CREDITS FOTO TIZIANA TEPERINO

Micaela Tempesta, cantautrice

A un mese e mezzo dall’uscita del suo album d’esordio, .BLU., abbiamo fatto qualche domanda alla cantautrice napoletana: le esperienze, i luoghi, le persone che hanno portato Micaela Tempesta fino al suo primo lavoro in studio.

Sentimenti diversi e contrastanti – amore e rabbia, disillusione e sogno -, leggerezza (che non è superficialità) e canzoni di impegno, tecnica; tutto si mescola con armonia nel primo disco di Micaela Tempesta. Le parole, scelte con amorevole cura, si sposano spesso con ritmi ballabili, tanto che non sarebbe vietato inserire una o due tracce di “.BLU.” in una playlist da far suonare in pista. Far ballare, d’altronde, è stato anche il mestiere di Micaela, che, agli inizi della sua carriera musicale, in uno studio di registrazione napoletano, ha prestato la sua voce e il suo songwriting a numerosi progetti dance e remix licenziati principalmente all’estero. Dal nostro punto di vista, “.BLU.” entra a far parte a pieno titolo dei dischi pop [ndr] italiani più interessanti del 2018. Ci auguriamo che “Invincibili”, così come altre tracce, possano presto contare numerosi passaggi in radio. Per questo ci siamo occupati di questo lavoro, raccontandovelo un po’. La materia grezza di Micaela (note e parole) è stata trattata da Massimo De Vita (Blindur) dello straordinario studio “Le Nuvole” (Cardito, NA), una delle factory musicali più promettenti dell’Italia meridionale.

INTERVISTA

Un disco è sempre, prima di tutto, una raccolta ben assortita di canzoni. Le tue sono diverse tra loro e trattano temi anche dissimili. Cos’è che le tiene insieme in “.BLU.”? C’è un fil rouge che le accomuna?

Di primo impatto ti risponderei che le accomuna la vita, nel senso che questo filo che le unisce non è altro che la quotidianità e le esperienze che facciamo giorno per giorno per cui si va dai legami personali ai legami con la città passando per il legame che abbiamo con gli altri che abitano questo tempo insieme a noi. Siamo tutti nello stesso vagone ed è bello poter diversificare i discorsi.

Un album è, forse, il frutto più concreto del percorso artistico di un cantautore (cantautrice nel tuo caso). Com’è stato il tuo, di percorso? Quali sono state le esperienze, le persone, gli eventi fondamentali che ti hanno portata fino a “.BLU.”?

.BLU. è arrivato tardissimo se controlli la mia carta d’identità, allo stesso tempo posso dire con sicurezza che non poteva arrivare prima in virtù del fatto che ho accumulato delle esperienze sia di vita sia professionali che hanno fatto in modo che quest’album venisse fuori con tutte le curve al posto giusto. Ho cominciato negli ann’90 con la dance, ho sempre ascoltato musica black mi serviva il tempo di tirarla fuori da me e per questo l’incontro con Massimo De Vita è stato fondamentale. Lui ha capito in che modo tirare fuori la parte “black napoletana” che è in me senza farla sembrare una copia sbiadita della musica americana.

CREDITS GRAFICA GAETANO ISERNIA - Copia

Tu emergi da un contesto musicale molto vivo. Da Napoli, oggi, provano ad affacciarsi sul mercato discografico italiano molti tra i tuoi colleghi e, probabilmente, amici (Foja, La Maschera, Gnut, Giglio, Tommaso Primo e molti altri). La città, vista dall’esterno, sembra musicalmente in fermento. È così? Napoli è, attualmente, la città giusta per proporre e promuovere la propria musica?

Questa è una città sempre viva dal punto di vista culturale. Lo è stata in passato, lo è oggi con caratteristiche diverse, lo sarà indubbiamente domani perché i napoletani hanno l’arte nel DNA.
Sicuramente Napoli oggi è la città giusta dove poter pescare i pesci giusti. Siamo in overbooking di talenti alcuni capacissimi di stare accanto ai nomi noti della musica emergente italiana.
Il problema a Napoli è che nessuno da fuori viene davvero a vedere cosa c’è ed è difficile uscire perché sono convinta che manchino le strutture giuste. Una buona etichetta capace di stare nei segmenti del nuovo “indie”, un buon ufficio stampa capace di arrivare a riviste di settore , una buona agenzia di booking che si faccia valere anche fuori dai confini campani.
il problema è solo in uscita perché poi i concerti qui li organizzano bene e siamo “tartassati” (lo dico con ironia) dai nuovi nomi della musica italiana tutte le settimane. La mia domanda è come mai a Milano non sono tartassati almeno una volta ogni due settimane da artisti campani?

Napoli città di arte e di cultura, ma anche di violenza e di abbandono. In 060607, la seconda traccia del tuo album, la rappresenti a tinte fosche e con pessimismo. “In mezzo ai vicoli, dove Gennaro fa miracoli” c’è speranza? Hai mai pensato di partire e proporre la tua musica altrove?

