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Il jazz è vivo e sta bene: il quartetto Aziza al Bologna Jazz Festival

Martina D’amico ci racconta le sue impressioni sul concerto che si è tenuto due giorni fa all’Unipol Auditorium di Bologna nell’ambito del Bologna Jazz Festival. La all star band di Dave HollandChris PotterLionel Loueke ed Eric Harland ha incantato il capoluogo emiliano.

Sembra quasi surreale pensare di poter avere davanti agli occhi, nello stesso momento, quattro dei migliori jazzisti del panorama internazionale cimentarsi in composizioni originali; eppure l’8 novembre, sul palco dell’ Unipol Auditorium di Bologna, un vasto ed eterogeneo pubblico ha avuto questa preziosa opportunità. Un sold out più che giustificato dalle eminenti presenze dei componenti del quartetto Aziza: un’ esplosione di energia e adrenalina che si concretizza nei nomi di Dave Holland (contrabbasso), Eric Harland (batteria), Lionel Loueke (chitarra) e Chris Potter (sassofoni).

I musicisti in questione non hanno bisogno di troppe presentazioni e incarnano l’eccellenza del jazz contemporaneo e non solo in quattro diverse forme. E’ stata proprio la spiccata personalità musicale di ciascun musicista la carta vincente del gruppo, che è riuscito così a superare le già alte aspettative di una platea che è rimasta letteralmente ipnotizzata per quasi due ore.

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Il concerto si sviluppa efficacemente attraverso un’unica arcata, interrotta una sola volta a metà percorso dalla voce di Potter che ruba alla musica solamente il poco tempo necessario per enunciare i nomi dei componenti. Scelta apprezzata quindi quella di “fondere” un brano al successivo in un unico grande medley; modalità che sembra essere stata scelta appositamente per trasportare l’ascoltatore in un viaggio musicale dalle mille sfaccettature.

Stupisce tra tutto il dialogo che i musicisti riescono ad instaurare tra loro sul palcoscenico: un’alchimia estrema e un interplay ricercato e sincero rendono l’esibizione accattivante e coinvolgente e fungono da fattore determinante nel costruire quella connessione con il pubblico che viene spesso a mancare al cospetto di un tipo di composizione così complessa e articolata.

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Il contributo di Lionel Loueke, chitarrista originario del Benin, equipaggia il quartetto di un fresco sapore esotico, e il suono distorto della sua chitarra unito alle melodie di un canto africano da lui interpretato e commentato dal sassofono di Potter, regalano ai presenti uno dei momenti più intensi dell’ intera serata. Chris Potter si destreggia abilmente fra sax soprano e tenore esaltando attraverso le sue improvvisazioni le capacità timbriche ed espressive di entrambi gli strumenti. Anche lui si riconferma nella sua rinomata genialità: una miniera di idee pronte a traboccare in un flusso libero e perfetto, caratterizzato da una padronanza tecnico-strumentale ineccepibile e una musicalità altrettanto sbalorditiva.

Alla fine della serata gli spettatori applaudono in piedi estasiati come per voler smentire chi sostiene ancora che il jazz sia ormai morto. Dopo quest’esperienza posso affermare con assoluta certezza che il jazz è vivo, l’ho visto ieri, sta bene ed è in buonissime mani.

 

Di Martina D’Amico

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