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Black Power agli Oscar!

È inutile dire che alcuni risultati degli Oscar sono già stati predetti da alcune scommesse fatte tra critici e lettori di BadTaste.it di Francesco Alò. Alcune di queste vittorie hanno incontrato, ovviamente, il favore del pubblico, e altre invece si sono rivelate una delusione.

Meritato l’Oscar all’attrice Olivia Colman per il suo ruolo ne LA FAVORITA, ma è pur sempre un peccato per Glenn Close che ormai ha già portato a casa solamente un Golden Globe e un Indipendent Spirit Award per il suo bellissimo ruolo in THE WIFE. Fino alla sera del 24 Febbraio, è già assicurata anche la vittoria per il film originale Netflix ROMA (miglior regia, miglior film straniero e miglior fotografia; tutte per Cuàron), che di per sé ha già conquistato il Leone d’Oro a Venezia, nonostante alcune proteste di diverse personalità importanti legate al settore, come ad esempio Steven Spielberg, che continuano a vederlo semplicemente come un film in streaming, o semplicemente come un film televisivo e che, come tale, non dovrebbe meritarsi tale vittoria, anche se è stato nelle sale cinematografiche per soli tre giorni. Comunque sia ROMA è pur sempre un film d’autore in piena regola: attori non professionisti, fotografia in bianco e nero, piani sequenza, carrellate in parallelo sulla protagonista che corre, i rumori di fondo di Città del Messico… un vero omaggio al realismo poetico, oltre ad essere il film più personale e ambizioso del regista. Vittoria scontata anche per la canzone Shallow di Lady Gaga (nominata anche nella categoria di miglior attrice protagonista per A STAR IS BORN); un pezzo che ha già intonato durante la cerimonia insieme al suo regista e partner (ma solo sul set, secondo Gaga) Bradley Cooper, commovendo il pubblico di tutto il mondo, anche se viene poi parodiato sui social. Ma dopo la statuetta cosa succederà a Lady Gaga? È chiaro fin da subito che non sarebbe disposta a rinunciare alla sua musica, però è da notare che la sua Ally di A STAR IS BORN e la sua “Contessa” nella quinta stagione di AMERICAN HORROR STORY (per cui la cantante ha ottenuto un Golden Globe) sono già due ruoli che si avvicinano fin troppo al suo modo di essere cantante e performer; perciò se dovesse tornare a recitare riuscirà ad abbandonarsi completamente ad un personaggio opposto al suo carattere?

"Roma" - Alfonso Cuaròn (2018)
“Roma” – Alfonso Cuaròn (2018)

Il motivo per cui questa edizione degli Oscar ha suscitato un maggior interesse da parte dei media è che quelle vittorie sono state all’insegna della diversità e del black power, o meglio: dell’anti – razzismo. Durante il suo discorso per l’Oscar ottenuto per BOHEMIAN RAPSODY, Rami Malek ha detto: «Abbiamo fatto un film su un uomo gay immigrato. Sono figlio di egiziani, americano di prima generazione. Non ero una scelta ovvia per questo film, ma a quanto pare ha funzionato. Abbiamo bisogno di una storia come questa». Qualsiasi persona in Italia arriverebbe a pensare che ci sarebbe stata una polemica come quella sulla vittoria di Mahmood all’ultima edizione del Festival di Sanremo a causa delle sue origini egiziane e del suo orientamento sessuale. In realtà, molti fan di Freddie Mercury hanno espresso la loro contrarietà sul discorso di Malek tramite diversi tweet per averlo semplicemente definito gay, e non bisessuale. Polemiche a parte, la trasformazione di Malek nel leader dei Queen è stata davvero impressionante; da far venire la pelle d’oca.

