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Filippo Colombo

Filippo Colombo has 8 articles published.

Elogio della pigrizia: L.E.D. e il frastornante realismo del nuovo che avanza

Quando ho deciso di intervistare L.E.D., mi sono reso conto che di lui non sapevo niente. Sapevo che scrive, produce, che su Spotify ci sono quattro sue canzoni, che vive a Roma, che è classe ’98, e che mi stava regalando l’inedita opportunità di intervistare qualcuno più giovane di me – e niente in più. Nel corso di un sabato mattina, in lotta contro il wifi che va e viene dell’Umbria, ho scoperto alcune cose in più che vale la pena raccontare.

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Di come non deludere le aspettative: Norman Fucking Rockwell! e la definitiva realizzazione di Lana Del Rey

Recensire un album è di per sé, ontologicamente direbbe Platone, una cosa abbastanza difficile. Recensire un album di cui tutti stanno parlando è una cosa abbastanza difficile. Recensire un album due giorni dopo che è uscito, di cui varie track erano già state svelate in precedenza e hanno reso giocoforza l’ascolto meno fluido è una cosa abbastanza difficile. Ultimo, ma non per importanza, recensire un album che ha un punteggio di 88 su Metacritic è una cosa abbastanza difficile. Tutto insieme, recensire Norman Fucking Rockwell! è una cosa molto difficile. Questa premessa inutile e forse irritante non per dire che sto vestendo i panni dell’eroe moderno che sormonta inenarrabili asperità, quanto perché mi pareva un buon modo per iniziare a parlare di un disco che, a tutti gli effetti, inizia in medias res. Anzi, inizia al contrario. Perché la title track Norman fucking Rockwell (con lettera minuscola, e senza punto esclamativo) non ha un intro maestoso come la maggior parte delle title track (penso agli archi di Born to Die, ad esempio), ma ha invece un outro che, senza sembrare sacrilegi, si può ammettere che fa gara quasi alla pari con quello del Suonatore Jones di De André. Per dire.

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Il disagio, spiegato bene: piccola ode al ritorno di Celeste Gaia

“Io mi sento a disagio, non so stare in piedi fuori dal locale, prima o poi mi rompo e non so che fare, dovrei socializzare”. Così comincia “Io mi sento a disagio”, il ritorno di Celeste Gaia, dopo lunghi silenzi. Leggi tutto

In medio stat mors: come (non) fare una cover in tre semplici passaggi

Sarà per i talent show, sarà per la progressiva e inevitabile decadenza della creatività musicale (il gestore di una sala prove dove suonavo da ragazzino diceva sempre che erano anni che non ascoltava brani nuovi, perché la musica aveva già dato tutto quello che poteva dare, e non c’era fisicamente modo di scrivere una canzone al livello di quelle del passato con a disposizione le sette note), ma viviamo in un universo bombardato da cover. Non solo, viviamo anche nella costante indifferenza nei confronti delle cover. Pochi ne parlano, quasi nessuno. Se sono brani celebri, a nessuno importa della versione cantata da uno sconosciuto che prova a sfondare e a ritagliarsi un posto tra i milioni di artisti di Spotify; se sono brani meno noti, tanti nemmeno si accorgono che si tratta di una cover. Leggi tutto

Vuoti che non si colmano nemmeno dopo ventidue anni: Sketches for My Sweetheart, the Drunk

Tra i vari dubbi esistenziali a cui è difficile, o forse impossibile, dare una soluzione, tra i primi posti per me c’è la morte di Jeff Buckley. Non sono mai riuscito a capire se sia stata sbagliata nei luoghi, nei modi, ma soprattutto nei tempi, o se sia invece stata la perfetta, ironica fine di un piano minuziosamente architettato da un’entità superiore, per non metter mai Jeff di fronte al fatidico secondo album. Leggi tutto

Finché continua a piovere e l’estate non arriva, possiamo ascoltare beabadoobee

Prendiamo Alanis Morissette. Togliamole per prima cosa quel doloroso conto aperto con la vita, così che magari adesso non dica più frasi tipo every time I scratch my nails down someone else’s back I hope you feel it. Poi rendiamola inglese, non più canadese, e più bedroom-chill, qualunque cosa sia, rispetto all’alternative-grunge di Jagged Little Pill –che, per la verità, il bedroom-chill è abbastanza in linea con la sua recente e mortifera svolta verso il food blogging vegano, più o meno. Possiamo discuterne, ma non adesso, ché mi viene sempre un po’ da piangere quando penso che ha smesso di scrivere canzoni per postare ricette biologiche su Facebook. Leggi tutto

Di anti-folk, sadcore e lo-fi: tre evidenze per una primaverile malinconia musicale

Ci sono, nella vita, dei mantra che non passano mai di moda. Tipo che non ci sono più le mezze stagioni – che poi, in realtà, se ne potrebbe discutere, in un’altra sede –, che morto un papa generalmente se ne fa un altro, o che nulla è certo, ma le tasse e la morte, quelle sì. Ecco, ce n’è poi un altro, che più vado avanti con gli anni, più mi rendo conto che non passerà proprio mai: Leggi tutto

Souvenir, i Cara Calma e il coraggio di essere rock in Italia nel 2019

Credo sia pacifico riconoscere che negli ultimi due anni, in Italia, il termine indie in ambito musicale (ma non solo) è generalmente sfuggito di mano. La playlist “Indie Italia” di Spotify, per dire, passa, nel giro di 45 brani, da Coez, a Myss Keta, ai Fast Animal Slow Kids, a Giorgio Poi, e si potrebbe andare avanti ancora un bel po’. Se da un lato si possono senz’altro trovare delle analogie in termini di background, di influenze musicale (fino a un certo punto) e di retorica nei testi, se facessi ascoltare a mio padre i quattro di cui sopra uno dopo l’altro, sono abbastanza convinto che non li inserirebbe mai nella stessa playlist. Leggi tutto

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