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La casa del déjà vu

#0

Luce.

Bianco abbacinante che ferisce i tuoi occhi. Disarmante senso di nudità e smarrimento. Non sai il tuo nome, né chi tu sei, e la sensazione che ti pervade completamente è la paura di cadere in un immenso vuoto.

Poi, mentre la luce si attenua rapidamente, si disegna ai tuoi occhi una scena suburbana nelle ombre della tarda sera. La tua mente si riaggrega, restituendoti memoria e coscienza del tuo sé.  Ti guardi intorno e ricordi cosa ti ha portato qui.

Ricordi ciò che sei venuto a fare. Dimentico dello smarrimento iniziale, sei pronto a tutto, pur di restare un altro giro su questa giostra bugiarda che chiamano vita.

L’irrazionale istinto di sopravvivenza che fa apparire persino l’esistenza più border-line e negletta preziosa e irripetibile.

E, come ha detto qualcuno, il fine giustifica i mezzi.

S’impara presto che per restare a galla non basta agitare le braccia, e neanche sgomitare. Bisogna essere disposti, per star fuori dall’acqua, a poggiarsi sulla testa degli altri naufraghi, spingendoli verso l’acqua scura e una fine precoce.

Non è forse così che si sopravvive nel mondo sin dal momento in cui veniamo alla luce?

 

#1

La casa è a due piani, con i muri bianchi. Da una finestra aperta si ode la televisione accesa (o forse la radio). Dopo aver bussato, Marco guarda di nuovo l’ora. Quasi le dieci.

«Chi è?»

Una voce di donna, un po’ ansiosa, da dietro la massiccia porta. «Le pizze, signora!», risponde lui con tutta l’allegria che riesce a simulare. La porta si apre (anche se hanno già mangiato, anche se non possono accettare la consegna per un altro, aprono sempre, pensa Marco. Forse vogliono sentire almeno l’odore) la bionda testa della padrona di casa fa capolino.  «Guardi che noi…»

La donna non finisce la frase, perché si trova una calibro 22 spianata in faccia. Un giocattolo a grandezza naturale, ma Marco è un mago nel camuffarli da pistole vere. La spinge nel corridoio, per non voltarsi minimamente chiude il portone appoggiandosi con la schiena. «Lei è stata molto buona a farmi entrare. Adesso andiamo di là senza fare nessuno scherzo, o faccio un discorso a sua figlia». Ha adocchiato quella casa qualche giorno prima, proprio seguendo a distanza il culetto quattordicenne della ragazza. «Su, su, scherzavo», s’addolcisce, «voglio solo i soldi e le cose di valore. Rubo al ricco per dare al povero, che sarei poi io, eh eh…rida anche lei, la prego. E ora andiamo di là».

L’uomo, in canottiera, è seduto al tavolo e guarda la televisione piluccando un po’ d’uva. la caffettiera è sul fuoco, la figlia sta disponendo le tazzine sul ripiano.

«Chi era?» Chiede lui, sentendo alle sue spalle il rumore dei passi fare ingresso nella stanza.

«Babbo Natale!» Marco gli risponde beffardo mentre perlustra con gli occhi ogni angolo della spaziosa cucina in legno chiaro.

Homer Simpson si gira verso l’inatteso ospite: capelli scuri, alto, il cappotto nero che indossa pur essendo liso gli dà una certa eleganza. Ma porta degli occhiali scuri ridicolmente grandi che ne camuffano i lineamenti.

«E lei chi…» Comincia, ma la domanda gli muore in gola. Ha visto la pistola, e inizia a sudare freddo. L’espressione sulla faccia di sua moglie la fa somigliare a un crème caramel afflosciato.

Marco gli sorride. «Mi sa che ti sei risposto da solo, vero? Non perdiamo tempo allora».

«Cosa vuoi farci?»

È la ragazza a parlare, e fissa Marco, mentre i genitori le fanno segno di stare buona. Bionda come la madre, snella, appare più grande della sua età.

«Non fartela addosso, piccola. Voglio solo i soldi. Poi vado via. Sai che fai ora? Prendi un po’ di strofinacci e leghi tuo padre alla sedia. Mani dietro la schiena».

