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Coma di Dino Fumaretto: il live report del concerto romano

Dino Fumaretto porta in tour il suo ultimo album, Coma, in una veste ancora più cruda e potente, che tesa tra il serio e il faceto non preclude mai la possibilità del risveglio. Ad accompagnarlo Iosonouncane, il cui lavoro di arrangiamento zeppo di cori, veri e finti, catalizza su canali più melodici e morbidi l’estro nevrotico di Elia Billoni, “depositario e interprete” delle canzoni di Fumaretto.

Dal vivo è però la durezza del cantato di Billoni e delle parti ritmiche a prevalere, come nell’apertura di Innocuo sogno di rivolta, in cui una forte matrice post-rock si presta ad un ritornello carico di speranza “eppure ho visto qualcosa che va oltre il solito fondo di bottiglia”. Va sottolineata la precisione delle linee di basso di Francesca Baccolini, che sin dall’inizio del concerto sostengono con eleganza le violente sterzate del piano di Billoni, che in Bicchiere raggiungono il picco, attraverso un climax che esalta la già spiccata tragicità del pezzo. Dopo una manciata di tracce eseguite in modo spietatamente duro ecco che con Prima di Morire – episodio vicino ai canoni del più classico pop italiano, che non mancherà certo di essere premiato nei prossimi mesi – si intravedono i primi spiragli di dolcezza: il piano accoglie con gentilezza il grido struggente del brano, che viene incastrato in un arrangiamento psichedelico e cadenzato.

La parte centrale del live è dedicata ai pezzi anteriori della produzione di Fumaretto, eseguiti dal solo Billoni piano e voce. In questo frangente nascono i momenti più spontanei, che portano ad un contatto con il pubblico la cui ironia si palesa nel controllare compulsivamente la scaletta a mo’ di lista della spesa o nella ricorrente pernacchia del kazoo, indiscusso protagonista della serata. Tutto questo contrasta con l’atmosfera ansiogena del concerto, ma non ne causa un’interruzione. È piuttosto un rifiatare, un concedersi un attimo respiro per poi rituffarsi nell’ansietà delle canzoni, quasi sempre in levare, sempre in equilibrio precario, mai saldamente poggiate a terra.

Nel bis i tempi si dilatano, le suite dei brani vengono reiterate ossessivamente, le frasi diventano motti che si stampano sulle mura del locale. Storia epica, suonata nelle battute finali ne è un esempio: l’andamento narrativo del testo raccoglie tutta la carica poetica accumulata nei minuti precedenti per poi scaricarsi su una fuga finale arricchita da un coro delle voci maschili, una corsa di cavalli imbizzarriti che conduce verso la conclusione segnata da Sono invecchiato di colpo, probabilmente la traccia più distintiva del Fumaretto cantautore.
Cantautore e non solo. Questo live, infatti, ci restituisce una musica ricchissima, fedele ai dischi, ma inevitabilmente impreziosita di quel fascino che si desta solo nel tu per tu con parolieri e interpreti di valore.

Fumaretto sale sul palco con un piglio che rifiuta a priori la perfezione, ma che accetta la sfida di confrontarsi con oscillazioni musicali e interpretative eterogenee. Un autore sui generis in grado di offrire, dal vivo, un pacchetto poetico confezionato con la giusta dose di atrocità.

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