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L’evaporazione del corpo, il narcisismo e la narcosi: ovvero amicizia e amore al tempo dei social network

L’immagine di copertina della presente edizione di «Rapsodia», realizzata dall’artista bolognese Giulia Pasa Frascari, è portatrice di un messaggio estremamente chiaro nelle premesse quanto degno di approfondimento per quanto riguarda le implicazioni, anzitutto sociologiche e psicologiche, che lo determinano. Si inizi col dire che, rompendo con le logiche di mercato così come si sono consolidate negli anni Cinquanta del Novecento, l’avvento della società digitale del nuovo millennio è caratterizzata da una forte propensione verso l’ideazione e la creazione di prodotti destinati ai singoli individui, più che a coppie o a nuclei familiari. È un’industria nuova quella che incentiva il consumo autoreferenziale, cui si vanno ad aggiungere gli effetti prodotti dai social network che aumentano in modo esponenziale la gratificazione narcisistica delle persone.

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Copertina di Rapso 12 – Giulia Pasa Frascari

Una prima implicazione è appunto questa: l’utilizzo costante e continuo di fotografie, commenti, indicazioni di gusto o di orientamento per descrivere se stessi sembra cancellare la necessità del corpo a vantaggio di un culto edonistico e solipsista della personalità. Si vedano, in proposito, quei comportamenti tipici adottati su Facebook come, ad esempio, cambiare spesso l’immagine del profilo, non rispondere in modo adeguato e reciproco ai commenti in bacheca, accettare l’amicizia da parte di sconosciuti al solo fine di aumentare la propria visibilità, e così via. Si tratta di condotte che producono una sorta di esibizionismo grandioso rivolto soprattutto alla propria immagine, mentre viene lasciato in ombra il principale aspetto positivo del narcisismo, ovvero quell’investimento libidico del sé che, in un primo tempo e grazie al suo superamento, favorisce la conoscenza del nostro io più profondo e nascosto.

Da Introduzione al narcisismo di Freud in poi, infatti, è noto che non possiamo amare nessuno se non abbiamo imparato prima a conoscerci e ad accettare noi stessi e le nostre inclinazioni, come pure i nostri difetti e lati oscuri. Amarsi, cioè, non significa assumere atteggiamenti narcisistici; eppure l’impulso della società attuale, e delle soggettività che la compongono, risiede soprattutto nell’amore incondizionato verso la propria immagine.

Prendendo a prestito alcune tesi dello statunitense Nicholas Carr, autore del celebre saggio sul rapporto tra mente, cervello e tecnologia intitolato The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains (uscito anche in Italia con il titolo Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello) e dello psichiatra palermitano Daniele La Barbera (per il quale rimando in particolare a Dimensioni simboliche delle tecnologie dell’informazione e del virtuale, in Il simbolo, Alpes, Roma 2006), possiamo dire che amare un’immagine comporta l’impossibilità di scendere nella profondità della conoscenza personale e di ciò che si cela al di là dell’apparenza e del riflesso. Del resto, Narciso non comprende la profondità dello specchio dello stagno e cade nelle acque trovandovi la morte. Ciò in quanto l’innamoramento per la propria immagine riflessa è totale e inebriante, anestetizzante e paralizzante. E non a caso l’etimologia di Narciso deriva da narke, cioè dal fiore del narciso da cui, in antichità, si ricavava un forte narcotico.

E se, dunque, l’amore per l’immagine riflessa è amore per un ologramma, e non già più amore del calore, degli odori e del sapore di un corpo, la rilettura del mito di Narciso si accompagna, a ragione, alla paura sempre più diffusa di essere incorporei e invisibili e di perdere il senso della presenza rispetto alle cose che accadono, di scomparire o essere irrilevanti all’interno del flusso continuo della comunicazione. Si può osservare come questa alienazione, prodotta da Facebook o Instagram, si trasformi nella sofferenza e nel disagio di chi guarda continuamente e incessantemente gli altri vivere, viaggiare e amare, sentendosi di fatto allontanato e rifiutato. L’essere assenti dai luoghi visti attraverso filmati e fotografie, in cui i propri contatti (virtuali) si stanno divertendo, oppure l’essere esclusi o ignorati dalle note e dai commenti di una chat, si rivelano come delle esperienze anche molto angoscianti.

Della manifestazione di questi nuovi disturbi parla anche Rossano Baronciani nel volume Nella tana del bianconiglio. Saggio sulla mutazione digitale (Effequ, Grosseto 2014), quando spiega che “Fomo” è l’acronimo della fear of missing out, la sindrome di chi assiste, passivamente e con dolore, a episodi di vita reale percepiti attraverso la mediazione di un social network. L’atto di guardare persone amiche che vivono serate allegre e che comunicano la propria felicità a tutti i contatti, cioè, genera la triste consapevolezza di non essere proprio lì, insieme a loro, a divertirsi.

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bozzetto copertina Rapso 12 – Giulia Pasa Frascari

Un fenomeno simile è poi quello indicato come alone together, ovvero la sensazione di forte solitudine che assale se non si è costantemente in contatto con qualcuno attraverso la rete. Questa tendenza è facilmente riconoscibile in quei soggetti che in apparenza condividono un momento di compagnia, mentre in realtà scambiano messaggi con interlocutori virtuali oppure navigano su internet. In questi casi, l’isolamento è ancora più intenso e radicale proprio perché generato dall’illusione che esistano un luogo migliore o persone più simpatiche, e che esistano sempre in un altro posto, sempre in luoghi lontani e diversi rispetto a dove ci si trova.

Insomma, se è vero che la dimensione digitale ha le sue regole e i suoi codici deontologici, è altrettanto vero che il desiderio di “essere presenti” su Facebook, Twitter o Instagram si accompagna alla forte necessità di controllare quel che ci accade in rete, trasformando il nostro desiderio di comunicare in un sentimento di desolato isolamento. Altrimenti, si traduce nell’attesa che qualcuno intervenga, contattandoci o invitandoci a commentare, per dare un senso al nostro agire virtuale. Come Narciso, vittima della sua stessa debolezza, non ci è più dato uscire dalla dittatura dello Sguardo e quindi rimaniamo continuamente “medusizzati”, direbbe Sartre, se non fosse che l’occhio che ci fa ostaggio non è più quello di un altro individuo bensì quello di un monitor o display che dimostra in modo evidente come non agiamo, bensì siamo passivamente agiti.

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