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Moses Sumney incanta il giardino della Triennale

Se hai avuto modo di collaborare con Solange, Karen O, David Byrne, Thundercat, James Blake, Skrillex, Flume, se sei stato ospite nella band di Sufjan Stevens alla notte degli Oscar, se il tuo debutto è Aromanticism, successo unanime di critica, le aspettative del pubblico sono molto alte.

L’aria nello splendido Giardino della Triennale è infatti elettrica, in attesa che Moses Sumney faccia il suo ingresso sul palco, alla prima data da headliner in Italia nell’ambito di Contaminafro del festival Tri-P. Nessuno sa cosa farà di preciso, ma tutti credono che sarà un esibizione all’altezza dell’hype che lo precede. Su Internet possiamo vederlo esibirsi da solo con la chitarra, o con una loop station, ma esistono poche sue registrazioni con altri musicisti. Qui a Milano, la sua chitarra o il suo Moog completano un trio: un synth o un violino pizzicato ed effettato a fare le veci di un contrabasso, e un clarinetto o una chitarra.

Quando un tappeto di loop di violino e chitarra accoglie Sumney sul palco, si parte subito con una catarsi collettiva: Don’t Bother Calling è spaziale. La setlist attinge a piene mani da Aromanticism, regalandoci qualche piccola perla come Worth It. Nel mezzo, una Quarrel in cui Thundercat è sostituito da un synth-bass eccelso e in cui Moses regala note eteree, una quinta versione estesa di Make out in my car, non inclusa nel recente EP collaborativo, basata su un loop r&b registrato live con il microfono a simulare una batteria. Sumney guida i musicisti con i suoi loop percussivi (che spesso attingono dalla poliritmia africana) durante tutto il concerto, schermandosi dal pubblico con gli occhiali da sole. Quando toglie le lenti scure e ha un contatto visivo con la platea, come durante la cover di Bjork mozzafiato, Come to me, è visibilmente emozionato e pienamente coinvolto. Non lo distrae troppo neanche la fastidiosa discoteca vicina, che infastidisce durante le pause nel finale del concerto, e scherza «Almeno mettete buona musica, suonate un po’ di Beyoncé!».

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Moses Sumney

Consumata la scaletta in programma, incluso l’encore previsto con una Plastic quasi acustica e solitaria, scende dal palco. Cinque minuti ininterrotti di applausi scroscianti lo riportano sul palco, praticamente prendendolo di peso dal backstage. C’è tempo, è ancora presto: due ultimi pezzi che, a detta sua, esegue pochissimo dal vivo, presi dalle richieste del pubblico più affezionato e più attento, non preparati precedentemente e soprattutto non previsti. Sumney ha dato veramente tutto, e ha accompagnato il pubblico milanese per un’ora e mezza incredibilmente toccante.

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