PEIM

Abbozzo di un lungo poema dal titolo, provvisorio: lo spazio e il suono

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[Solo un primo abbozzo, ma sono convinto del suo valore. Continuare smorzandone l’enfasi…N.G., luglio 2051]

Abbozzo…
Chi scrive crede che si sia troppo facilmente obliato il lungo e ponderoso poema di Nicola Giarri, pubblicato nel 2054 e accolto inizialmente come opera maestra, dal titolo Il suono è solo spazio. Gli anni ‘60 però, e con loro la nuova ondata critica di stampo abitualmente francese, ne riscontrarono, non senza presunzione, tutti i difetti; d’improvviso, il capolavoro lo si fece passare come esemplare di poetica da non imitare. Resta ancora da chiarire se le aspre critiche fossero dovute ad effettive convinzioni oppure al (sempre abituale) sciovinismo d’oltralpe, il cui riguardo per noi oltralpini è, come noto, con un eufemismo, scarso.
Pure, il poema parve a tutti, al principio, opera di estrema avanguardia. Ma il dissertare pallido e manchevole del sottoscritto non corrisponde al modo migliore per offrirne un compendio. Per questo di seguito se ne riporta uno stralcio, i versi che vanno dal 648 al 666, corrispondenti all’in zio della III parte. I versi più mirabili, chissà:

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Il plauso all’uscita era dovuto soprattutto all’esplosività lessicale e all’estrema novità di questa aggettivazione morbida e sofisticata, mai triviale, che si lasciava alle spalle lo stille alla Jódínus Álfberg (poeta islandese che aveva dominato la scena nel ventennio precedente, anch’egli ormai curiosamente ignorato nonostante le numerose eccellenti raccolte). Per tacere degli arguti giochi di parole (preme, in particolare, quello tra il verso 659 e il 660: “. . . . . . . / . . . . . . . . . . .”, tutt’ora scombussolante per chi scrive, a dispetto delle numerose riletture). Il breve stralcio di cui sopra non può poi mettere in luce l’incanto dell’intreccio, un passo oltre la distinzione tra lirica ed epica: erotismo primordiale e razionalità intessuti con equilibrio e contegno mirabili.
I francesi, dicevamo: ce n’est pas l’envie. A partire dal 2061 gli attacchi al poema, fino allora tiepidi, si fecero via via per tutto il decennio sempre più duri ed aspri. Il 2061 è difatti l’anno in cui Boland Rabthes pubblica il suo saggio Lo spazio è solo rumore (titolo originale: L’espace est seul bruit), in cui la novità del Giarri viene tacciata di ipocrisia: la teoria esposta è semplice: sotto un velo di apparente novità, il poema è in realtà non solo legato a canoni tradizionali, ma addirittura reazionario. Rabthes si scaglia a prima posa contro i critici, anche francesi (ah, il misogallo!), che salutarono il poema come il primo contributo poetico che davvero andasse oltre al romanticismo, alla faccia di tutte le pretese novecentesche e della prima metà del secolo XXI: Giarri negava, alla buonora, Mallarmé: “rien n’aura eu lieu que le lieu”; Giarri negava, alla buonora, Žižek quando commentava Mallarmé: “non ci sarà mai un tempo presente in cui «solo il luogo stesso avrà luogo»”. Giarri aveva creato il poema del solo luogo, agli occhi dei critici antecedenti a Rabthes. La cuccuma di quest’ultimo perché anche il luogo del poema di Giarri era un non-luogo, era luogo e il suo contrario, quindi, per necessità, non era solo luogo. Rabthes aveva ragione perfetta nello specifico, il più guasto dei torti nella pratica generale. Se i critici prima di lui avevano sbagliato, negligenza dei critici, non del Giarri. Se anche il poema non era puro luogo, pura astrazione quindi arte non perfettibile, poteva essere comunque un buon poema. E buon poema lo era, anzi, era grande, straordinario, inarrivabile, monumentale poema. Si perdoni il tono elegiaco, alquanto dovuto al rifiuto di credere che un tale gioiello della letteratura mondiale sia davvero stato dimenticato da tutti, se non una manciata di studiosi di italianistica del secolo scorso (gli studiosi, non gli studi). Rabthes, nella seconda parte del suo testo si avventa in accuse anche contro la struttura ritmica e fonetica dell’opera del Giarri. La scansione, costante, dei versi (un settenario più un endecasillabo); l’uso reiterato e a parer suo troppo fanciullesco della rima baciata, che andrebbe a richiamare le filastrocche fino a rendere il poema puerile (si prendano ad esempio le rime . . / . . e . . / . .); l’anafora, praticata senza indugio, tanto da privare l’opera di una vera anima (anche qui, ad esempio, l’inizio del verso 652, . ., poi del 653, . ., e ancora del 654, . .). Tutto ciò oltre a una certa ripetitività lessicale (“Quante volte”, si chiede Rabthes, “viene ripetuto «. . .»?”). Dopo di allora Il suono è solo spazio ha iniziato il suo declino, arrestatosi solo perché sotto lo zero non è possibile di andare. Nessuno lo legge più, nessuno lo cita più, nessuno se ne ricorda più. L’ultima ristampa risale addirittura al 2086. Un pezzo da collezione. Ma l’analisi di Rabthes, seppur con delle ragioni, non pare al redattore di questo breve articolo un’analisi letteraria che possa dirsi acuta, né tantomeno di valore, nella prima parte per i motivi che già si è tentato di dimostrare (la critica ai critici, non vada, per carità, ad inficiare il testo), nella seconda giacché si sofferma praticamente solo sulla parte strutturale dell’opera e anche in quel contesto non approfondisce adeguatamente. Biasima con piglio ferino, ad esempio, l’alternanza ritenuta troppo classica di endecasillabi e settenari, non ne scova le motivazione che spinsero il Giarri ad usare tale scansione sillabica. Il suo recupero dei classici si volge a un tentativo di superarli senza per questo rinnegarli, e secondo il sottoscritto è quanto è visibile in ogni verso del poema. La sua è un’opera non solo di immensa avanguardia, ma anche di grandissima erudizione, e questo Rabthes non lo capì mai. Ma il nome del critico francese, nel 2061, era già troppo celebrato in tutto il mondo perché qualcuno potesse avanzare critiche alla sua, di critica. La verità è che il suo linguaggio già allora, figuriamoci oggi, era vetusto, inappropriato alla letteratura sua contemporanea, incapace di cogliere le sfumature di un’opera rivoluzionaria poiché troppo legato a quel Novecento che, deo gratias, finalmente sembra ci si stia lasciando alle spalle. Adatto forse, il linguaggio del Rabthes, a descrivere quegli scribacchini oggi del tutto dimenticati, loro sì a ragione, che tanto piacevano allo studioso francese. Quei Larkin, quei Céline, quei Celan, quei Parra, quei Gadda, quei Borges ora per fortuna considerati come da lor merito: in altre parole: non considerati affatto. A distanza di decenni, è giunto il momento di correggere gli errori del passato: rivalutare in negativo il saggio di Rabthes (se non tutto il suo datato opus) e, soprattutto, rivalutare in positivo il poema del Giarri. Nella speranza che questo primo contributo sia utile per intraprenderne il recupero.

 

di Alberto Rossi


inage credit ©PEIM 

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