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L’ultimo boccone

Oggi al ristorante, quando nel piatto mi era rimasto ormai solo un pezzetto piccolo di filetto Black Angus al sangue, io pensavo.

Che le fini hanno un sapore diverso, sempre. Questo pensavo.

L’ultimo boccone di un piatto buono, pensavo guardando il pezzetto di carne davanti a me, è buono anche lui, ma, non c’è niente da fare, ha un sapore diverso, leggermente più amaro. Sarà che lo sai che è l’ultimo, che porta con sé questo senso ineluttabile di fine, mentre tutti quelli prima no. Questo pensavo, seduto al tavolo del ristorante.

Perché tutti i bocconi prima dell’ultimo, pensavo, li metti in bocca sapendo che dopo ce ne sarà ancora un altro, che quel gusto lì che stai gustando lo sentirai di nuovo. Non è mica una consapevolezza ad poco. L’ultimo no. L’ultimo è l’ultimo e lo sai, dopo al massimo c’è un altro piatto, magari pure più buono, ma quel piatto lì non c’è più, è finito. Questo pensavo.

Penso che dovrei fermarmi a rifletterci meglio, pensavo, su questo problema che ho con gli ultimi bocconi. Perché mica è la prima volta. Mi capita sempre di restare così, a fissarli inebetito, gli ultimi bocconi, con la forchetta a mezz’aria, indeciso se mangiarli o meno. Dev’essere la consapevolezza di dover affrontare un piccolo ma inevitabile dispiacere a paralizzarmi. Questo pensavo, davanti a quel piccolo pezzetto di filetto Black Angus al sangue.

Forse, pensavo, potrei nutrirmi solo di liquidi, assunti in un’unica sorsata, questo risolverebbe il problema. Certo sarebbe scomodo. Parecchio scomodo, in verità. E non sarebbe neppure una soluzione, a dirla tutta, sarebbe solo evitare il problema, far finta che non esista. Questo pensavo.

Perché in definitiva, pensavo, io ho un problema. Ho un problema con le fini, non le so affrontare, le rifiuto. Quelle dei cibi in particolare, ok, ma in realtà tutte. Questa cosa degli ultimi bocconi è la manifestazione pratica di un problema psicologico. A me le fini fanno paura: sono un fine fobico, ecco cosa sono. Vorrei che le cose non finissero mai, non per mano mia. Preferisco le lente agonie, mie o degli altri, non importa, alle fini rapide. Questo pensavo, lì nel ristorante.

Forse però, pensavo, ora che l’ho ammesso a me stesso, di avere questo problema, potrei mangiarlo, questo boccone di Black Angus al sangue. In fono ammettere di avere un problema è l’inizio della sua soluzione, dicono. Perciò potrei provarci, adesso, a mangiarlo, quest’ultimo pezzetto di carne. Non mi illudo che abbia lo stesso sapore di quelli che ho già mangiato, lo so, lo so bene che non può averlo, ma potrei mangiarlo lo stesso. Sarebbe un primo passo. Questo pensavo.

Perché si comincia sempre col primo passo, pensavo, non si può fare diversamente, non si può cominciare dal terzo passo o dal quindicesimo. È sempre dal primo che si comincia. E, fatto il primo, gli altri vengono più facilmente, quasi di conseguenza. Questo pensavo, con la forchetta stretta nella mano.

Oggi, pensavo, affronterò la fine di questa bistecca, da domani tutte le altre. Questo pezzetto di filetto che ho davanti sarà soltanto un piccolo boccone, per l’umanità, ma un balzo da gigante, per me! Dopo averlo mangiato sarò pronto. Da oggi saprò affrontare le fini, pur sapendo che non mi piacciono. Ecco cosa accadrà da oggi: avrò sempre meno paura, farò esperienza, acquisterò consapevolezza. Questo pensavo.

Dopo questo boccone, pensavo, sarò più grande, più adulto, maturo. Sarò un uomo che non ha paura del tempo, che sa vivere la propria vita nella sua totalità. Questo pensavo fissando, ormai felice, l’ultimo pezzetto piccolo di filetto Black Angus che avevo nel piatto.

Poi è passato il cameriere, ha detto: “posso?” E senza aspettare risposta si è portato via il piatto.

 

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