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Il Cinema e il suo Doppio: Regista e Personaggio

TEORIA ED ESTASI

Il dibattito riguardante “quale arte abbia fatto nascere il cinema” continua a far discutere dai tempi del muto. Molti critici sostengono che esso sia figlio della fotografia, altri (come Pasolini) ritengono che il cinema discenda dalla storia dell’arte. Tuttavia, mettendo da parte l’insieme di queste speculazioni, già agli inizi del ventesimo secolo, nasceva il concetto di “teoria del cinema”, concedendo al cinema una propria indipendenza artistica. Il cinema nasce da se stesso, diventando ufficialmente La Settima Arte.

Cos’è una teoria? Hans Gadamer in Verità e metodo, partendo da un’analisi etimologica del termine “teoria”, ritiene che il termine greco theoros abbia dato origine al concetto odierno di spettatore. Il Theoros è colui che partecipa ad una festa per puro scopo contemplativo, senza esserne mai concretamente coinvolto. Quindi la teoria è osservazione. La teoria, come l’arte in generale, è voyeurismo. Il cinema si rivela essere l’arte voyuerista per eccellenza.
Analizzando la situazione sociale che generalmente si crea in una sala cinematografica, possiamo notare la somiglianza tra lo sguardo del theoros e lo sguardo dello spettatore. Il Theoros si estranea persino da se stesso nell’osservazione, sprofondando in uno stato di estasi (ek-stasis) la quale, in conclusione, gli permette di essere “pienamente presso qualcosa”.

La domanda da porsi ora è: il theoros della settima arte è solo lo spettatore?

IL DOPPIO LEGAME

Superata la fase primitiva del cinema (1895 – 1915) il ruolo della sceneggiatura iniziò ad emergere, fino a diventare basilare con l’introduzione del sonoro nel 1927: la parola, i dialoghi e i suoni assumono la stessa importanza dell’immagine. Il Divo non ha più solo un’immagine: ora possiede anche una voce. Chi sviluppa questa voce? L’autore. Nasce la branchia del così definito “Cinema d’Autore”, in cui il regista scrive la sceneggiatura e, il più delle volte, segue e dirige anche i processi di produzione e post-produzione. Durante la stesura del soggetto, l’autore già pone le basi per poter poi definire, tra la sceneggiatura ed il trattamento, l’evoluzione psicologica del protagonista.

La peculiarità dell’arte scenica, che si tratti di teatro o cinema, sta nella realizzazione di un processo che potremmo definire di “incarnazione”. Ci ritroviamo improvvisamente catapultati in quella realtà descritta da Pirandello in “Sei personaggi in cerca d’autore”, in cui il personaggio deve scontrarsi con il proprio interprete. La domanda è: cosa accade quando l’autore crea e si scontra con il proprio personaggio? Molte volte, guardando interviste fatte ai registi, ci sembra altamente improbabile che personcine così possano aver dato vita a film che paiono essere distanti dal loro modo di essere – o di apparire. Al contrario, altri registi possono lasciar trapelare una certa “eccentricità” che, per rimanere sempre chiusi in un classico stereotipo, viene giustificata dal loro “essere artisti”. Sommando i due contesti, in entrambi i casi il regista, o l’artista, non riesce a rivelarsi e ad essere socialmente accettato.

In psicologia, “il doppio legame” nasce da un’incongruenza comunicativa tra il livello verbale (cioè tutto ciò che il soggetto dice a parole) e quello non verbale (il tono di voce, la gestualità, il movimento degli occhi). Questa condizione ha effetto su entrambi i partecipanti alla comunicazione, poiché nessuno dei due rompe lo schema.
Potremmo affermare che, tra regista e spettatore, vi sia un effettivo doppio legame, ma che, diversamente da quanto avviene nella comunicazione giornaliera, esso venga 
spezzato dalla presenza del “personaggio”, cioè da quello che risulta essere un ennesimo doppio: il doppio speculare del regista stesso. Il personaggio assorbe i gesti, le azioni e i pensieri del vero Io dell’autore, diventa tutto ciò che il suo creatore non può essere. Questo processo salva lo spettatore, poiché egli sarà capace di entrare in contatto con ciò che il regista vuole realmente comunicare; ma potrebbe distruggere l’autore. Dalla psicologia, possiamo addentrarci nei meandri della psichiatria, poiché ciò che avviene all’interno (e forse anche all’esterno) del regista, è una vera psicosi. La psicosi è un disturbo psichiatrico che, in sintesi, consiste nella scissione dell’Io di un paziente. Il paziente-regista è dimezzato, vive tra il mondo che plasma in ogni sua opera (e in ogni suo personaggio) e il mondo esterno.

