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Viaggio extratemporale con Olmo Amato

Basta che un rumore, un odore, già sentito o respirato un’altra volta, lo siano di nuovo, a un tempo nel presente e nel passato, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, ed ecco che l’essenza permanente ed abitualmente nascosta delle cose è liberata.

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Il sospetto

I ricordi di Marcel Proust, protagonista e narratore della lunga opera Alla ricerca del tempo perduto, ci conducono in un viaggio intimo e complesso destinato alla liberazione dell’io interiore smarrito nell’oblio del tempo, un essere extratemporale che, incurante delle vicissitudini del futuro, gode dell’essenza delle piccole cose, come il sapore di una madeleine. Le sensazioni frammentarie riemergono così dal passato svelando ciò che è stato dimenticato e l’essere riconquista la propria vita, mai realmente vissuta. Il disorientamento temporale è una condizione immediatamente percepita osservando i personaggi e i luoghi nei progetti fotografici di Olmo Amato, fotografo e videomaker, interprete di storie che sembrano appartenere allo stesso limbo che tormenta Proust.

 

Nel testo critico Elsewhere, but still present di Nour Melehi (www.olmoamato.it) affermi che nei tuoi scatti la presenza umana è testimonianza di un mondo che non esiste più. Parafrasando il titolo di un quadro celebre di Paul Gauguin, ti chiedo Da dove vengono? Chi sono? Dove vanno, i tuoi protagonisti? 

In Rinascite la natura misteriosa dei paesaggi mi ha stimolato a creare una sorta di bolla virtuale dove digitale e analogico si fondono. Passato e presente si mescolano senza svelare storie e pensieri di quella gente. Tutti i protagonisti delle mie foto sono persone vissute circa un secolo fa: alcuni erano personaggi noti, altri perfetti sconosciuti. Le foto originali sono state scattate tra il 1900 e 1930 e sono tutte provenienti dagli archivi fotografici storici del Library of Congress. Un’altra domanda potrebbe essere: chi sono ora quei personaggi? Vissuti in un tempo lontano, senza nemmeno chiedersi il perché, si ritrovano trasportati in un mondo altro. Vagano in un limbo eterno restando gli unici testimoni del mistero celato da quei luoghi. La sospensione dell’immagine è pensata per suscitare delle domande senza però dare una vera risposta. Dove vanno o perché sono lì non è dato saperlo, la risposta è lasciata all’immaginazione di chi vede.

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In acque profonde

Rinascite, progetto che verrà esposto prossimamente alla Johanssen Gallery di Berlino, nasce da un viaggio on the road in Nord Europa e dalla curiosa ricerca nell’archivio digitale della Library of Congress di Washington. Quali sono i luoghi e le persone che hanno ispirato la genesi della tua immaginazione? 

Forse, più che qualche autore nello specifico, mi piace pensare che sono stati proprio quei luoghi magici ad avermi ispirato. L’idea di Rinascite è nata da un viaggio in Finlandia e Norvegia fatto nell’estate del 2013 per allontanarmi dal caos e dalla frenesia della metropoli. Per giorni mi sono trovato a percorrere luoghi incontaminati col sole sempre all’orizzonte e, man mano che procedevo verso nord, le tracce dell’uomo svanivano e la percezione del tempo cambiava. All’inizio non avevo un’idea chiara del progetto: mi lasciavo guidare da quegli ambienti e cullare dalla sensazione di un mondo sospeso. Ho iniziato così a raccogliere fotografie di paesaggi fatte durante i miei viaggi in Italia ed Europa. La cosa strana era che durante lo scatto, ma anche riguardando le foto in seguito, avevo sempre la sensazione che le mie immagini fossero incomplete. Sentivo che i paesaggi che fotografavo mi nascondevano qualcosa: era come se quei luoghi chiedessero una sorta di presenza umana che, per qualche ragione, mi era stata impossibile fotografare in quel momento.

Dopo aver scoperto gli archivi fotografici storici del Library of Congress, affascinato da quelle immagini cristallizzate nel tempo, decisi di realizzare una serie di fotomontaggi provando a inserire digitalmente figure provenienti dal passato. Del tutto inaspettatamente, mi sono trovato a riportare in vita persone del secolo scorso, come farebbe una macchina del tempo. In questa dimensione altra, i luoghi hanno però conferito a quelle persone una nuova vita, diversa da quella precedente. Sarà un piacere mostrare quest’estate lo sviluppo del progetto Rinascite in grande formato anche a Berlino. Proprio lì nel Tiergarten ho realizzato il primo scatto della serie, ed è un luogo a cui sono particolarmente legato e dove ho trascorso gran parte del mio tempo nell’ultimo anno e mezzo. L’esposizione sarà alla Johanssen Gallery di Berlino, dal 29 giugno al 10 settembre 2017.