«Ma cosa ti abbiamo fatto?»

«Ragazzina! Non mi avete fatto niente, avete solo più soldi di me. La smetti di rompere adesso? Fai come ti ho detto, ma prima…» Marco annusa l’aria. «Non senti questo profumo e il rumore della caffettiera? Spegni il fuoco».

La ragazza si avvicina nervosamente ai fornelli. Marco prova ad ammorbidire il suo tono.

«Ha proprio un buon profumo questo caffé. Ne voglio un po’ anch’io, sai?»

Un istante dopo viene accontentato. La ragazza gli lancia la caffettiera in pieno viso. La macchinetta colpisce le enormi lenti da sole, che gli evitano il contatto col metallo rovente, ma non l’abbondante spruzzo di caffé caldissimo sulle guance, il naso, gli occhi.

Accecato, si butta nella direzione in cui si trova lei, e mena il braccio sinistro alla cieca, tenendo nell’altro l’inutile pistola finta.

Improvvisamente gli arriva un gran colpo dietro la testa, accompagnato da un rumore metallico. Un pentolone, probabilmente. Capendo che lei è dietro di lui, dà un manrovescio alla cieca e manda la ragazzina a sbattere sul frigo.

Marco ci vede di nuovo, può riprendere il controllo. La fissa, puntando la pistola. «Brutta troietta…»

Con un crack sinistro, una sedia di legno cala sul suo braccio. La pistola schizza a terra.

È il padre che lo affronta, brandendo la sedia come un gladiatore. Il suo braccio pende in modo strano, sembra spezzato all’altezza del gomito, ed è intorpidito per il momento. Ma forse può ancora uscirsene elegantemente.

Con un movimento rapido e fluido della mano sinistra, Marco tira dalla tasca il suo serramanico e lo fa scattare. L’uomo indietreggia. Marco, deciso a riguadagnare l’uscita e scappare, si gira verso la porta…

Ma un dolore improvviso al fianco gli mozza il fiato. Si è dimenticato della donna. Non ha neanche notato la rastrelliera dei coltelli appesa di fianco alla cucina. Così ora il manico di legno scuro gli spunta dalla carne.

La signora ne ha in mano un altro, si fa avanti di nuovo.

Stavolta colpisce alla gola.

Marco si accascia sul pavimento, con lo sguardo velato li vede farsi intorno famelici, ma la rapida asfissia gli risparmia di assistere alle sevizie delle ore successive.

 

#2

Un battito di ciglia. Neppure il tempo d’un respiro. Possibile che gli sia bastato per immaginare la scena nella cucina, tutto quel trambusto, il dolore, le ferite, la morte orribile?

Marco è di nuovo nel corridoio, e la donna fissa impietrita la sua pistola.

La fa voltare, e puntandogliela alla schiena le dice: «Andiamo di là. Se restiamo tutti calmi non succederà niente di male.»

Il sangue si gela, quando riconosce, entrando, la cucina, ancora di più nel vedere la ragazzina, che sta guardando tranquillamente la televisione. Ma è lei che inizia a tremare nel vederlo armato.

«Tranquilla. Sono un amico di mamma e papà.» Sente di nuovo odore di caffé appena fatto, ma preferisce non chiederlo. «A proposito, lui dov’è?»

«Nella…sua stanza.»

«Sta dormendo.» Interviene la donna. Sembra essersi calmata.

«La cassaforte ce la avete?»

«È nella stanza di mio marito».

Marco ha ripreso la sua spavalderia. «Mi sa che mi toccherà disturbarlo, allora».

Fa legare la fraschetta da sua madre, lega a sua volta la donna e s’inoltra nel corridoio poco illuminato. Continuando dopo la cucina trova quattro porte: a destra la stanza della figlia e il bagno, a sinistra la stanza da letto. L’ultima porta è blindata, con una robusta serratura, un anello con la pesante chiave è appeso alla parete.

Teme di far rumore e svegliare l’uomo, ma la serratura e la porta sono ben oliate. Entra in fretta socchiudendo.

