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Fra voce e parole – Intervista al poeta Claudio Pozzani

Poeta dalle mille risorse, performer, romanziere e direttore artistico, Claudio Pozzani è nato a Genova nel 1961, dove vive tuttora. La sue opere, in prosa e in poesia, hanno riscosso successo in Italia e all’estero, anche grazie alle sue particolari performance poetiche. Questa è l’intervista che mi ha rilasciato il 24 maggio 2018 a Montreal.

Claudio Pozzani, all’inizio della tua raccolta di poesie La Marcia dell’Ombra (2009) ribadisci la priorità che l’aspetto orale ha nella poesia. Dici di privilegiare il momento ‘live’ della performance alla staticità della pubblicazione, arrivi addirittura a definire le tue poesie delle ‘canzoni parlate’. Ma è sempre stato così?

L’idea dell’oralità nella poesia è una cosa che mi ha sempre toccato. Da bambino mi aveva colpito moltissimo la recitazione dell’Odissea fatta in TV da Ungaretti. Era come se facesse vivere la poesia attraverso la voce. Da quel momento ho sempre pensato che, certo, scrivere poesie è importante, ma bisogna anche saper dar loro la voce di cui hanno bisogno. Quando ho iniziato, più tardi, a scrivere seriamente, mi è rimasto questo interesse per la recitazione e un’attenzione al contatto col pubblico. Non ho mai fatto scuole di teatro, ma ho lavorato molto su me stesso, non solo con la poesia. Un’altra mia grande passione è la musica rock, in cui la dimensione orale e in cui il contatto con il pubblico è ancora più diretto. Il ritmo, la scena sono elementi fondamentali per la mia poesia come per la mia musica. Non a caso la mia prima opera poetica è stata un CD, non un libro.

La tua poesia è difficile da etichettare. Si trovano forme ritmiche e metriche molto diverse, così come vari sono anche i contenuti e il tuo modo di renderli di volta in volta con l’inchiostro e con la voce. Quali sono le tradizioni poetiche da cui la tua poesia si origina?

Nella mia poesia si trovano tracce di moltissime influenze. Prendere molti spunti e miscelarli nel frullatore della propria esperienza e della propria sensibilità è ciò che fa grande un poeta. Ci sono però delle influenze che nei miei testi si sentono maggiormente. Da una parte quelle dei romantici francesi e tedeschi, Baudelaire, Rimbaud, Nerval, Lautréamont; dall’altra parte il futurismo, che mi ha aperto un altro tipo di visione. Queste due sono le maggiori fonti di ispirazione della mia scrittura. In particolare l’idea di un’opera d’arte totale, in cui si fondano immagini, suoni, ritmo, parole provenienti da universi diversi mi ha sempre affascinato. La possibilità di mettere le parole una contro l’altra, di spiazzare il lettore e ancora di più, l’ascoltatore è una forza incredibile della poesia.

Nei tuoi testi la vena lirica sembra essere, se non assente, comunque secondaria rispetto al cotè che definirei sperimentale. Che rapporto c’è, nella tua opera, fra poesia, sperimentazione e lirismo?

Non sono molto d’accordo con la tua affermazione. Io mi considero un poeta classico, non sperimentale. Difficilmente uso un surrealismo criptico come quello dei movimenti Dada o del Gruppo 63. Uso sempre parole e sintassi comprensibili, per arrivare non solo al cervello, ma anche al cuore e alla pancia delle persone. Nella scrittura e nell’arte ci vuole rigore, ma soprattutto passione e credo che la mia poesia cerchi di incarnare questa duplice necessità.

La tua poesia si potrebbe avvicinare, almeno nella modalità di recitazione, allo slam. Sia nelle tue raccolte di testi recitati, che nelle tue performance live l’oralità è fondamentale per apprezzare appieno le tue opere. Come ti situi in relazione ai movimenti contemporanei dello slam e della poesia sonora?

Quando si parla di oralità ci sono varie branche diverse da tenere in considerazione. Tutte discendono dal futurismo, portando alla poesia sonora, poi al rap e allo slam. Io penso che il rap abbia riportato in auge due elementi che erano completamente scomparsi nella poesia del Novecento: la rima e la metrica. Per quanto riguarda lo slam, trovo positivo che avvicini il grande pubblico alla poesia, ma credo che non lo si debba identificare con la poesia. Lo slam è un’ottima palestra per poi diventare poeta, ma è – almeno in Italia – una via spesso troppo vicina a quella del cabaret, in cui si cerca spesso l’effetto comico. Gli slam in Germania, in Francia e negli States sono più vicini alla poesia orale vera e propria, e quindi poeticamente più interessanti. Organizzando il Festival Internazionale della Poesia vedo spesso molti paraocchi, molte barriere fra chi partecipa agli slam e poesia più classica, fra poesia lineare e poesia sonora. Io cerco di andare oltre queste distinzioni, utili per orientarsi, ma che rischiano di diventare un limite alla possibilità d’espressione.

