Crac!

Il finimondo linguistico di CRAC!

L’idea che mi sono fatto di Crac! è quella di un assordante encomio al distacco, un esperimento serrato sui significanti e sull’evocazione più improbabile che operano le parole, senza mai tralasciarne disegno e potenza sonica.”
La dissacrazione operata da Crac! nei confronti di tutta la poesia contemporanea ci viene spiegata direttamente dall'(anti)autore Antonio V. Lutzu, che racconta i meccanismi della sua scrittura e il rapporto dell’opera con l’orizzonte d’attesa del lettore. Tra l’efficacia della parola e l’estremizzazione della funzione linguistica non si può far altro che lasciarsi catturare da questa singolare materia poetica che è gioco, aneddoto e distruzione.

 

Crac! è un’opera permeata da un costante senso della catastrofe, da una sorta di attesa dell’apocalisse: è un “aperitivo di sporcizie aspettando la fine”1.
Da quale finimondo interiore è strappato via questo cumulo di oggetti a-poetici?

Premettendo che non ho mai letto il libello in questione, l’idea che mi sono fatto di Crac! è quella di un assordante encomio al distacco, un esperimento serrato sui significanti e sull’evocazione più improbabile che operano le parole, senza mai tralasciarne disegno e potenza sonica. È un libro scritto col portatile sulla pancia e inevitabilmente risente di alcuni rumori peristaltici. Niente più.

Tra acrostici ed altri giochi retorici, si può parlare di “sostrato nichilista” come struttura dell’opera? E, immergendoci nel paradosso, è la presenza del nulla a formare la necessità di una assenza moltiplicata dell’io?

Non so di cosa si possa o non si possa parlare, semplicemente, non mi interessava fare un libro di poesia che fosse un libro di poesia. Ho ritenuto più importante fagocitare gli stereotipi cristallizzatisi in certa letteratura e ricomporli per dar vita a una nuova forma. È un vero e proprio procedimento di decostruzione e fortunatamente nessun lettore rischia di riconoscersi e provare empatia; si intessono elogi alla chiacchiera, alla totale assenza di significati della parola letteraria a favore di una riscoperta totale del senso, dei sensi. È un libro colmo di passione, in particolar modo per una certa distruzione, potremmo dire parodistica, sicuramente molto politica (cosa di più politico del linguaggio?!). E se tutto ciò non è minimamente piacevole c’è da dire che Crac! non vuole assolutamente esserlo, si propone più facilmente un modo alternativo di fruire della poesia.

Il mondo linguistico a cui dai vita è asintattico e asemantico.
Qual è la genesi di questa tua scrittura
“compulsiva”2 e fratturata?

La genesi è da ricercare in un mio rapporto ossessivo con le parole che rasenta il disturbo, un mio feticistico rapporto coi significanti, certe mie intuizioni ritmiche congenite. Crac! deve molto alla musica, basti pensare al suo titolo, chiaro hommage all’International POPular Group, in particolar modo è debitore a Trout Mask Replica di Captain Beefheart e ai cosiddetti album bianchi di Battisti-Panella.

Considerando il meccanismo del tuo costruire e decostruire la materia attraverso il linguaggio, è corretto parlare di “pensiero che nasce dalla bocca” o della presenza di un livello di “scrittura automatica”?

Una volta chiarito che il comune denominatore del libercolo è la liquidazione totale della poesia contemporanea, penso sia corretto parlare di entrambe le cose. Crac! è colmo di citazioni, rielaborazioni, boutade, talvolta veri e propri cut-up, ci si può intravvedere persino Gozzano, deve a entrambe le pratiche la sua compilazione, o forse a nessuna delle due, non lo conosco a tal punto.

Nel sottotitolo di “un” leggiamo: “dall’incapacità di comprendere per intero uno scritto pur comprendendo ogni singola parola”. Credi che i testi di Crac! conducano a percorsi di misletture oppure alla totale assenza di chiavi interpretative?

Pare conducano a vari percorsi, peraltro assai variegati e questo è molto divertente ma il mio proposito, se proprio devo trovarne uno, è sicuramente raggiungere l’assenza totale di cui parli.

I riferimenti alla corporeità e al mondo sessuale sono molteplici. Quale funzione attribuisci alle sfere semantiche dell’erotismo e del corpo?

Premettendo che la composizione dei poemetti contenuti nel libro è stata eseguita in nome dell’oblio totale d’ogni significato, attribuisco alle sfere semantiche dell’erotismo e del corpo la funzione più fisiologica, funzionale e becera, se vogliamo. Credo sia evidente l’attenzione riservata al corpo come difettoso macchinario in continuo disfacimento a sfavore di qualsivoglia aulica visione della carne.

“etc.” è una sorta di catalogazione di oggetti reali, ci trasporta nel vivo dell’omologazione di massa e della mercificazione. Citandoti: “Individuo sprovvisto di capacità varie / qualsiasi sproloquio televisivo etc. etc.”3, in quali termini è possibile una lettura materialista?

Non so rispondere a questa domanda, penso non mi competa proporre chiavi di lettura o suggerirne una in particolare, mi pongo davanti a ciò che ho scritto con la beatitudine dell’ignorante. È fondamentale che il distacco di cui ho scelto di occuparmi nasca, in primis, dal sottoscritto.

Se parlassimo di Crac! come di un ipertesto parodistico, quale sarebbe l’oggetto del tuo scherno?

La boria cretina del lettore che enfatizza un unico senso e la sua viziosa brama d’immedesimazione. Ma anche la seriosità di certa poesia, la letteratura dalle pretese sociali e la convinzione che le parole vogliano dire una cosa. Un consueto modo di scrivere, dunque, penosamente consolatorio, aneddotico, quotidiano, spesso ruffiano e fintamente sociale.

Il distacco dalla lirica tradizionale e la nullificazione dell’atto poetico sono i sintomi di un disimpegno oppure esiste un’autocoscienza avanguardistica?

Assolutamente no, è mero disimpegno.

Dov’è – se è – l’autore nell’opera?

Non esiste.

Note:
1 Antonio V. Lutzu, “Crac!”, in Crac!, 2.
2 da: “compulsivo scrivere che scrivere non è”, Antonio V. Lutzu, “Crac!”, in Crac!, 10.
3 Antonio V. Lutzu, “Crac!”, in etc., 4.