Si aspetta di trovare qualche finestra da cui filtri almeno la luce della luna piena. Invece sembra di essere in una carbonaia. Neanche serrande abbassate con dei sottili spiragli. Nessuna luce, tranne un sottile filo, che la porta socchiusa lascia passare dal corridoio. Mentre gli occhi si abituano un po’, ha la strana sensazione che la stanza sia priva di mobili, oltre che di finestre. Tende le orecchie, aspettandosi di sentire il russare sonoro dell’uomo addormentato. Percepisce invece un respiro rapido e regolare, intervallato da veloci inspirazioni, come di qualcuno che fiuti l’aria.

Thlank! La pesante porta di metallo si chiude alle sue spalle. Evidentemente la madre non si è impegnata troppo coi nodi della ragazzina.

Marco è uno che non si fa prendere dal panico. Prende l’accendino, per fare un pò di luce e individuare almeno il padre. Lo userà come ostaggio per minacciare quelle due e farsi aprire la porta. Ma quando la fiamma illumina un muso scuro e allungato, un umido naso canino su zanne di un color avorio abbacinante, se la fa nei calzoni prima ancora di urlare. Mentre il primo morso gli sgretola l’osso della spalla ricorda che si era chiesto, spiandoli, come mai quella perfetta famigliola non avesse, come ciliegina sulla torta, un cane.

Ora ha la risposta.

 

#3

Riemerge dal torpore che ha posto fine ai suoi atroci dolori. Di nuovo l’atrio di quella maledetta casa, e lui che punta un giocattolo camuffato contro la donna.

Stavolta è preso da paura, getta la pistola a terra.

«Signora…era uno scherzo…» Farfuglia «ora me ne vado… ritorni da suo marito e la ragazzina…»

La donna lo fissa calma: «Ma loro non ci sono».

Prima che lui possa uscire, lei chiude la porta d’ingresso.

«Sono da sola.» Gli confessa con uno strano sorriso.

Lui cerca di aprire la porta, ma la donna lo trattiene. Così da vicino lui sente il suo profumo. Lo sguardo gli cade sulla scollatura del modesto vestito di casa, che sembrava essere stato abbottonato in fretta.

Forse sotto è nuda.

Quando lei gli si appoggia contro, facendogli sentire la pressione morbida dei grandi seni, il dubbio scompare.

La donna gli cinge il collo e si solleva per leccargli il viso.

Lui la bacia avidamente. La desidera in modo folle, inebriante.

In fondo è venuto per lei, mica per rubare i soldi o altro. Se ci fossero gli altri due, sarebbe più divertente. Li sistemerebbe ben legati e imbavagliati, poi la possederebbe davanti a loro…

Si piega un po’ in avanti, le strappa quasi i bottoni del vestito, buttandosi su quei seni grandi e pesanti, ma candidi e lisci, come di una ragazzina.

«Aspetta…» lei ha il viso rosso e la voce da ubriaca «il letto… di là…»

Guidati da lei barcollano, sempre baciandosi, verso una stanza dalla porta socchiusa. Filtra della luce. Lui si è tolto il cappotto e si sta liberando del maglione.

Così, quando lei improvvisamente lo afferra lanciandolo verso la porta, non può opporre resistenza.

Oltre la porta, cosa inaspettata, degli scalini di pietra in discesa. Ruzzola dolorosamente un bel po’, ma per fortuna non batte la testa.

Non riesce ad alzarsi. Deve essersi spezzato le gambe. Protende il collo per capire in quale altro guaio si sia cacciato.

La cantina si apre su una enorme grotta. Pavimento e pareti sono di pietra umida, decorata di muffa nelle più varie gradazioni cromatiche tra verde e grigio.

È illuminato da torce accese alle pareti, e una miriade di candelieri posti ovunque nella stanza.

Al centro, un altare di pietra squadrato, largo e basso, con bassorilievi ormai corrosi, e iscrizioni indecifrabili.

Il capofamiglia è inginocchiato lì davanti. Completamente nudo, quel peloso grassone. Quando si gira verso di lui, Marco può realizzare che è molto eccitato.

