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Il frutto proibito

Dal 2 al 4 febbraio anche noi saremo ospiti al Fruit di Bologna per presentare il nuovo numero di Rapsodia: #queer! 
Un numero interamente dedicato alla decostruzione delle apparenze sociali, che rifiuta le categorie identificanti e propone una varietà di ridefinizioni dell’identità attraverso esperienze artistiche sempre al limite dell’ambiguità, tra norme e deviazioni. 

Alessandra Tescione ci parla di come il mondo dell’arte contemporanea si affacci sull’orizzonte delle tematiche Queer ed LGBT tra provocazioni, censure e pregiudizi. 

 

Ho cercato il significato del termine “queer” e mi sono persa tra guide illustrate, acronimi e teorie filosofiche. Poi su una think community ho trovato l’epilogo: «Una persona queer (…) non è come una banana al supermercato, non ha etichette o caratteristiche descritte da un cartellino! ». Essere queer significa rifiutare il binarismo di genere (maschio, femmina, ma anche gay, lesbica) imposto dalla società e dalla cultura ottusa, e (ri)appropriarsi di una nuova identità, senza discriminazioni su preferenze e orientamento sessuale. L’arduo percorso verso l’emancipazione, trova nelle forme multidisciplinari dell’arte un alleato in grado di sensibilizzare la massa inesperta e stimolare una riflessione costruttiva sulle discusse questioni LGBTQ. Spesso il linguaggio utilizzato dagli artisti non si limita a sottointesi ma è volutamente esplicito, provocatorio, ambiguo e lo scontro con la censura e il pregiudizio è, talvolta, assicurato.

«Tu sei un genio!» così ha commentato il critico d’arte Jerry Saltz scorrendo il profilo instagram dell’artista Stephanie Sarley. Nel progetto Fruit Art Videos l’artista provoca la nostra immaginazione utilizzando la frutta come simbolo per personificare il sesso femminile. Con sensualità e ambiguità, tocca, accarezza e penetra con le dita il frutto peccaminoso (la sua arte è stata anche coniata con il termine fruit-fingering) fino allo sgorgare della fertilità del fluido corporeo (miele, yogurt o latte). Nonostante le censure, le molestie e le minacce subite, la giovane artista continua a portare avanti con autoironia il suo atto di protesta contro la repressione della sessualità femminile. Restiamo nel web e nella cerchia degli artisti che hanno sfruttato abilmente la visibilità dei social network e che allo stesso tempo non sono stati risparmiati dai commenti dispregiativi. Gli autoritratti bizzarri del performer David Henry Nobody Jr sono una critica alla società massificata da cliché e stereotipi; la perdita di individualità è denunciata attraverso la rappresentazione più popolare e celebrata del nostro tempo: il selfie. Nel progetto Resemblagé (resemble + collage) l’artista trasforma il suo volto utilizzando ritagli pubblicitari, oggetti quotidiani e cibo (banane e angurie non possono mancare!). Il risultato è una trasformazione assurda ed inquietante che però rivela l’amara realtà: finta e spesso ridicola, in cui l’essenza è offuscata dall’apparenza. Meno provocatoria ma altrettanto interessante è la serie di dipinti Fruit Queer dell’artista e designer Jaelah Kuehmichel. «La bellezza dell’uso contemporaneo della parola queer sta nella sua soggettività e nella sua assenza di definizione definitiva» scrive Jaelah, che nei suoi progetti predilige un linguaggio espressivo semplice ma incisivo, come le linee che tracciano i contorni delle figure androgine; in un’ambientazione atemporale, l’artista esplora il confine tra quei binari ordinariamente accettati.

Il frutto come rappresentazione simbolica ritorna anche nelle opere di Laura Windvogel, conosciuta come Lady Skollie (nella lingua afrikaans la parola “skollie” è usata per descrivere una persona di colore e losca che deliberatamente infrange le regole). Ispirata alla cultura khoisan, l’artista sud-africana crea nei suoi dipinti un mondo femminile dai colori vivaci, animato da donne potenti, paesaggi “cazzuti” e forme sensuali fatte di banana e papaya: una celebrazione del sesso per denunciare la violenza sessuale, i ruoli di genere e l’abuso di potere. In Lust Politics, ultimo progetto esposto lo scorso anno alla Tyburn Gallery di Londra, l’artista rivolge la sua arte ai personaggi pubblici che sono stati accusati di stupro, come il presidente sudafricano Jacob Zumbra. L’erotismo giocoso e colorato svela una realtà crudele, dove la prima vittima è la dignità umana. «L’arte consiste nel confrontarsi e nel mettere le persone a disagio. L’arte come commento sociale, l’arte come commento politico, è tutto importante nella ricerca per evocare la rabbia».

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Vi aspettiamo a Bologna!

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