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Evergreen – un Calcutta per tutte le stagioni

Era probabilmente il disco indie (o itpop?) più atteso. 906 giorni dopo l’ottimo Mainstream, Calcutta libera “fra la gente” Evergreen. Nel frattempo il movimento ha raggiunto un picco di popolarità difficilmente pronosticabile. I club si sono fatti improvvisamente stretti, e gli artisti indie più famosi sono approdati o approderanno nei prossimi mesi nei grandi palazzetti dello sport. O, come nel caso della voce sempre fuori dal coro di Calcutta, all’Arena di Verona e allo Stadio Francioni di Latina.

Appare quindi spiazzante la prima traccia del disco, un pezzo scritto nel periodo immediatamente successivo al gioiellino Forse…. Briciole è una melodia spoglia, quasi disneyana, immersa in un Rhodes e delineata dalle ormai abituali, sempre efficaci, intuizioni liriche di Calcutta (ti ricordi, andavamo a passeggiare nei ricordi). Scongiurato già alla prima traccia il rischio di un disco eccessivamente ruffiano, ci si tuffa nel singolo Paracetamolo, che al sicuro sing-along del ritornello accompagna una spiazzante frazione onirica. Con i tre singoli (gli altri due sono Pesto e Orgasmo) Edoardo D’Erme conferma di essere un autore pop in grado di comporre earworm assassini, capaci di piacere tanto alle signore di TV Sorrisi & Canzoni, quanto agli hipster di Noisey. In grado di far cantare tanto tutte le strade mi portano alle tue mutande chiunque li incontri lungo la propria strada.

L’album prosegue con due canzoni già suonate dal vivo da Calcutta anni fa, ma se Saliva resta spoglia, sullo stile del Calcutta del primo disco, Kiwi rende bene l’idea dietro questo nuovo corso, venendo ornata dalla band che ha inciso il disco (che merita una citazione perché veramente eccellente, in grado di servire le tracce senza mettere in mostra un virtuosismo di cui pure sarebbe capace, capitanata da Giorgio Poi alla chitarra, con Matteo Domenichelli al basso, Bruno Belissimo alle tastiere e Davide Sollazzi alla batteria). Hubner è una ballata delineata da precisi riferimenti geografici (come del resto buona parte dei testi di Calcutta), molto romantica. Fare come Dario Hubner si riferisce al centravanti triestino, che finì al Piacenza per stare più vicino alla moglie, vivendo la miglior stagione della sua carriera.

Il disco non è certo perfetto, perde un po’ di mordente nella seconda parte, dove cala l’attenzione dell’ascoltatore. Ci sono tracce fuori fuoco come l’insipida Nuda nudissima o l’eccellente idea di Rai (raccontare la prima volta da ospite a Quelli che il calcio, lo sbarco nel mainstream televisivo, come fosse la sigla psichedelica di un programma) eseguita in maniera non proprio impeccabile. L’album risulta forse un po’ troppo breve, soli 31 minuti di cui peraltro 10 già usciti come singoli, e forse si presta più a un moderno ascolto mordi e fuggi delle varie canzoni che a un unico ascolto continuativo, in cerca di significati nascosti (che magari spesso non ci sono) dietro i testi a tratti autobiografici, a tratti nonsense, sempre ironici e gradevoli. Ma è un buon lavoro, degno successore di quel Mainstream diventato inconsapevole responsabile di questo prepotente ritorno di fiamma dei giovani italiani per la musica italiana. Ed è sicuramente un ottimo traguardo.

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