IL FETICCIO E LA MUSA

Storicamente parlando, il concetto di “feticcio” è sempre stato attribuito ad un oggetto inanimato che pareva possedere un potere magico o spirituale. In psicologia, invece, il feticcio si riferisce ad oggetti che sembrano assumere una connotazione sessuale, sostituendo lo stesso oggetto dell’amore.
Nell’ambito artistico, il feticcio è il soggetto che personifica l’oggetto o l’idea dell’artista stesso.

L’idea di “attore feticcio” nasce contemporaneamente con la nozione di cinema d’autore. Un regista ingaggia per una serie indefinita di pellicole, lo stesso attore, facendogli ricoprire diversi ruoli. Questo sodalizio può sbocciare per varie motivazioni: affidabilità lavorativa, amicizia o lunga conoscenza. Tuttavia un regista ricorre all’attore feticcio per fargli interpretare, oltre ai personaggi delle varie sceneggiature, il ruolo più impegnativo: il proprio alter ego. Il significato, in psicologia, del termine latino “alter ego” (altro-io) indica una seconda persona all’interno dello stesso soggetto. Questa “seconda persona” è libera di agire e prendere decisioni per conto dell’Io da cui si distacca, assumendosi la responsabilità di determinate azioni. Collegandoci al discorso fatto nel paragrafo precedente, l’attore finisce con l’impersonare la psicosi stessa del regista, tutto ciò che egli non dice o non fa nella vita reale. Questo meccanismo rende la connessione tra i due artisti decisamente intensa e forte, portando, appunto, alla creazione di più film insieme. Alcuni esempi possono essere: Federico Fellini e Marcello Mastroianni, John Ford e John Wayne, Ingmar Bergman e Max Von Sydow, Tim Burton e Johnny Depp e potremmo continuare!

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Marcello Mastroianni
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Federico Fellini

Nel caso di un’attrice, spesso ci si riferisce ad ella come “musa” o “musa ispiratrice”, con chiaro riferimento al ruolo delle Muse come divinità nell’antica Grecia. Le Muse erano figlie di Zeus e rappresentavano l’ideale stesso dell’arte, legato indissolubilmente al concetto più elevato di verità del tutto. Verità che gli artisti dovevano divulgare con le proprie opere e, per ottenere ciò, si faceva appello alle stesse Muse.

Nel mondo del cinema, soprattutto quando il regista è un uomo, la “musa ispiratrice” è colei che interpreta il suo lato femminile. In un’intervista, il regista Ingmar Bergman, riportò la seguente dichiarazione:
– Sono molto consapevole del mio “doppio-io”. Il lato cosciente è sotto controllo. Lì tutto è pianificato e sicuro. Il lato sconosciuto può essere molto sgradevole. Penso che questo sia responsabile della creazione artistica, perchè è in contatto con il fanciullo: non è razionale, è estremamente impulsivo ed emotivo. Forse non è nemmeno un “lui” ma una “lei”.

L’attrice permette al regista di dar libero sfogo al proprio lato femminile, inserendo nel concetto di “doppio” la presenza della famosa Anima junghiana: la componente femminile presente in ogni uomo. L’Animus, viceversa, è la componente maschile presente nella donna. Ed ecco che il regista si sdoppia nuovamente!

IL REGISTA E IL SUO DOPPIO

In conclusione, l’interpretazione dell’attore rompe il doppio legame, creando una comunicazione lineare tra spettatore e film, evitando incomprensioni.

La psicosi del regista viene elaborata da egli stesso tramite l’uso dell’attore feticcio che, una volta su grande schermo, comunica con noi. L’attore, in questo senso, sacrifica il proprio Io per introiettare l’Io del proprio personaggio, creato da un “superiore”: il regista/autore. Il doppio del regista è l’attore o è solo un’ennesima maschera? A tale domanda, non potremo dare una risposta esatta, poiché il doppio è intrinseco nella natura umana; anche lo spettatore si sdoppia con il fenomeno dell’immedesimazione e, come l’autore, il pubblico affida il proprio Io nascosto all’eroe che vede sullo schermo e che vorrebbe emulare.

Cosa accade, invece, all’attore? Anch’egli, oltre ad essere un personaggio è prima di tutto un uomo. Un essere umano che, come noi tutti, deve scontrarsi con il proprio doppio e, in aggiunta, con il doppio di un autore e di mille spettatori.

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