1 Apnavi Thacker, Drawing Breath XXXIX

Il sogno dell’albero

S’aggrappa al cielo l’albero coi rami, come se il cielo potesse sorreggerlo davvero, oscillante in lento, armonico dondolio. Verdeggia sopra la gloria dei campi, silenti testimoni dei giorni arroventati.

Scagliano rapide frecce l’ardore del gesto, la pulsione dinamica che promana dai corpi, dai sensi, dal guado oltre il rigagnolo di vicine codardie e prossime arroganze.

L’albero allunga braccia nodose di fibre, di arti e dita germogliate dalla linfa appena la stretta della stagione fredda ha moderato la presa.

L’albero s’appiglia ai vapori del sogno narrato quando nel torpore la mente arrischia circonvoluzioni segose come un soppanno. Durante il sogno il tronco gareggia col vento, cospira nel bosco con le colline in forma di chiostro. vociante di preghiere e promesse: le voci tenere dei piccoli avvallamenti, le rotondità sonore delle rocce antiche e mature, lo scricchiolio delle antichissime volte che sorreggono il peso del mondo e dell’uomo.

Nel sogno l’albero narra, attraversato dall’aria lungo la struttura colonnare che dalle radici conduce alla chioma, narra e ricorda delle stagioni fruttuose, dei cretti nella terra ai suoi piedi quando l’aridità rendeva inette le sue stesse radici. Narra delle antiche favole che l’aria in ambasce gli aveva portato quasi a baciargli le foglie in un giorno ancora freddo della primavera. Alcune storie sono state slacciate dalla corrente più forte, sradicatrice di alleanze. Altre sono rimaste, ancora parlanti, tra gli steli adduttori e con questi e le pagine nervate, ha proclamato un canto virtuoso.

Cuccioli di uomini e degli animali più acuti annusano le storie che sgusciano, si affiancano, si acquietano e diventano amiche sodali. Lo specchio della fonte si avvicina e riflette centuplicando quelle storie all’eco di superfici replicanti che, con lo splendore licenziato dall’eloquenza, hanno tessuto una trama ampia. Questa dote faconda si deposita come una veste, come una coltre nevosa discesa a faglie sull’intera regione per concimare le menti con l’arguzia, per dissodare gli animi col convincimento, per mostrare che non era solo questione di corpi, di voglie, di cibo, di averi. Le voglie inchiodano il corpo nella prigionia della sequela dalla quale non si affranca se non slabbrato fino al midollo. Il cibo sazia presto e subito dopo non è più tollerato. Gli averi sono muti, sordi e cieco è lo schiavo che li possiede senza regola. Il potere è un rantolo livoroso, è un’imposizione ingiusta contro chi chiede verità, se non è speso per mettere ordine e contrapporsi alla grassa, decerebrata voce di coloro che non sanno, di tutti quelli che preferirebbero avere pance satolle anche se sottomesse a un signore lubrico e volgare.

Percosso dal freddo, nell’ultima ora della notte, l’albero si ridesta, si libera dalla brina e reclama il sole che è giovane soltanto una volta, una volta ogni giorno, a ogni morso di coda che l’uroboro assesta a se stesso senza provare dolore. A ogni morso trascina con sé, su un corpo vitreo cangiante, su un corpo ad arco un girone caudato dei segni fatui, degli onori deprezzati, delle costruzioni di frolla e di sabbia.

L’albero non sarà tagliato perché è in ogni uomo che continua a scandire le sue storie. Sarà potato, saranno liberati i legni verdi da quelli secchi, porterà festoni e ancora al primo lume dell’alba, tornerà a distendersi. Il legno delinea le campiture come in uno smalto barbarico, come un castone nell’azzurrite, per impedire che la volubile voga del momento imponga l’ennesima mutazione.

La luce del giorno si diffonde e l’albero si sveglia. Allunga i rami, li distende per cogliere le mutazioni della notte in alba e dell’alba in giorno.

L’albero si sveglia e scopre di non avere più radici ma arti atti a camminare. Si avvede di non essere più coperto di corteccia coriacea ma di muscoli e pelle. Non ha più centuplicate braccia in forma di rami ma soltanto due braccia che terminano in mani prensili. Non ha più una chioma verde che s’ingiallisce e cade per poi ricrescere in gemme e tenere foglie ma capelli che gli coprono la testa. Ha una mente per elaborare idee. Con la mente d’uomo e il cuore di albero, verde, flessuoso e pertinace contro l’aria, sferzato ma non caduto a terra, inizia il suo uovo cammino.

Il sogno dell’albero ha fine e inizia quello dell’uomo.

Author: Salvatore Enrico Anselmi
Cover Artwork by Apnavi Thacker, from Rapsodia n.15

Salvatore Enrico Anselmi, storico e critico d’arte, scrittore, docente Miur, è dottore di ricerca in Memoria e materia delle opere d’arte, Università degli Studi della Tuscia. Studioso delle committenze nobiliari di età barocca in area centro-italiana, con particolare riferimento alle famiglie Giustiniani, Farnese e Maidalchini-Pamphilj, ha tenuto insegnamenti di Storia dell’arte Moderna presso alcuni atenei italiani (Università della Calabria, Università di Bari-Ssis Puglia, Università degli Studi della Tuscia). Ha preso parte, in qualità di relatore, a numerosi convegni nazionali ed internazionali. È autore di monografie sulle committenze artistiche nobiliari in età moderna e di numerosi saggi, apparsi su atti di convegno e riviste. Alla ricerca affianca la pratica della scrittura, in prosa e in poesia, dedicandosi in prevalenza alla narrativa d’introspezione e di tema storico.

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