Run

Ero fermo

Ero fermo e ti guardavo da dietro il vetro. Docili prima della partenza eravamo entrambi, docili nell’attesa. Io rimanevo dietro il vetro e tu dall’altra parte.

Avevamo giurato, avevamo intrecciato le mani, stretto le spalle e le braccia, i fianchi, seduti uno accanto all’altra mentre il cuore batteva e gli anni dello studio erano finiti. Io ti facevo il ritratto e tu posavi, piangevi, ti asciugavi e ti rimettevi di tre quarti. Non sapevamo che un ultimo segno di grafite sul foglio per tracciare l’onda, l’onda increspata dei capelli, sarebbe stato sufficiente. Quel segno, quel contatto, la punta pastosa sul foglio increspato sarebbero stati sufficienti. Rossi in faccia e per non prenderci sul serio imbastivamo senza filo e senza ago. Immaginavo quanto sarebbe stato e tu ci credevi. Cercavi disegni arditi e trovavi tracce di ambizione celata.

Mi mancherai, mi mancheranno i tuoi occhi sui quali deporre il bacio del mattino, mi mancherai quando sarò triste e tu, cinica esponenziale, mi torturavi piano. Mi mancherà quando dicevi che io non ero in grado di capirti e di dimostrare quanto avrei dovuto comprendere l’ansia vile, la tensione dei nervi, il pulsare dei gesti per ravvisarne di altri, per colmare la cupole iridescenti col pensiero e slanci arrischiati.

Eravamo verdi e teneri. Eravamo ancora frotta di uccelli vicini e compagni. Eravamo squame e branchie aperte, sgargianti di vita, sgargianti di rosso, in preda alla vertigine per rincorrere la corrente.

Eravamo col naso appiccicato al vetro, come cuccioli dalle zampe nervose, come giovani uccisi dal tedio e sprizzanti giorni protesi, azioni convulse, tenere incertezze, gesti inesperti.

Eravamo col futuro davanti, o forse già alle spalle.

Mi mancherà il traffico sotto casa, che quando c’era lo odiavamo insieme. Mi mancherà il passo certo sotto casa e il passo incerto contro il mondo. Mi mancherai tu quando io ero già dentro e t’aspettavo, bagnato più di te per aver attraversato la pioggia con lo zaino sulla testa. Non ho più uno zaino. È stato ingoiato dall’armadio. Accanto i vestiti di allora, che non si usano più e sarebbe strano metterli ancora, una volta c’ho provato ma sembravano di un altro, quando un altro usciva e rientrava a balzi sui gradini di marmo. Il marmo raccontava le storie a macchie più scure. Le stringhe e le vene grigie ci sono ancora ma forse non ho più gli occhi giusti, la mente ludica e malleabile, lo sguardo per vedere e credere alle mille novelle, alle storie per un anno, alle mille e più mille parole lette e rincorse sulla pietra loquace. Non ascolto. Non ascolto più le storie di animali con zampe di foglia che aggrediscono cacciatori armati di elici attorti e di scudi a conchiglia.

Mi mancherà la maniglia del portone. Mi mancheranno gli sguardi dei vicini che ci avevano sentiti. Mi mancherà il freddo e il caldo, io che ti copro e tu che non vuoi, io che ti soffio in faccia per gioco, tu che socchiudi gli occhi ridendo. Eri grande e minuscola, come il giorno bambino e il cuore leggero, come l’alba incorrotta e il polso sottile, come l’ombra fresca e azzurra sotto gli alberi, come un telo di pioggia che getta laghi gonfiati dal vento tra la terra e il cielo basso. L’ascesa sul tetto apicale dei nostri pensieri e la corsa forsennata giù per le scale nell’incavo della casa, nel grembo tiepido delle perturbazioni accese.

Abbracciavamo gli alberi. Respiravo annusando la corteccia, tu staccavi una scaglia e la mettevi in tasca. La stringevi protetta dalla stoffa impermeabile con pugno fermo, la stringevi e io immaginavo la tua mano dentro la tasca serrare il legno. Ci sentivamo ricchi senza ragione, potenti e liberi di ordinare. Galleggiavamo sui massimi sistemi, sull’ordine delle cose e all’ordine delle cose chiedevamo di cedere sotto il nostro passo.

Io non sapevo raccontare le storie che aspettavi e tu non conoscevi tutte le corde. Eravamo amici, forse solo grandi amici e non lo sapevamo? L’avevo capito da subito e mentivo al mio viso di fronte allo specchio. Anche tu lo sapevi e mentivi al tuo viso riflesso sul vetro come di fronte a uno specchio.

