bassi degli alberi intorno, al centro del nostro villaggio, qualcuno ha appeso foglie di carta scritte con larghe parole. Inchiostro nero e rosso è stato deposto. Sulla carta giace allungato, in stringhe di versi, il vero.

Il vero è stato tracciato.

Gli uomini, a turno, si avvicinano ai rami, staccano le foglie ed enumerano interpretazioni possibili. Traggono insieme il responso, mentre le foglie disposte e scomposte dal vento, riprendono a narrare alterne vicende. Non avranno resta il migrare dei giorni, lo sciame degli anni, la coda di latte stellato che corre dietro agli eroi segnalatori del destino nel cielo.

Se crederai avrai fortuna. Se crederò non cadrò e alla caduta farò seguire il colpo di schiena, l’ardire dei sensi, l’invito alla lotta, l’ascesa.

Sul villaggio una coperta d’inchiostro notturno drappeggia le case, s’accendono stelle come fuochi a consumare la sera. L’albero al centro è stato addobbato con luci e lampade a grappoli. L’albero alto è stato addobbato di luci e lampade a grappoli.

Stasera c’è festa. Stasera si balla! Intorno all’albero alto si balla!

Mani sorelle in tondo, in tondo. Occhi ridenti e guance incendiate. Fratelli accanto a fratelli s’accostano al vino. Scorre nel sangue il vigore della vite. Nella carne scorre il sangue dell’uva.

Stasera si balla!

Segnali di fumo dalla poesia del XXI secolo

32 Lucia Schettino, Expellere

La poesia è morta. O se è viva si nasconde bene. Cancella le sue tracce con cura. È l’impressione che si ha entrando fra le quattro pareti di un’aula universitaria, in cui almeno un centinaio di studenti rimangono muti davanti a chi chiede loro il nome di cinque poeti viventi. Gli studenti sono iscritti a lettere, inutile specificarlo. Il professore è (non di solito, ma in questo caso sì) clemente. Ripete la domanda puntando a ribasso. “Ditemi il nome di tre poeti che non stiano diventando humus per i gerani di mia nonna”. Il silenzio si fa imbarazzante. Quando poi, un po’ estenuato, procede nella sua asta a ribasso, chiedendone “uno solo!”, gli studenti sembrano fingere di non capire bene la domanda.

Ma il professore è uno cool, uno di quelli che si siede sulla cattedra come a Yale. Non la mette giù tanto tragica e conclude: “la poesia sta morendo”. La prima impressione, dicevo, è che abbia ragione. Se nemmeno un centinaio degli intellettuali di domani (espressione che suona un po’ alla Mulino Bianco, ma, in fondo, chi se non loro?) sanno citare un poeta vivente, allora poeti viventi non ce ne sono. O, se ci sono, non li legge nessuno, che poi, nel berkeleyano mondo editoriale, non essere letti significa non esistere.

Eppure la prima impressione inganna. A volte anche la seconda e la terza non sono affidabili. Ma per far cadere lo scetticismo basta qualche nome, qualche suggerimento. A scuola si arriva raramente a parlare di Zanzotto, Sereni, Caproni (se non ci siete arrivati, per oggi vi basterà sapere, che sono tutti morti). E se nessuno fa altri nomi, fra i banchi del liceo si finisce per credere che la neoavanguardia sia una bella esplosione, il suicidio in grande stile della poesia contemporanea. Ok, ragazzi, d’accordo. Tutto bello, i Novissimi, il Gruppo ’63 e non so che altro, ma sono passati cinquant’anni!

Sono passati cinquant’anni e ancora i nomi dei grandi poeti contemporanei stentano a entrare nelle università. Nei licei, poi, nemmeno l’ombra! Nomi come Antonella Anedda, Patrizia Cavalli, Milo De Angelis, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla. Si potrebbe continuare, ma mi fermo a cinque. Abbastanza per accontentare quel professore e, forse, trattenerlo dal concludere azzardatamente che la poesia sta morendo.

