Freely adapated after the story by Marguerite Duras
Director Katie Mitchell

Script Alice Birch

With Laetitia Dosch - the woman, Nick Fletcher - the man, Irène Jacob - a narrator.

16 Jan to 3 Feb 2018

Associate Director Lily McLeish
Video direction Grant Gee
Set and costume design Alex Eales
Composer Paul Clark
Sound Design Donato Wharton
Video Design Ingi Bekk
Collaboration Video Design Ellie Thompson
Lighting Design Anthony Doran

Assistant Director Bérénice Collet
Technical Manager John Carroll 
Deputy Stage Manager Lisa Hurst
Video programmer / Operator Caitlyn Russell
Camera operators Nadja Krüger, Sebastian Pircher 
Trouble Shooter Matthew Evans
Sound Programmer / Operator Harry Johnson
Boom Operator Joshua Trepte
Lighting Programmer / Operator Sébastien Combes
Assistant Stage Manager Elodie Huré 
Deputy Stage Manager Marinette Jullien

Tra voyeurismo ed osservazione scientifica: La Maladie De La Mort

La Maladie De La Mort è un racconto di Marguerite Duras che, già nelle intenzioni dell’autrice, ha una portata immaginifica che esce dalle pagine e che ha bisogno di concretizzarsi in azione: la stessa autrice, in
appendice al racconto, lo immagina animarsi a teatro o su pellicola. Si tratta di una storia linearmente
terribile, precisa nella sua asettica scientificità narrativa: una donna ed un uomo, senza nome, ed una
connessione tra loro definita con chiarezza. Lui paga Lei perché Lei possa essere a sua completa
disposizione, strumento della sua fredda ricerca su se stesso e su quell’amore/desiderio che vorrebbe
imparare. Lui vive in una stanza d’albergo, teatro dei loro incontri organizzati. Leggi tutto

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Colette, una breve analisi filmica

Una donna che può arrivare ad intimidire qualsiasi cosa, ma alla fine non le si può impedire di andarsene: «La mano che tiene la penna scrive la storia» [Colette (Keira Knightley) 2018, regia di Wash Westmoreland] Leggi tutto

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Errore Digitale e l’avanguardia romana dell’arte contemporanea

Quando l’arte diventa medium senza medium, nella precisa quanto profetica definizione di Valentina Valentini, essa è allora percorso, spazio, spettatore. Ma è, più di ogni altra cosa, medium in tutti i media, ed Errore Digitale è l’avanguardia che lo dimostra.
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NEWPORT, RI - JULY 6:  Godfather of soul James Brown performs onstage at the Newport Jazz Festival on July 6, 1969 in Newport, Rhode Island. (Photo by Tom Copi/Michael Ochs Archives/Getty Images)

Il numero di Erdos-Brown: misurare l’influenza del Godfather of Soul

Se ci fosse un modo per misurare in maniera oggettiva l’impatto di una sola persona su un genere musicale, potremmo stare certi che con James Brown e il soul, il funk, l’hip-hop e l’r&b si potrebbe stabilire con ogni probabilità un record assoluto. In fondo parliamo dell’artista più campionato di tutti i tempi. Possiamo però valutare, in un certo senso, quanto sia stato in grado di plasmare un sound partendo dal lavoro dei suoi collaboratori.
L’ispirazione per questo indice viene dal numero di Erdos, nato in maniera scherzosa per valutare “la distanza” che separa un matematico qualunque dall’ungherese Paul Erdos, il più pubblicato dai tempi di Eulero. Anche Kevin Bacon ha ricevuto lo stesso trattamento, quindi perché non provare con Mr Please Please Please? Leggi tutto

Immagine evidenza. Copyright ©Caro Mantke

«Collage by Women» | Interview with the curator Rebeka Elizegi

The combination of art and woman is among the most controversial in the history of art, female names are hidden from male predominance in the pages of books, up to the claim of feminist artworks in the seventies. But in recent years grows the interest on the side of historians, critics and the public of art on rediscovering life and artworks of the protagonists who have changed or who are writing the history of art without gender exclusions. In the catalog «Collage by Women. 50 Essential Contemporary Artists» (Promopress, 2019), the artist and curator Rebeka Elizegi presents fifty international women artists who use collage, among the most experimental artistic techniques used since the late nineteenth century. This precious publication is an invitation to reflect on the creative possibilities of the practice of collage, whose importance was taken away from the history of art, but it is above all an important testimony of contemporary female art, from the emerging artists to the most known. Leggi tutto

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Finché continua a piovere e l’estate non arriva, possiamo ascoltare beabadoobee

Prendiamo Alanis Morissette. Togliamole per prima cosa quel doloroso conto aperto con la vita, così che magari adesso non dica più frasi tipo every time I scratch my nails down someone else’s back I hope you feel it. Poi rendiamola inglese, non più canadese, e più bedroom-chill, qualunque cosa sia, rispetto all’alternative-grunge di Jagged Little Pill –che, per la verità, il bedroom-chill è abbastanza in linea con la sua recente e mortifera svolta verso il food blogging vegano, più o meno. Possiamo discuterne, ma non adesso, ché mi viene sempre un po’ da piangere quando penso che ha smesso di scrivere canzoni per postare ricette biologiche su Facebook. Leggi tutto

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Los primeros deseos de Pedro (I primi desideri di Pedro)

MATEO BLANCO/HARRY CAINE: […] I film vanno finiti, anche se alla cieca!

(GLI ABBRACCI SPEZZATI)

Una volta Federico Fellini disse che girare un film significa cercare di guarire da una lunga malattia partorita dall’ideazione del film stesso, da cui si può guarire subito dopo aver concluso il montaggio definitivo. Il regista riminese però aggiunse che spesso questa malattia tende a ripresentarsi all’arrivo dell’idea per la pellicola successiva. Leggi tutto

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All’improvviso tutto è cambiato: i 20 anni di The Soft Bulletin

Essere in un gruppo garage-rock negli anni ’90 – quelli dell’esplosione del grunge, della strofa suonata piano e del ritornello molto forte – e avere un bel contratto di sette dischi con una major come la Warner Bros doveva essere il sogno di tanti musicisti nel 1997. Non era però il sogno che Wayne Coyne aveva in mente per i suoi Flaming Lips, che una volta finito questo periodo, avevano raccolto una sola piccola hit, la scanzonata filastrocca She don’t use jelly. In una recentissima intervista con NME, lo stesso Coyne ha affermato che “c’era questo mondo in cui era necessario vendere dischi e fare grandi concerti in cui non ci trovavamo a nostro agio”. Leggi tutto

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I Melvins, Cobain e la svolta sotto Atlantic Records

Ci sono momenti di svolta nella storia di un’artista e il passaggio ad Atlantic Records, per i Melvins, è uno di quelli. Con 4 album e svariati EP all’attivo, e dopo aver basato le proprie fortune spaziando tra Sludge e Doom Metal, la band conferisce un tono più accessibile a molti dei suoi pezzi dei primi anni ’90, influenzati dall’imperversare del fenomeno Grunge e sollecitati dalle richieste di maggiore radiofonicità della nuova etichetta discografica.

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