Mi mancherà la voglia che avevi di non fermarti, che mi mandava in bestia. Mi mancherà che io ero a nord quando c’eri anche tu talvolta e poi ti spostavi. La notte prima avevamo dormito a casa, all’ultimo piano del palazzo, l’ultimo della città. Un paradosso che tagliava il verde di bianco. Ci si poteva tuffare sulla città, da sopra la collina, da sopra la collina verde e gialla di maggio. E la città ci avrebbe preso con le braccia di cemento e sorretto con le mani d’asfalto. Il giorno in cui sei partita ho ripreso un libro, l’avevo lasciato da te, una camicia e alcuni fogli schizzati.

Li ho ritrovati oggi e ho riso. Li ho ripiegati.

Costruivamo la mente, appuntavamo lo sguardo, ci permettevamo di conquistare e recedere. Costruivamo ciò che saremmo stati.

Il mondo cambiava ancora piano e noi credevamo di essere più veloci. Il mondo cambiava ancora lento e un anno durava quanto doveva. Un mese e un giorno reggevano il peso delle ore. Non tutto era dovuto, ma non ci stancavamo di acciuffarlo abbrancandolo con voglia di conquista.

Apprendevamo la storia, le narrazioni e il metodo critico. Eravamo sciocchi e talvolta lo sapevamo. Ascoltavamo affermazioni e altrettante ne facevamo. Il pensiero contrapposto, il dovere che libera, la libertà che imprigiona quando diventa negazione e disimpegno.

Non ci convertiva la prima versione e ne cercavamo altre. Non convincevano il primo nome e la prima stretta di mano.

Eravamo generosi e pigri, buoni e cattivi quanto basta, ma credevamo. Avremmo frequentato il bene, riconosciuto da lontano, di chi ci amava e avrebbe continuato a farlo senza interesse.

«Insieme, per sempre» – prima di chiudere gli occhi.

Avremmo incontrato il falso, i biascicatori di parole fatue a mandibole aperte e occhi globulari distratti, impegnati a scavare le loro e solo le loro tane. Avremmo incontrato cinici venditori di se stessi e mistificatori corrotti, uomini-stecco con lingue puntute che stillano tosco e stendono gambe come corde d’inciampo, copie di acheropite da mercato delle pulci, lenti strascicatori dai piedi gonfi. Venditori e vendute, venditrici e acquirenti. Avremmo visto all’opera cervelli adiposi che assegnano ad altri il lavorio dell’impegno, che allungano mani e accaparrano il gioco.

Una mano di vernice l’ha già ricoperti.

Tornavamo dai libri alle parole, le parole che avevamo letto, le frasi che avevamo vergato di rosso perché rimanessero nella memoria. Tornavamo dalla storia alla vita del giorno, dall’impresa antica alla tensione del giorno per riconoscere la strada aperta dalle nostre azioni. Credevamo.

Quando sei partita ho lacerato la pelle, ho maledetto il giorno e imprecato contro l’autunno del giorno. Ma su gradini più adulti avevamo deciso di camminare, su un terreno che speravamo più solido avremmo lasciato l’orma. Quanti l’abbiano fatto come noi non so, quanti abbiano scantonato e disceso tagliando di costa, lo so. Li vedo, si contano ancora. Chi non credeva ha cominciato a farlo, per finzione e adeguamento, ha trovato in questo modo qualcosa che somiglia a quanto cercava. Cibo nutriente a buon mercato, il mercato della defezione e della postura relativa per diventare alfieri, cavalli e re.

Il tuo volo è stato annunciato e l’odio saliva per la voce e per l’ora che ti avvicinavano all’imbarco. Il presente scivolava alle spalle, le tingeva di una macchia liquida e abbassava il cursore fino all’emissione muta del commiato. Abrasione della gora, scioglimento del colore, traccia annacquata, l’istmo estremo, la punta di terra lanciata come un sasso solitario. L’aria ha vibrato per la pietra lanciata, l’ha vista e ne ha seguito la parabola in basso, un rumore salso si è aperto sotto la pressione del sasso e chiocciando, s’è richiusa.

Ti guardavo da dietro il vetro. Io rimanevo dietro il vetro e tu dall’altra parte.

Author: Salvatore Enrico Anselmi
Cover artwork: Eleonora Capodiferro

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