Vi propongo tre testi. Solo tre perché questo articolo è già troppo lungo e voi, come me, avete certo un oceano di cose da fare. Tre testi che verranno interrotti dal cellulare che vibra nella tasca, dalle notifiche di Facebook, dai pensieri e il mal di stomaco per il prossimo esame su Guittone d’Arezzo (per carità, viva Guittone!). Alla fine, magari, penserete anche voi che la poesia sta morendo.

Io invece continuerò a credere che saremo noi a morire, se non riusciremo a trovare la cura per leggere una, due, tre poesie.

Sabbia

Tu non lo sai, ma io spesso mi sveglio di notte,
rimango a lungo sdraiato nel buio
e ti ascolto dormire lì accanto, come un cane
sulla riva di un’acqua lenta da cui salgono
ombra e riflessi, farfalle silenziose.
Stanotte parlavi nel sonno,
con dei lamenti quasi, dicendo di un muro
troppo alto per scendere sotto, verso il mare
che tu sola vedevi, lontano splendente.
Per gioco ti ho mormorato di stare tranquilla,
non era poi così alto, potevamo anche farcela.
Tu hai chiesto
se in basso ci fosse sabbia ad aspettarci,
o roccia nera.
Sabbia, ho risposto, sabbia. E nel tuo sogno
forse ci siamo tuffati.


Fabio Pusterla da Corpo Stellare (Marcos y Marcos, 2010).

 

[Cuci una federa per ogni ricordo, mettili a dormire,]

Cuci una federa per ogni ricordo, mettili a dormire,
dai loro il sonno di un lenzuolo di lino.
L’edera rende la notte verde.
Una mela cade sull’erba ma tu imbastisci e cuci.
Servono aghi e forbici. Serve precisione.

Antonella Anedda da Salva con nome (Mondadori, 2012).

La curva

Nella curva, la stessa, in montagna, scendendo
dalla macchina, mia figlia, piccolina,
vomitava, per strada, tutti gli anni, inevitabilmente.
Ormai la conoscevo:
come al nostro santuario, ci fermavamo
per consolarne i pianti, pulirla e passeggiare
lungo il tornante dell’alba.
Altre vacanze, noi vecchi, lei cresciuta,
ma quella sosta mi rimane in mente,
cruna della nostra famiglia nella fuga
in Egitto. Ogni famiglia è in fuga,
solo l’Egitto cambia.

Valerio Magrelli da Il sangue amaro (Einaudi, 2014).

Il frutto proibito

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Dal 2 al 4 febbraio anche noi saremo ospiti al Fruit di Bologna per presentare il nuovo numero di Rapsodia: #queer! 
Un numero interamente dedicato alla decostruzione delle apparenze sociali, che rifiuta le categorie identificanti e propone una varietà di ridefinizioni dell’identità attraverso esperienze artistiche sempre al limite dell’ambiguità, tra norme e deviazioni. 

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Quell’oscuro oggetto del Nonfiction

63 Sophie Vanhomwegen, Cactushead

Il ricco scapolo Juan Pablo Galavis, ex-calciatore venezuelano di trentasei anni, deve trovar moglie. Un manipolo addestrato di ventisette ragazze dai capelli splendenti, segregate in una bella villa con piscina, combattono l’una contro l’altra per conquistare il cuore di Juan pie’ veloce, Achille romantico in giacca e cravatta. Riuscirà Juan a scovare, tra quelle assatanate di matrimoni, la moglie devota che il destino crudele continua a negargli? Leggi tutto

How to See Past Things with Words

Copertina saggio Leonid (Cecilia Gioria)

1. Metaphor tends to cling to memory, like profuse algae filming over promisingly pristine water. Getting ‘at’ memory, we thus get out conceptual hands coated all over in figures, in figurative language.  Leggi tutto

Rapso Birthday!

RAPSOBDAY

In occasione del terzo compleanno di Rapsodia stiamo raccogliendo versi e immagini  fino al 26 febbraio per creare una cartolina artistica a tiratura limitata.

On the occasion of the third birthday of Rapsodia we are collecting verses and images until February 26 in order to create a limited-edition artistic postcard.

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