luisa terminiello

«Chi è Caino tra noi?» Intervista di Andrea Corona all’artista partenopea Luisa Terminiello.

Commentare l’arte, si sa, non è cosa facile. E ancor più arduo è chiedere allo stesso artista di spiegare, traducendo in parole, il significato delle proprie opere. È divenuta celebre, in ciò, un’intervista radiofonica del 1942 in cui Matisse dichiarò «Volete dipingere? Allora dovete tagliarvi la lingua, perché la vostra decisione vi toglie il diritto di esprimervi in qualsiasi maniera se non con il pennello». Nondimeno, un’intervista può servire, appunto, anche a questo. Luisa Terminiello, vuoi presentarti ai lettori di «Rapsodia»?

 

Posso quindi allegare un’immagine? Mi sentirei più a mio agio.

luisa terminiello

L’autrice transgender Fabrizia Di Stefano ha scritto una volta che si può intervenire sul corpo affinché porti il segno di una storia propria e non si riduca a quel corpo «tutto impresso di storia» di cui parlava Foucault. Il corpo, insomma, può essere manipolato, modificato, ma proprio perciò farsi soggetto, portatore di una biografia. Ecco, quali storie raccontano le tue fotografie?

 

Il corpo in quanto tale è già portatore di una storia propria, ancora prima di essere manipolato in direzione di un aspetto immaginato, ancora prima ci siamo fatti male giocando da piccoli, e le cicatrici non volute erano il nostro orgoglio. Il corpo è una storia alimentata quotidianamente, ogni parte del corpo ha voce per una narrazione. Io ricerco in quelle immagini chiamate fotografie delle storie brevi e sospese, ambigue, e sorprendenti, come alcune delle cicatrici procurateci da piccoli senza accorgercene.
Ancora sul rapporto tra soggetto e oggetto, vorrei girarti una domanda che Jean Baudrillard poneva nel saggio Il delitto perfetto: «Le situazioni interessanti sono quelle in cui l’oggetto si sottrae, diventa inafferrabile, paradossale, ambiguo, e infetta con questa ambiguità il soggetto stesso e il suo protocollo d’analisi. Ci si è sempre preoccupati delle condizioni nelle quali il soggetto scopre l’oggetto, senza esaminare affatto quelle nelle quali l’oggetto scopre il soggetto. Ci vantiamo di scoprire l’oggetto e lo concepiamo come se attendesse tranquillamente di essere scoperto. Ma se fosse esso, l’oggetto, che si scopre in tutta questa faccenda? Se fosse esso a inventarci?»

 

Il tuo lavoro non sussiste se non hai a chi rivolgere domande, le risposte non hanno credito se non vengono ascoltate.

Il mio lavoro non sussiste se non ci fosse sete di informare e deformare una realtà, e in ultimo non sussisterebbe se assente l’esigenza del riconoscersi in un’immagine riflessa.
Ora chi è soggetto e chi oggetto? Chi è Caino tra noi?

luisa terminiello

Sono d’accordo. “Informare” vuol dire innanzitutto “dare una forma” – a una realtà, una figura, un corpo. Guardando le tue mostre fotografiche (ad esempio “Osmosi”) vengono subito in mente la filosofia del corpo e in particolare quella francese, che insegna il concetto di “espeausition”, ovvero l’implicazione che l’esposizione sia sempre, innanzitutto, esposizione della pelle (“peau”). «Una pelle variamente piegata, ripiegata, spiegata, moltiplicata, invaginata, esogastrulata, orifiziata, distesa, tirata, tesa, rilassata, eccitata, infiammata, legata, slegata. In queste forme e in mille altre (il trascendentale è nella modificazione infinita e nella modulazione spaziosa della pelle) il corpo dà luogo all’esistenza»: quanto queste concezioni (nella fattispecie tratte da Corpus di Jean-Luc Nancy) aderiscono alla tua poetica?

 

Fortunatamente la poesia non ha forma circoscritta, ne siamo tutti portatori sani.
Prima di ogni tipo di esposizione viene un percorso, la ricerca dell’attuare un’ossessione. Lo è stato il mio anno di ricerca all’interno del Museo Archeologico di Napoli, “Osmosi” si ritrova ad essere la parola che allineerà le identità nate dalle composizioni cercate e create tra corpi e statue.

Due identità che danno vita ad una terza, di respiro.

In un libro noto, nel momento in cui l’autore da piccolo pone ad un adulto il disegno poco intuibile del boa che ha ingoiato l’elefante, quell’immagine deve restituire a chi si trova davanti la domanda del cosa ci sia dietro.

L’identità è un gioco, serio come quello dei bambini.
Restando in tema di filosofia del corpo, ma stavolta italiana, in Nudità di Giorgio Agamben si legge che «Quanto più il cittadino metropolitano ha perduto l’intimità con gli altri, quanto più è diventato incapace di guardare i suoi simili negli occhi, tanto più consolante è l’intimità virtuale con il dispositivo, che ha imparato a scrutargli così in profondo la retina. Quanto più ha smarrito ogni identità e ogni appartenenza reale, tanto più gratificante è essere riconosciuto dalla Grande Macchina, nelle sue infinite e minuziose varianti». Questa frase, riferita alla macchina virtuale di Internet, può valere secondo te anche per un’altra macchina, quella fotografica? E quale rapporto hai, infine, con la tua città, Napoli? Di intimità o distacco?

 

In un tempo didascalizzato con la parola civiltà, di civile rimane solo l’uomo che sopravvive all’abbrutirsi.
Ogni abuso porta all’abbrutimento, il virtuale è nato come mezzo, sinonimo di progresso, ad oggi abusato è diventato un filtro che restituisce informazioni composte da parole, cronaca, immagini, il tutto in maniera distorta.

Le immagini sono vittime e carnefici di un virtuale. Bisogna esserne consapevoli per farne l’uso migliore.

Stesso senno quello che mi porta qui, in questa terra, di cui abuso riempiendomi gli occhi e il cuore.

Napoli è una sirena, tu resisteresti al canto straziante di una sirena? Io non sono ancora pronta a lasciarlo, voglio tentare di allietarlo, ancora per un po’.

 

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