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Estetica delle differenze

È celebre l’affermazione di Jean-François Lyotard – contenuta in Discours, figure – per cui l’artista non riconcilia, bensì tollera, che l’unità sia assente. Ebbene, i lettori di «Rapsodia» avranno ben avuto modo di notare la presenza massiva dei collage che accompagnano le pagine della Rivista. Presenza non casuale, in quanto, secondo noi Rapsodi, il collage simboleggia efficacemente la filosofia delle differenze. Si tratta, naturalmente, di una filosofia estetica che va oltre la mera teoria.

Collage di Sarah Key in occasione del II anniversario di RAPSODIA (Rapso 11, febbraio 2016)
Collage di Sarah Key in occasione del II anniversario di RAPSODIA (Rapso 11, febbraio 2016)

Sì, perché il collage è, propriamente, quel che unisce ciò che differisce. Ovvero: mentre il fotomontaggio tende a celare la propria natura combinatoria (qualsiasi fotografia potrebbe essere in teoria un fotomontaggio, e senza che l’occhio di chi la guarda se ne avveda), il collage mostra il meccanismo stesso su cui si regge la sua particolarità. È un po’ come provare a incastrare due pezzi non combacianti di un puzzle o, meglio, due pezzi presi da due puzzle diversi, e tuttavia sovrapporli con la forza. Ecco, dunque: mettere insieme il dissimile, facendo collimare e collidere elementi dalla provenienza più disparata, e accorgersi con stupore che hanno un senso compiuto una volta messi insieme, uno accanto all’altro.

Le filosofie della differenza sono quelle che – passando per Gilles Deleuze, Jacques Derrida e lo stesso Lyotard – insegnano la simultaneità della scissione e dell’identità, la distanza (positiva) che immediatamente unisce (senza negatività né dialettica) i contrari.

Insomma, come ebbe a dire Lyotard nel corso di un’intervista rilasciata nel 1983 alla rivista italiana «Alfabeta» (e pubblicata con l’emblematico titolo de Il dissidio), non c’è nulla di nuovo o di rivoluzionario nella filosofia della differenza, se non quel senso di stanchezza nei confronti della teoria in sé rinchiusa; stanchezza che solo l’incontro con l’opera d’arte può superare.

Collage di Zach Collins in occasione del I anniversario di RAPSODIA (Rapso #6, febbraio 2015)
Collage di Zach Collins in occasione del I anniversario di RAPSODIA (Rapso #6, febbraio 2015)

E del resto le opere, quelle letterarie e artistiche, sono il luogo, lo spazio-tempo, o il “cronotopo” per dirla con Michail Bachtin, in cui si rivela simbolicamente il senso autentico della filosofia: la capacità di afferrare le differenze che sono nelle cose – perché è nella differenza tra gli enti che si apre la possibilità di cogliere il senso dei rapporti tra il soggetto e il mondo. Come commenta a questo proposito l’italiano Elio Franzini, quando Lyotard sostiene che l’artista tollera l’assenza dell’unità, intende dire che chi fa arte non cerca l’Essere, ma Forme e Figure in cui il logos non riesce mai a liberarsi dalla contaminazione dell’aisthesis. E, sulla stessa falsariga, si collocano anche gli studi di estetica e filosofia del francese Mikel Dufrenne, per il quale l’artista, con la sua opera, dà forma a un “misto” che è sempre, insieme, da leggere e da vedere.

Ed è forse questo il solco in cui, pur mantenendo forte la sua autonomia di pensiero, si inserisce «Rapsodia».

di Andrea Corona

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