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Rinascite

La tua scelta espressiva è il bianco e nero ed il contrasto dei toni aumenta nelle fotografie di Sogni, memorie e incubi dalla metropoli. La realtà è velata da visioni oniriche e la presenza umana vaga nelle incongruenze spaziali, passato presente e futuro sono liberi di muoversi nell’eternità di quell’attimo. Quanto l’assenza di colore influenza la percezione della scena? 

Ho sempre amato molto il bianco e nero per la sue essenzialità. L’essere costretti a rappresentare una realtà completamente diversa, “a colori”, con una sola scala di grigi, mi ha sempre affascinato molto. Da lì ho iniziato a lavorare sul concetto di tempo e sulla sospensione creata dalla contrapposizione tra elementi analogici e digitali, luci ed ombre, presente e passato. Ho trovato il bianco e nero la scelta adatta per questi lavori, anche se non nascondo che ho già iniziato a sperimentare con il colore.

 

Un salto nel tempo nella storia della fotografia è necessario. I soggetti che selezioni per comporre l’immagine fotografica sono poi digitalizzati e manipolati, mediante l’uso di software, per avviare il processo di decontestualizzazione. Qual è l’eredità consegnata dalla fotografia del ventesimo secolo alle nuove generazioni? 

Siamo una generazione sommersa dalle immagini, costantemente immersa in un flusso digitale senza soluzione di continuità. Il nostro occhio è allenato a vedere e districarsi in questo flusso ma, forse, non abbastanza ad osservare. Per poter vedere veramente bisogna potersi fermare e rallentare i ritmi. Facebook, Instagram, la rete in generale sono degli enormi contenitori di immagini di ogni tipo. Qui l’attenzione è ridotta al minimo, il tempo di uno scroll.  Trovo importante saper uscire da questo caos disordinato dove tutto scorre senza memoria, se non quella dei server delle grandi compagnie. Ho bisogno di trovare il tempo per riflettere. Sicuramente abbiamo un enorme patrimonio lasciatoci dai grandi maestri della fotografia che non possiamo sottovalutare. Ci sono fotografie eterne che, nonostante il tempo, hanno la capacità di emozionarci e di fissarsi indelebilmente nel nostro pensiero come immagini impressionate su un negativo. Lavorare con archivi storici mi ha fatto riflettere sull’importanza delle immagini del passato, non solo come valore di documenti storici. Il digitale ha reso tutto più facile e veloce ma forse ha tolto un po’ di quel respiro e di quella magia della fotografia. Per uscire da questa bolla virtuale bisogna potersi ritagliare i propri spazi: nel mio caso lo faccio con i viaggi. Muoversi, potersi allontanare dalla frenesia e dalla routine per raggiungere luoghi nella natura ancora vergine è l’ossigeno che alimenta il mio lavoro, anche perché poi dopo lo scatto passerò giorni a lavorare al computer per trovare le giuste combinazioni.

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Rinascite

Allontaniamoci dal vortice spazio-temporale e approdiamo, per quanto possibile, alla realtà. Concludiamo l’intervista riprendendo i quesiti esistenziali di apertura, Da dove vieni? Chi sei? Dove vai? 

Sono nato a Roma nel 1986 mi sono laureato in neurobiologia e parallelamente agli studi universitari, mi sono avvicinato alla fotografia grazie a mio padre, anche lui fotografo e artista. Mi sono sin da subito interessato alla sperimentazione di tecniche di manipolazione digitale e fotomontaggio. Attualmente sono fotografo e videomaker professionista, specializzato in stampa fine-art, mi occupo inoltre di post-produzione e didattica, oltre che della cura di archivi fotografici. Negli ultimi anni ho avuto modo di avvicinarmi anche al mondo del video e del cinema. Nel 2015 ho realizzato il film “I Racconti dell’orso”, prossimamente distribuito in Italia, selezionato al Torino Film Festival e a numerosi altri festival italiani e stranieri.  Nonostante la mia professione credo che all’origine di tutta la mia ricerca artistica ci sia principalmente un aspetto ludico e di ricerca. Da piccolo amavo molto giocare con i Lego, passavo intere giornate a costruire mondi immaginari partendo da quei singoli elementi. Crescendo mi sono appassionato alle scienze, la mia è stata una ricerca indirizzata a capire quali fossero quei mattoncini colorati che regolano le nostre esperienze, i nostri ricordi e le nostre emozioni. Dopo la laurea non ho proseguito nella ricerca scientifica, sono tornato in qualche modo sui miei passi, al gioco forse, in quella ricerca che porta alla scomposizione e ricomposizione del reale. Continuerò a sperimentare anche con il cinema, senza però abbandonare il mio lavoro nel campo della fotografia.

White Forest
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