Colette, una breve analisi filmica

Una donna che può arrivare ad intimidire qualsiasi cosa, ma alla fine non le si può impedire di andarsene: «La mano che tiene la penna scrive la storia» [Colette (Keira Knightley) 2018, regia di Wash Westmoreland]

A cinque anni di distanza dal successo di critica ottenuto con Still Alice, in cui si raccontava con intensità del dramma di una donna affetta da Alzheimer che ha portato a Julianne Moore un meritato Oscar come migliore attrice protagonista, il cinquantaduenne regista britannico Wash Westmoreland torna dietro la macchina da presa con un film biografico in costume: Colette.

Presentato alla 36° edizione del Festival di Torino dopo essere uscito un paio di mesi prima nelle sale statunitensi, Colette racconta la storia dell’omonima autrice, divenuta nei decenni un vero e proprio punto di riferimento culturale nella Francia del Novecento, candidata nel 1947 al Nobel per la letteratura (Keira Knightley).

Nata nel 1873 e cresciuta nella campagna della Borgogna, Sidonie-Gabrielle Colette, questo il suo nome di battesimo, dopo aver sposato all’età di vent’anni l’editore e scrittore Henry Gauthier-Villars (Dominic West) si trasferisce nella Parigi della Belle Époque.

Qui entra in contatto con gli stimolanti ambienti culturali della capitale francese e ben presto scopre di avere un notevole talento per la scrittura. Su suggerimento del suo editore, nonché compagno, inizia a scrivere dei romanzi ispirati alla sua vita, pubblicandoli però con il nome del marito, noto con lo pseudonimo letterario di Willy, convinta che un’opera firmata da una donna non avrebbe avuto alcuna possibilità di essere venduta.

Le opere dedicate all’alter ego di Colette, “Claudine’’, hanno un notevole successo nell’universo popolare francese, tanto che viene istituito un vero e proprio marchio. Quando però Colette chiede al marito che appaia anche il suo nome nelle pubblicazioni, il rifiuto dell’uomo inizia a far incrinare irrimediabilmente il rapporto tra i due, già messo a dura prova fin dal principio per i continui tradimenti di lui e poi andato in crisi in seguito alla decisione di Gauthier-Villars di vendere i diritti della serie di Claudine per pagare i propri debiti, che spingono Sidonie ad abbandonare così il marito. Dopo la separazione avvenuta, Colette si lancia nella scrittura firmando così a suo nome altri romanzi lavorando anche come autrice e critica sia teatrale che cinematografica, continuando ad alimentare l’immagine di una donna incredibilmente talentuosa, vitale e libera all’interno del panorama parigino.

Per quanto sia senz’altro un biopic godibile che può contare su un’ottima ricostruzione d’epoca e delle interpretazioni di livello da parte dei protagonisti Keira Knightley e Dominic West (in particolare l’attrice britannica offre una delle prove in assoluto più convincenti della sua carriera), ma che infondo il film non riesce mai davvero ad appassionare e coinvolgere al livello che ci si aspetterebbe.

Nonostante sia il centro assoluto del film, infatti, per quanto concerne la sceneggiatura, il rapporto tra Colette e Henry Gauthier-Villars, rimane sostanzialmente in superficie e le dinamiche psicologiche che guidano le azioni dei due personaggi principali non vengono mai davvero approfondite.

Ne risulta dunque un racconto che intrattiene piuttosto piacevolmente senza però essere in grado di stimolare nello spettatore una vera e propria riflessione sulle difficili condizioni della donna nella società parigina a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.

Uno degli aspetti più interessanti invece della pellicola sta nel modo in cui è trattato il sopruso subito da Colette: ella non appare mai sino in fondo un’eroina repressa, una vittima del marito. La vediamo sotto un altro aspetto: consapevole e partecipe di quel rapporto che la tiene legata e perciò bloccata da tutto (questo merito anche all’interpretazione di Keira Knightley, un’anima particolare, che ci fa meglio comprendere la condizione psicologica e sociale della donna in un’epoca ben lontana dalle conquiste femminili che viviamo nel mondo attuale).

Una figura femminile forte, che sfidava il maschilismo ribaltando gli stereotipi, ribellandosi al marito, vedendo giustamente riconosciuti i propri meriti (d’altronde «La mano che tiene la penna scrive la storia») come in Mary Shelley di Haifaa Al-Mansour, presentato alla passata edizione del Torino Film Festival.

Purtroppo Westmoreland sceglie di rinchiudere la storia di questa donna anarchica nella struttura classica del biopic in costume, dall’animo britannico più che francese. Non basta qualche breve montaggio per raccontare le varie situazioni e far entrare i personaggi e poi farli sparire; come la ricca americana Georgie Raoul-Duval (Eleanor Tomlinson) o le lunghe passeggiate per i campi che alludono alla sua relazione, oppure la marchesa Mathilde de Morny, detta Missy (Denise Gough), personaggio quest’ultimo interessantissimo e poco sfruttato.

Ci si chiede allora se non si tratti, nel caso di Colette, di uno di quei tanti film nati da un calcolo orchestrato a tavolino, pensato per un target specifico come qualsiasi altro prodotto commerciale. Eppure le dinamiche che dovrebbero muovere il cinema d’autore sono in teoria altre. Il risultato è un prodotto lineare, ma modesto e poco ambizioso, con qualche eccesso di pathos e di didascalismo.

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