Sull’altare c’è quello che a prima vista può sembrare uno scuro mucchio d’immondizia. Poi guarda meglio. é qualcosa…come una grossa piovra, ma color della notte. Marco fissa affascinato la moltitudine di tentacoli, terminanti con dei peduncoli.

La ragazza è sotto quella cosa. Nuda, con i tentacoli che le penetrano con forza ogni orifizio. Lei non può emettere suono, avendo la bocca ostruita, ma si dimena come un cobra. Per il terrore? Lo schifo? Il piacere?

Improvvisamente la creatura esce da lei, i tentacoli si ritirano con una velocità irreale.

Marco emette un gemito alto e inarticolato quando la vede iniziare a scendere lentamente dall’altare.

Mani morbide ma ferme lo afferrano da sotto le ascelle, sollevandolo sulla schiena rotta. La donna si è spogliata completamente, e mentre lo sorregge fissa rapita quello spettacolo alieno e ributtante.

Mentre viene spogliato, accarezzato, esplorato dagli implacabili tentacoli del mostro, una meschina speranza gli nasce nella mente per alleviare la sofferenza che seguirà di lì a poco: nelle interminabili sevizie delle ore a seguire, forse anche la madre e la ragazza parteciperanno alla festa.

 

#4

È di nuovo fuori la porta della casa. E stavolta sa cosa fare. Un lampo di comprensione, forse solo una folle stupida idea, gli ha attraversato la mente come una lama di luce o un proiettile rovente, verso la fine dell’ultimo e più disgustoso incubo. Evita di bussare, e gira intorno all’edificio, fino a trovare la finestra aperta di una stanza buia sul retro. Il suono della radio lo guida, percorre il corridoio fino ad un’altra stanza poco illuminata. Si avvicina lentamente alla figura seduta di spalle, e solo quando le è dietro fa scattare il serramanico…

 

Enrico spegne la sigaretta. Le dita delle mani tamburellano sulla formica bianca del piccolo tavolino, indugiando prima di tornare a sfiorare i tasti del pc.

D’improvviso alza gli occhi dalla tastiera. Possibile che abbia udito …?

Poi la testa gli viene tirata indietro con uno strattone brutale.

La lama affilata gli porta via il respiro, mentre il rumore di pelle squarciata violenta le sue orecchie.

Sbalzato dalla sedia, è sbattuto con violenza a lato della sua scrivania. Mentre cerca di tamponarsi la gola, alza gli occhi sul suo assalitore, che fissa disgustato lo schermo del suo computer. Sul monitor campeggia una mail a cui stava rispondendo.

 

Questo finale va benissimo, molto meglio dell’uomo lupo. Inoltre hai inserito l’elemento erotico che lo farà vendere bene. Scusa per le mie continue richieste di revisione, ma come rivista di media tiratura dobbiamo mantenerci in certi canoni. Un’ultima cosa ti chiedo: puoi ritoccare leggermente l’inizio? Il fatto che bussi, mi sa di scontato, di poco realistico. Fallo perlustrare il giardino, fallo entrare non visto, rendilo più temibile ‘sto ladro, più circospetto, silenzioso.

Appena mi mandi la versione definitiva deciderò in quale numero inserirlo. Se fai presto ce la potrei fare per luglio.

Grazie ancora per il tuo impegno.

Un abbraccio da Giovanni

 

Il volto pallido dell’intruso è giovane, seminascosto da lenti da sole ridicolmente grandi, come per non farsi riconoscere.

Ma Enrico non può sbagliarsi sulla sua identità.

«Non ti bastava ancora, vero? Pervertito schifoso!» ringhia Marco, fissando l’uomo da cui la vita sfugge con rapidi fiotti cremisi dalla gola, disperdendosi sul parquet del piccolo studio.

Enrico scivola rapidamente in una languida insensibilità. Ha freddo.

Preso dallo straniante torpore, ode a stento le ultime parole del suo assassino.

«Adesso tocca a quell’altro bastardo …»

 


immagine in evidenza ©Lenka Novakova

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