32 Tres Roemer

La voce dell’innocenza

Era la voce dell’innocenza, l’elegia della verità, l’apologia del più alto sentire.

Ma l’hanno zittita con gesti insofferenti e di rabbia. L’hanno percossa e abbandonata sul ciglio, rotolata sui massi, ingiuriata la memoria, mistificati la tradizione e il ricordo.

L’hanno torturata e abbandonata sul ciglio, lungo una strada a scorrimento veloce che si allontana dalla città. Lungo quella strada, accaldata di polvere e sfiancata dalla miseria, hanno sperato che su quella curva, la velocità delle auto in corsa, aliene e distratte, potesse abradere il sangue e gli anni spezzati, gli anni verdi spezzati.

Col morso hanno tentato di farla tacere, col morso e col pugno, con la stringa che serra forte tra i denti, con la spranga che spezza le ossa. Gli assassini hanno detto cento volte no.

Hanno alzato le mani e scrollato la testa. Hanno alzato le mani, imbiancate sul sangue.

Hanno sbarrato le strade maestre e ne hanno aperte di altre. Ma queste conducevano contro un muro, ci gettavano nel nero dello strapiombo, lusingavano nel ginepraio promettendo l’uscita, la fascia all’arrivo, mostrando la salvezza.

Ma la via d’uscita era un labirinto più fitto e la salvezza un roveto più attorto

Hanno ucciso Socrate e salvato Barabba.

Il giovane Platone pianse e mosse a compassione gli astanti.

Alla dissidenza è seguito l’esilio, alla libertà squassata un tappo alla gola.

All’infamia violenta è succeduto l’Aventino, alla giornata delle decisioni irrevocabili è seguita la catastrofe, al cattivo governo il governo dei poteri forti e occulti, le corruzioni, il populismo, le picconate ai pilastri democratici.

Asciugate le guance, il pubblico pagante è tornato nel fango, respirando dalle narici lasciate a vista sulla corrente, come fanno i rettili corazzati sotto le squame, dopo l’aggressione e il pasto.

Qualcun altro ha lasciato la sala prima che lo spettacolo giungesse alla fine, all’alzata di sipario, allo scroscio di applausi. Non ha voluto ascoltare perché quella percepita era una lingua aliena e molestava la quiete, l’incedere lento, la sicumera di chi crede che l’oro gli sia dovuto, solo perché s’è posato sotto un’ombra grande e quell’ombra lo protegge da tempo contro il sole che dardeggia su tutti gli altri e ruggisce.

Anche se sotto il cuoio capelluto le forme del pensiero erano elementari, non aveva peso. Onorevole era il cappello ampio, il padiglione ombroso, il drappo abilitante e serico su appoggi di creta e fondazioni di carta.

Ma la creta si spacca, sotto lo stesso sole impietoso che dissecca e deprime tutt’intorno. La carta alimenta il primo fuoco, che vive e prorompe scoppiettando sugli scranni fallaci, dentro gli otri fessurati, nel petto rinsecchito, nella codardia delle connivenze.

Il vero scaccerà i cattivi maestri e i loro compari, gli brucerà il tocco e la toga.

I tempi a venire li ricorderanno come idoli frantumati, simulacri bugiardi e diserti. Come il dio del fuoco senza pietra che s’incendia, come il dio del mare senza patente nautica, come il dio dell’aria che governa forse solo il suo meteorismo.

Con poche righe delle note a margine e in piccolo corpo saranno ricordati. Qualora la memoria sarà tenace.

Il vero ha voce gentile e perentoria, soave ma ferma. Continua ad aspergere i tetti, scende dai comignoli e s’acquatta nelle case. È il respiro della montagna calato a valle, azzurro e striato di blu profondo. È il respiro antico, alito delle generazioni che hanno preceduto e aperto il passo nella boscaglia.

Per non ascoltarlo si tapperanno le orecchie con entrambe le mani. Ma ormai è sceso dentro le coltri e s’è scavato la cuccia, ha riscaldato il sonno e cantato finché c’è voce.

Quando la mia sarà roca e stanca, la tua voce prenderà il posto, a te insegnerò e tu farai altrettanto. Senza posa, in fila doppia, col respiro che gonfia il corpo di gioia.

Il vero è proclamato ormai da un coro a più toni. Per farlo tacere dovranno zittire tutte le voci. Ma il canto è stato tramandato, trascritta la partitura, appresi i ruoli da giovani accorti e tenaci.

Chi continuerà a mentire saprà di farlo suscitando la ripugnanza degli ascoltatori e del pubblico avveduto, armato di ortaggi dai loggioni alla platea.

Sarà languida la loro voce, insinuante e melliflua. Pane e giochi, prometteranno. Luce di notte e reti colme di pesci. Sarà quello il giorno più duro, sarà quello il giorno più nero degli avvicendamenti, del proditorio cambio di livrea per accaparrare a se stessi pasti nutrienti e sicuri.

La banalità delle impellenze non dovrà avere il sopravvento. La banalità del male non troverà posto nelle portinerie, nel negozio sotto casa, nel vicolo amico dei giochi d’infanzia, trasmessa con messaggi di mano in mano tra compagni di scuola.

Continueremo a vigilare, a inviare sentinelle sugli spalti, a intrecciare la veglia con nuovi filari di mura più spesse, di mura più alte.

Costruiranno nuovi ordigni e più infidi cavalli, ma le Scee non cadranno, e vecchi re, orfani di figli, non brandiranno a stento le spade sull’arce.

Scriveremo sui muri una sola parola: «Verità».

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