Napoli è ferocemente meravigliosa. La canzone che parla di Napoli sicuramente non la elogia né la demonizza. è uno spaccato, una fotografia. Se pensassi che questa città sia senza speranza non sarei qui. Quando l’ho scritta ho pensato a quando stai sulle colline di posillipo e la vedi da lontano come la cartolina che tutto il mondo consce e poi se zoommi però cominci a vedere tante altre cose che forse non sono proprio l’ideale. La dicotomia di Napoli è il motore di tutti noi, odi et amo, fonte d’ispirazione e di disperazione. Non c’è un posto migliore di questo. Da quando ho cominciato a fare musica non ho fatto che proporla fuori più che dentro. Voglio dire (se calcoli che la faccio da un bel po’), negli anni ’90 gli unici referenti “discografici” erano in Galleria del Corso a Milano per cui mi sono trovata in questa strana situazione di non vivere i primi anni a confrontarmi con i napoletani ma con i signori dietro le scrivanie. Forse è stato un bene, per certi versi le porte in faccia e il misurarti con altre realtà ti fa crescere, dall’altro lato però mi sono persa un momento sano di condivisione con i ragazzi che facevano la mia stessa cosa a quel tempo.

Parlaci degli aspetti tecnici del tuo album. Dove, come, quando lo hai registrato? Chi ti ha guidata o influenzata nelle scelte artistiche e negli arrangiamenti?

L’album è figlio del Vesuvio. Registrato prodotto e arrangiato a Cardito nello studio di Massimo De Vita (Le Nuvole). Come ho già detto prima l’incontro con Massimo è stato “rivelatore” , lui ha questa abilità di capire chi sei musicalmente , qual è la tua radice, e te la cuce addosso. L’ho scelto come produttore artistico e una volta stabilita insieme la rotta da prendere (abbiamo ascoltato un sacco di musica assieme) mi sono fatta portare. Non abbiamo avuto nessuna divergenza , cosa che durante le pre-produzioni e la produzione di un disco è più unica che rara, io ho fatto la mia parte (scrivere musica parole e cantare) lui ha fatto la sua (arrangiamenti e modifiche alle strutture dei pezzi a volte togliendomi strofe intere che per un cantautore vuol dire che gli stai ammazzando la mamma ma per me no  ). A Noi due si è aggiunto Paolo Alberta (produttore indipendente e fonico di fiducia dei negrita) che ha una grossa conoscenza musicale in campo elettronico e black e ci ha aiutato a mettere la ciliegina sulla torta. Paolo ha anche missato il disco mentre per il mastering ci siamo affidati ad Andrea Suriani che lavora con moltissimi nomi della nuova onda artistica italiana.

CREDITS FOTO GIGI RECCIA

Le canzoni di “.BLU.” le hai scritte tutte in periodi recenti o almeno qualche traccia proviene dal tuo passato?

.BLU. è un percorso di almeno 10 anni. Ci sono tracce scritte due anni fa, altre 10 anni fa. Se prendi quella su Napoli ad esempio, il titolo è la data in cui l’ho scritta dello stesso periodo sono anche Favole e Serena-mente e In Bilico, mentre le altre sono recentissime.

Che rapporto hai con la tradizione della canzone napoletana? Ti influenza in qualche maniera?

Amo i classici napoletani e sicuramente ne sono stata influenzata , forse anche per induzione più che per ascolto. Sono cresciuta con Pino Daniele, Edoardo Bennato, Teresa De Sio, Enzo Avitabile, De Crescenzo. Tutti napoletani d.o.c., sarebbe una bugia dirti che la napoletanità dagli albori agli anni ’90 non mi abbia influenzata.

Mogol ha dichiarato in un’intervista che per scrivere una bella poesia o una bella canzone “bisogna saper toccare chi la ascolta nel profondo”, riconoscendo, quindi, al pubblico un ruolo fondamentale già nel processo creativo. Ovvero comporre pensando a chi usufruisce dell’arte. Cosa contiene, a tuo avviso, una canzone che sa catturare la sensibilità chi si mette all’ascolto? 

Pur riconoscendo al maestro Mogol un sacco di meriti purtroppo non mi sta simpatico. In quel virgolettato c’è una grande verità se vuoi vendere dischi o libri, se vuoi salire in classifica, perché è il pubblico che ti fa re. Ma non ha un ruolo fondamentale nel processo creativo, ce l’ha solo se hai intenzione di mercificare la tua creatività. Secondo me per scrivere una bella poesia o una bella canzone devi vivere prima di tutto. Devi uscire, sporcarti le mani, spaccarti il cuore, ridere forte, ascoltare storie, mettertele addosso. A mio avviso non c’è una sola via per essere creativi. Una canzone che sa catturare la sensibilità di chi si mette in ascolto innanzitutto contiene la sincerità (questo dal punto di vista “romantico” di un artista nell’atto creativo), ma ad un bravo professionista basta la credibilità (intesa come credibilità della storia che racconta o del sentimento che esprime, etc.).

Autore: Andrea Capuano
In copertina: Micaela Tempesta, foto di Tiziana Teperino

Latest from Musica e Spettacolo

Vai sopra