Per citare il critico Gianni Canova, che ha partecipato alla diretta italiana della notte dell’Academy insieme a Francesco Castelnovo, vince il “cinema black”. GREEN BOOK, ad esempio, è riuscito a conquistare tre statuette, e cioè quella per il miglior film (con grande sorpresa del pubblico), miglior sceneggiatura originale e miglior attore non protagonista a Mahershala Ali. In un primo momento la trama del film fa pensare ad una versione rovesciata di A SPASSO CON DAISY (che ha per protagonisti un autista afroamericano e una sua “cliente” anziana ed ebrea), ma in realtà è un road movie all’infuori dal comune. Si tratta anche di una commedia dove si ride, e pure tanto, sul tema dell’odio razziale, e non solo nei confronti degli afroamericani, ma anche nei confronti degli italoamericani che vengono visti semplicemente come dei mangiatori seriali di pizza e spaghetti, gangster e amanti dei soldi facili. L’accoppiata tra Viggo Mortensen e Mahershala Ali è risultata alquanto avvincente, il contrasto tra i loro personaggi fa sorridere il pubblico in sala nonostante la serietà che comporta il tema. Ottimi dialoghi, e le scene delle lettere romantiche che Tony Trip (Mortensen) scrive per sua moglie Dolores (Linda Cardellini) sotto il suggerimento di Don Shirley (Ali), con un solo accenno di dialetto nel post scriptum, diventeranno ben presto dei pezzi d’antologia. Ali ha avuto la facoltà, con il suo Don Shirley, di interpretare un ruolo diverso rispetto a quello dello spacciatore Juan di MOONLIGHT, per cui ha già vinto il suo primo Oscar. Don Shirley è un pianista di talento a cui non è concesso suonare la musica classica, come Mozart o Chopin, a causa della sua etnia, perciò è costretto ad usare solamente un repertorio di musica popolare. Nonostante gli inviti e gli applausi che riceve per la sua musica gli spettatori bianchi continuano a trattarlo come un nero qualsiasi.

"Green Book", Peter Farrelly (2018)
“Green Book”, Peter Farrelly (2018)

Tale vittoria di GREEN BOOK come miglior film ha suscitato il malcontento a Spike Lee e Jordan Peele (Premio Oscar per la sceneggiatura dell’horror satirico SCAPPAGET OUT), per il solo fatto di aver vinto un classico film sul razzismo dove l’eroe bianco viene in soccorso ad un nero in difficoltà, e di facile presa per il pubblico. Sia Lee che Peele sono rispettivamente il regista/sceneggiatore e produttore di un altro caso cinematografico di questi ultimi Oscar come BLACKKKLASMAN, già vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes. Spike Lee, per questo film, ha anche ottenuto un Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. Fino a quest’ultimo anno, Lee non ha mai ricevuto alcuna nomination per i suoi film precedenti, salvo il Premio alla Carriera che ha ricevuto nel 2016. La sua vittoria di quest’anno è stata accolta con gioia anche da Samuel L. Jackson che gli ha consegnato il premio insieme ad Emilia Clarke. L’ultimo film del regista di MALCOLM X e LA 25a ORA è “tratto dalla fott*ta storia vera” di Ron Stallworth, il primo detective afroamericano nel Colorado che, subito dopo aver letto un annuncio su un giornale riguardante al Ku Klux Klan, si finge per telefono un razzista bianco interessato ad iscriversi al movimento. Per indagare ancora a fondo sulle attività del KKK, Stallworth chiede al suo collega Flip Zimmerman, di origine ebraiche, di presentarsi sotto il suo nome davanti ai membri del gruppo. Nel frattempo, il detective Stallworth comincia a frequentare Patrice Dumas, presidente dell’unione studentesca nera del Colorado College. La ragazza però detesta i poliziotti, che li chiama “porci”, in quanto razzisti e stupratori di donne afroamericane; e per questo Stallworth le nasconde tutto ciò che riguarda la sua indagine sotto copertura. Per chi ha conosciuto Spike Lee solamente con questo film, può pensare che questo lavoro possa contenere tutte le passioni di Tarantino, e che lo stesso Lee può essere considerato un “regista DJ” quanto il papà di PULP FICTION. BLACKKKLASMAN, in effetti, si presenta come un cocktail di diversi generi cinematografici come la commedia, il giallo, il thriller, il grottesco, il documentario d’inchiesta, l’action movie e satira. La costruzione di quell’America divisa dal white power e dal black power è alquanto pop, e diverse scene hanno presentato delle diverse citazioni verbali e visive sul filone cinematografico del black exploitation (costituito anche da una serie di film con protagoniste delle poliziotte afroamericane sexy interpretate da Pam Grier e Tamara Dobson); e nella scena della proiezione del film muto NASCITA DI UNA NAZIONE di David W. Griffith, viene visto dal regista per quello che è stato e, forse, per quello che è tutt’ora, e cioè un film di “propaganda bianca” che glorifica le azioni del KKK.

