All’improvviso tutto è cambiato: i 20 anni di The Soft Bulletin

Essere in un gruppo garage-rock negli anni ’90 – quelli dell’esplosione del grunge, della strofa suonata piano e del ritornello molto forte – e avere un bel contratto di sette dischi con una major come la Warner Bros doveva essere il sogno di tanti musicisti nel 1997. Non era però il sogno che Wayne Coyne aveva in mente per i suoi Flaming Lips, che una volta finito questo periodo, avevano raccolto una sola piccola hit, la scanzonata filastrocca She don’t use jelly. In una recentissima intervista con NME, lo stesso Coyne ha affermato che “c’era questo mondo in cui era necessario vendere dischi e fare grandi concerti in cui non ci trovavamo a nostro agio”.

La reazione allergica indotta da questa frustrante situazione nei Flaming Lips, appena ridotti in trio atipico, è l’album del 1997 Zaireeka, sperimentale per usare un eufemismo. C’è modo e modo di fare un progetto sperimentale, e sostanzialmente Zaireeka era un suicidio sotto tanti punti di vista. Culminazione di alcuni concerti-esperimento in cui Wayne Coyne dirigeva in dei parcheggi “orchestre” formate da 40 stereo portatili, è un album uscito su 4 dischi separati, tutti aventi la stessa tracklist, ognuno dei quali contenente strumenti diversi, che secondo le istruzioni fornite dalla band dovevano essere riprodotti nello stesso momento per poter apprezzare il lavoro in completezza. E se oggi è possibile trovare su Youtube dei mix di tutti e quattro i CD e ascoltarli comodamente, nel 1997 bisognava almeno riunire quattro lettori per pensare di farlo, il che attirò più di qualche critica. Il tour promozionale di Zaireeka seguiva la scia degli esperimenti che avevano preceduto i dischi, con la differenza che stavolta le performance si sarebbero svolte in locali solitamente utilizzati per concerti dal vivo. Per la gioia dei dirigenti Warner, che avevano accettato questa follia solo perché non avrebbe richiesto loro neanche un dollaro, questa fase era giunta al termine.

Quale poteva essere il passo successivo naturale per una band che iniziava a vedere nella stranezza il suo unico credo? I Flaming Lips rispondono con degli scarti prodotti per Zaireeka, giudicati inadatti al format inedito dell’album, finendo per confluire in un disco pop oggi indicato da più parti come il loro capolavoro. The Soft Bulletin è il figlio di quelle stesse sessioni, più per la necessità generata dal dover portare a Warner un disco con budget dimezzato che per una scelta ponderata. The Soft Bulletin doveva necessariamente risultare anche appetibile a livello commerciale, per quanto Coyne affermi che l’intenzione del trio era quella di “produrre un disco che rimanesse per i posteri”: se non avesse venduto a sufficienza sarebbero stati con ogni probabilità scartati definitivamente dall’etichetta.

È il 17 maggio 1999 quando qualcuno in Gran Bretagna (e poco più di un mese più tardi in America) può finalmente inserire The Soft Bulletin nel proprio lettore e immergersi nel suo evocativo trittico iniziale: Race for the Prize, A Spoonful Weighs a Ton e The Spark That Bled, tre tracce legate a grandi linee dal tema comune di una guerra nucleare (o forse ispirate alla seconda guerra mondiale) che introducono il nuovo sound orchestrale dei Flaming Lips. Le chitarre diventano ornamento più che struttura portante: sulla sezione ritmica formata da Michael Ivins al basso e Steven Drozd alla batteria (in stato di grazia in questo disco, con cui si ritaglia quella leadership armonica oltre che ritmica che oggi mantiene nel gruppo) si stagliano arrangiamenti di archi che chiamano in causa direttamente Pet Sounds o gli ultimi Beatles. La sperimentazione dei 2 anni precedenti ha pagato, raggiungendo questo compromesso che è The Soft Bulletin: “Abbiamo pensato più alle emozioni che al suono di una band tradizionale. Zaireeka da questo punto di vista ci ha liberati.”. Un disco di rottura col passato però: niente più sovrastrutture, niente più idee folli da perseguire ciecamente senza considerare il risultato finale: ora è la scrittura a venire esaltata dalle decisioni.

The Spiderbite Song è il punto in cui la scrittura di Coyne si fa vera come mai prima. Il “morso” a cui si riferisce il titolo e i primi versi è in realtà un’infezione provocata da una dose di eroina al braccio di Drozd, che esegue dietro le pelli una splendida marcia distorta e singhiozzata, entrando ed uscendo con creatività sul cantato. Lo stesso fa il basso di Ivins, che è il protagonista della seconda strofa con un suo incidente d’auto quasi mortale occorso nello stesso periodo. Il pezzo riflette con innocenza e ingenuità sul dolore e sulla positività che può scaturire da queste situazioni. Lo stesso che avviene su Waitin’ for a Superman, dedicata da Coyne al padre morto di cancro. “The Soft Bulletin è un disco pieno di vita”, ed è un’affermazione difficile da contestare, riflettendo sul momento personale dei singoli componenti e sul momento professionale in cui il gruppo si trovava. È anzi ammirevole la positività di cui The Soft Bulletin è intriso.

Segue Suddenly Everything Has Changed, una lezione di arrangiamento totalmente votato al servizio del messaggio che la canzone vuole mandare. Un’altra canzone nata da una situazione negativa: una rapina armata che Coyne ha vissuto mentre lavorava come cameriere in un ristorante. Le gag dei dischi precedenti sono sparite del tutto, è la verità ad essere messa in mostra adesso. Particolarmente ben riuscita (e probabilmente più famosa dell’originale) è la cover realizzata dai Postal Service, il side-project di Ben Gibbard dei Death Cab for Cutie. L’impatto di questo disco trascende i generi, anche se Coyne afferma a domanda specifica sull’influenza che i Flaming Lips hanno avuto sulle nuove band psichedeliche “Eravamo noi ad essere fan dei MGMT e dei Tame Impala già prima che ci conoscessero”.

C’è ancora spazio per il cupo coro su shuffle che è The Gash e per la psichedelia più totale di Feeling yourself disintegrate, dove è evidente il grande lavoro che il disco ha subito in studio durante i due anni di gestazione, ad esempio nel loop iniziale o nella grande varietà di atmosfere profondamente diverse che compone il brano: da una parte elettronica si passa a una parte acustica, per tuffarsi poi in quella più corale, quasi pastorale, prima di chiudere con la seconda strumentale del lotto, Sleeping on the roof.

Nato in condizioni a dir poco precarie, è questo il disco che trasforma i Flaming Lips, quello con cui i loro live si fanno più istintivi e travolgenti, di grande intrattenimento, iniziati col sangue e i confetti di questo tour e ora diventati gli show di palloncini, robot, arcobaleni e unicorni gonfiabili, ballerine vestite da occhi e bocca, esperienze psichedeliche a 360° davvero imperdibili. È il disco che li fa rinascere, li trasporta nel nuovo millennio pronti a lanciarsi in collaborazione con i nuovi alfieri dell’indie come Justin Vernon e Kevin Parker e allo stesso tempo a produrre un disco con Miley Cyrus. Sostanzialmente, a fare qualsiasi cosa possa passare per la folle mente di Wayne Coyne. E sì quindi, con questo disco suddenly everything has changed.

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