Per quanto riguarda l’aspetto contenutistico e tematico della tua poesia, uno dei temi prevalenti della tua poesia è quello dell’esclusione, del rifiuto. Penso a testi come “Una vita fuoriposto”, “Sono”, ma anche “Ho vomitato l’anima” e molti altri. Che cosa ti porta a esprimere questa diversità nei tuoi testi?

Sono una persona serena con se stessa. Sono un outsider, e lo sono sempre stato mio malgrado. Le convenzioni sociali mi sono estranee. Da ragazzino, mi trovavo spesso a parlare di argomenti che non interessavano ai miei coetanei. Parlavo di cultura, poesia, viaggi. Mi sono sempre trovato escluso, non mi sono mai voluto identificare con un gruppo. Come dicono i francesi, sono sempre stato un electron libre. Serenità ed esclusione si leggono nei miei versi.

Per finire, vorrei chiederti che direzione sta prendendo, oggi, la poesia? In un mondo in cui, come dici tu, pochissimi leggono poesia, che senso ha essere un poeta, che senso ha dedicare la propria vita alla scrittura, lettura e diffusione della poesia?

Credo che la violenza cominci spesso laddove vengono a mancare le parole. La poesia, arricchisce il linguaggio e ci aiuta a comunicare. E la comunicazione contrasta, per sua natura, la violenza. Per me la poesia deve essere pensata come un’ecologia della parola. Oggi usiamo pochissime parole, spesso in maniera distorta. Nella nostra epoca il linguaggio è sempre più povero, i significati sono distorti o incredibilmente ridotti. Secondo me, solo una forma di nobiltà del linguaggio, come è la poesia, può essere qualcosa in grado di salvarci.

Claudio Pozzani copia

Ecco tre poesie di Claudio Pozzani e un link per poterle ascoltare con la sua voce.

La Marcia dell’Ombra

Stanno cadendo corde dal cielo

e gelide catene ti danzano attorno

È un mondo di nodi da sciogliere al buio

tra un lampo e l’altro di fosforo e grida

È un groviglio di corde che rifiutano forbici

È un pettine che s’incastra dentro chiome che non pensano

È ombra… ombra

È un battito di ciglia ancora

Mi guardo attorno e vedo muri

persino il mio specchio è diventato un muro

sui tuoi seni è cresciuta una pelle di muro

il mio cuore, i miei sensi reincarnati in muri

È continuano a piovere preghiere e bestemmie

che evaporano appena toccan la sabbia

e continuano a strisciare in un silenzio velenoso

avverbi, aggettivi e parole senza suono

E ombra… ombra…

e un battito di ciglia ancora

Del sole vedo solo il suo riflesso

nelle pozze iridescenti di acqua piovana,

della luna indovino la presenza nel buio

dal lontano abbaiare dei cani legati

La mia pace non è la mancanza di guerra

La mia pace è l’assenza del concetto di guerra

Non ombra… ombra…

ma un battito di ciglia ancora

Cerca in te la voce che non senti

(invocazione per voce, cassa toracica e solitudine)

Cerca in te la voce che non senti

mangia l’universo se non la comprendi

Basse case dai tetti spioventi

lacrimanti pioggia da gronde ormai marce

Profumo di terra, di foglie, di stagni

e sinistri paesaggi di candido marmo

Cerca in te la voce che non senti

mangia l’universo se non la comprendi

Vermi che giacciono sotto il fondo fangoso

topi che nuotano in ruscelli d’acciaio

Fumo di nebbia, auto veloci

che brucano leste tagliatelle d’asfalto

Cerca in te la voce che non senti

mangia l’universo se non la comprendi

Ombre di creta camminano stanche

scuotendo bassa la conica testa

Obliqui fantasmi stampati sul muro

ricordano fughe e cavalli di frisia

Il buio comincia a specchiarti la mente

mentre tutto diventa effervescente e verde…

A mia madre

Ti ho visto in faccia in quella stanza

io sporco di sangue e muco

tu stravolta e curiosa

Ho tentato di dirti che non ero sicuro

di voler restare fuori di te

ma le parole che avevo in testa

nella mia bocca si impastavano male

Avevo appena imparato che tutta la vita

sarebbe stata ipocrisia e paradosso

ti avevo appena fatta soffrire

ti avevo fatta sanguinare

eppure ero io a piangere e tu a sorridermi

Ti ho visto in faccia in quella stanza

mentre mi portavano via

C’era troppa confusione

per dirti quanto fossi felice

di poter finalmente dare un viso

al ventre che mi aveva ospitato

E più tardi con i miei colleghi

si discuteva di reincarnazione,

di eterno ritorno, dei cicli di Vico

ma non vedevo l’ora di rivederti

e di conoscere il tuo uomo e vostro figlio

dei quali sentivo la voce ovattata e lontana.

Ti ho visto in faccia in quella stanza

e darei tutto quello che ho per ricordarmene.

Enrico Galvagni ha studiato filosofia tra Francia, Italia e Austria. Specializzato in storia della filosofia moderna, lavora attualmente a una tesi sull’orgoglio nel pensiero di David Hume. Si interessa, fra le altre cose, di poesia, arti figurative e cinema.

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