Altro Oscar black di quest’anno è andato anche a Regina King, come miglior attrice non protagonista, per il melodramma struggente SE LA STRADA POTESSE PARLARE, diretto da Barry Jenkins di MOONLIGHT. La King ha dedicato il suo Oscar all’autore dell’omonimo romanzo James Baldwin (noto anche per GRIDALO FORTE e LA CAMERA DI GIOVANNI) che ha fatto nascere quella storia, e anche al regista dell’adattamento cinematografico che ha “nutrito” la trama originale per poi circondarla da così tanto amore e supporto. La storia è sempre ambientata negli anni Settanta, e racconta la storia d’amore tra Tish e Fonny, due giovanissimi afroamericani che stanno per diventare genitori. La famiglia di lei accetta la gravidanza, mentre la famiglia di lui si rifiuta di riconoscere il loro nipote, escluso il padre. Però c’è un fatto ancora più grave: Fonny viene arrestato da un poliziotto razzista con l’accusa di aver violentato una donna portoricana. Tish è sicura che il suo ragazzo sia innocente, perché lui stesso era insieme a lei quando era accaduto quel fatto, però il tribunale non prende in seria considerazione il suo alibi credendo che la ragazza, essendo innamoratissima di Fonny, possa mentire per proteggerlo. Entrambi scoprono che l’accusatrice ha lasciato gli Stati Uniti, e per questo la coraggiosa madre di Tish, Sharon (cioè Regina King), decide di viaggiare fino a Porto Rico per rintracciarla e convincerla a scagionare Fonny prima che nasca suo figlio.

Per di più hanno vinto anche due cinecomic della Marvel come BLACK PANTHER (che per molti sarebbe anche il primo film di supereroi che ha avuto una candidatura per il miglior film) nella categoria dei migliori costumi; mentre SPIDERMAN – UN NUOVO UNIVERSO ha vinto la statuetta come miglior film d’animazione. In quest’ultimo lungometraggio, rappresentato con una grafica a fumetti, sarebbe anche l’esordio al cinema Marvel per il protagonista Miles Morales, un ragazzo afroamericano di origini ispaniche che si ritrova ad avere gli stessi poteri di Peter Parker per poi incontrare diversi uomini ragni che provengono da universi paralleli, per poter sventare un pericoloso piano attuato da Kingpin. Un film che supera di gran lunga alcuni precedenti film su Spiderman (e soprattutto la breve saga Amazing) non solo per la grafica, ma anche per l’auto ironia utilizzata nei confronti del personaggio quando vengono riproposte (o meglio “rifatte”) brevemente alcune scene legate agli altri film, come l’iconico bacio tra Spidey ed M.J. nel primo film diretto da Sam Raimi.

Questi sono riconoscimenti che potrebbero far storcere il naso al presidente Donald Trump, visto i suoi precedenti di razzismo che ha dimostrato anche nel 1989, quando stipulò una campagna per una pena di morte nei confronti di un gruppo di afroamericani (tra i quattordici e sedici anni), accusati di aver violentato una donna bianca a Central Park. Sei anni dopo i quattro ragazzi di Harlem si sono rivelati innocenti grazie ad un’analisi dello sperma, e anche alla confessione del vero colpevole. David Leonharndt, il colouminst del New York Times che aveva pubblicato questa storia, riteneva che l’attuale presidente, avendo speso 85mila dollari per quella campagna razzista, continuava tutt’ora a sostenere che quei ragazzi siano colpevoli. Quell’avvenimento però non gli ha comunque impedito di chiedere dei voti in più, per la sua presidenza, da parte di una fetta di popolazione statunitense composta da afroamericani e un’altra da ispanici, dicendo: “che cosa avete da perdere a darmi fiducia, visto che in otto anni di Barack Obama e di DEM al potere non è successo niente di buono per voi?”. Come se non bastasse, tutti i suoi elettori ritengono che la società bianca sia vittima di discriminazione da parte degli afroamericani. Però tutti i film che hanno vinto la maggior parte delle statuette di quest’anno, o alcuni vincitori delle passate edizioni, sono stati girati per poter dimostrare al pubblico che tutti quei casi di razzismo, nel passato, facevano parte dell’ordine del giorno, e per poi dimostrare che in realtà non è cambiato nulla. Come dice l’attore e rapper Childish Gambino (nome d’arte di Donald Glover) in un suo recente videoclip musicale: This is America!

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