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Marauder – I predatori del rock moderno

Marauder è il sesto album degli Interpol, il secondo dalla fuoriuscita dal gruppo del bassista Carlos Dengler, che ha largamente inciso sulla genesi di quest’ultimo disco. La composizione infatti è avvenuta da vero e proprio trio, che ha optato per una dimensione più intima, alla ricerca di un’estetica che rimanendo fedele all’identità formatasi venti anni di musica, risultasse più punk e immediata.

L’Immediatezza d’altronde risaltava già nel singolo che ha anticipato l’album, The Rover, il cui aspro riff è in primissimo piano, mentre viene rincorso compulsivamente dai piatti di Sam Fogarino. Se in quest’episodio il riff trascina la canzone, nelle altre tracce non compaiono motivi così in risalto, le parti di chitarra risultano ben più invischiate l’una con l’altra, come nell’apertura If You Really Love Nothing, in cui un elegante tappeto sonoro non viene esaltato da una parte vocale eccessivamente smorta, che non prende mai il volo, così come rimane un pezzo poco riuscito l’insolitamente ironica Complications, che rimane inchiodata al suo inizio smorzato.

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Il disco dà il meglio di sé nella sua parte centrale, dove pezzi come Flight of Fancy, NYSMAW e Surveillance sono la migliore elaborazione del passato, con l’aggiunta di qualche elemento innovativo, come sezioni di chitarra più intricate e sporche e linee di basso più dritte del solito, che se da un lato perdono la loro dinamicità, in pezzi dove l’ispirazione melodica e quella testuale combaciano, possono risultare invece un valore aggiunto nel senso minimale e punk di cui parlavo pocanzi.

Stay In Touch è un esperimento riuscito, che si basa su un crescendo interessante: il motivo iniziale si arricchisce di elementi conturbanti che esibiscono al meglio l’atmosfera tendenzialmente cupa dell’album, e che sfociano in un outro avvolgente da cui emerge prepotentemente il lamento del classico soggetto dei testi di Paul Banks, l’uomo sull’orlo di una crisi di nervi che da un punto di vista ubriaco e distorto rivendica, e in questo caso rimpiange, le sue vecchie relazioni, accorgendosi di vaneggiare come farebbe un predone, un brigante, un marauder, per l’appunto: “Marauder chained of no real code/ Marauder breaks bonds/ Marauder stays long”.

Il disco, registrato tra una data e l’altra del lunghissimo e applauditissimo tour che ha celebrato i 15 anni dall’uscita di Turn On The Bright Lights, sembra vivere del diretto confronto con questo primo lavoro: non tanto da un punto di vista prettamente musicale, quanto nell’ottica di un rinnovamento della scaletta dei loro concerti, che con l’uscita di Marauder, se non verranno arricchiti in termini qualitativi, verranno sicuramente riempiti di spazi e sonorità ulteriori.

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Alla fine dei conti quest’ultimo, seppur con i suoi colpi a vuoto, risulta il lavoro più interessante dei newyorchesi da una dozzina d’anni a questa parte, probabilmente anche grazie alla vena ispiratrice figlia dell’aver riesumato, in questi anni di tour, i gloriosi fasti dei primi anni duemila. In questo senso, si potrebbero leggere i versi della coda di Mountain Child, uno dei picchi emotivi dell’intero album, proprio nell’ottica di un’assunzione nostalgica e imperiosa della propria grandezza “And I’m a kind of hero/ Hero/ We used to rule back then/ Hero/ What did we used to rule back then”.

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