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Di anti-folk, sadcore e lo-fi: tre evidenze per una primaverile malinconia musicale

Ci sono, nella vita, dei mantra che non passano mai di moda. Tipo che non ci sono più le mezze stagioni – che poi, in realtà, se ne potrebbe discutere, in un’altra sede –, che morto un papa generalmente se ne fa un altro, o che nulla è certo, ma le tasse e la morte, quelle sì. Ecco, ce n’è poi un altro, che più vado avanti con gli anni, più mi rendo conto che non passerà proprio mai: la celebre frase di Luigi Tenco secondo cui quando si è felici si esce, ci si diverte, mentre quando si è tristi si scrivono canzoni – oppure, se come me non si è capaci, si ascoltano. Va da sé che quindi la musica che si tende – o che perlomeno io tendo – ad ascoltare riflette un po’ quella malinconia che grida al mondo che, se proprio andasse tutto bene, forse non si sarebbe qui. Quella stessa malinconia musicale, però, non necessariamente emana tristezza e disperazione. Al contrario, può trasformarsi in elemento curativo (o, per chi non crede al potere taumaturgico nella musica, in elemento almeno piacevole). La dimostrazione risiede in queste tre evidenze che dimostrano che è possibile trasformare i momenti più blue in esperienze primaverili, di svernamento emotivo e di rinascita.

Evidenza 1 – Selezione dei brani, ovvero quali sonorità sì, e quali un po’ meno sì

Partiamo dal presupposto che definire i generi musicali è faticoso, irritante e il più delle volte fine a se stesso. Ci sono talmente tante contaminazioni, evoluzioni e sfumature che per spiegare cosa suona un artista di solito si dice qualcosa tipo “fa pop, però non pop pop, ma un pop un po’ più elettronico con elementi sperimentali”, che non ho mai capito bene né cosa significa ma soprattutto a chi esattamente interessa se un artista fa pop o pop un po’ più elettronico con elementi sperimentali. Detto questo, è comunque possibile identificare tre generi di riferimento – indicativi, non esaustivi – per la primaverile malinconia musicale, che sono i seguenti:

  1. Anti-folk: l’anti-folk è uno di quei generi musicali con il nome molto figo ma dal significato un po’ oscuro. Considerato l’unione del punk e del folk, si allontana dal primo perché l’attivismo politico e la voglia di rivoluzione passano in secondo piano, e dal secondo perché, con le parole di John Berger, anti-folk it’s not like folk, which is boring and lame. Chitarre acustiche, atteggiamento scanzonato, molta ironia. Artista di riferimento: The Moldy Peaches.
  1. Sadcore: al contrario dell’anti-folk, il sadcore si spiega abbastanza da solo. Sottogenere dell’indie, AllMusic l’ha definito by and for the depressed. Poco altro da aggiungere. Artista di riferimento: Cigarettes After Sex.
  1. Lo-fi: il lo-fi è un genere con una storia strana, nel senso che è comunemente identificato come musica la cui registrazione, per carenza di mezzi o per scelta artistica, risulta di qualità inferiore alla norma. La storia strana è che se fino agli anni ’80, di fatto, era più una carenza di mezzi, dagli anni ’90, con l’evoluzione delle tecniche di registrazione del suono, diventa a tutti gli effetti una scelta artistica, ed è da lì che se ne inizia a parlare come genere musicale, visto che gli artisti potevano effettivamente scegliere, se lo desideravano, una qualità musicale decisamente maggiore. Artista di riferimento: Field Medic.

 Evidenza 2 – I testi dei brani, ovvero non tutte le malinconie vengono per nuocere (alcune sì, ma è un’altra storia)

Per forza di cose, tutti e tre i generi di cui sopra danno una rilevanza estrema ai testi. Per forza di cose, nel senso che i tempi musicali sono estremamente lenti, con pochi strumenti, e arrangiamenti estremamente minimali. I testi chiaramente spaziano e raccontano molte cose, ma c’è un topos ricorrente che esprime l’essenza intrinseca di questo tipo di malinconia che sto provando a raccontare. Si parla di tempi passati bellissimi e felici che, sì, sono andati, ma è sottinteso che, se sono esistiti, torneranno, ché tutto torna indietro identico, lo diceva Nietzsche e allora dev’essere vero. Un po’ come quando dopo una giornata terribile passata a letto ti ricordi che una volta hai costruito un aeroplano di carta che è volato per 40 metri, e allora forse qualcosa di buono lo puoi fare ancora. Quello che viene raccontato il più delle volte non sono quei momenti comuni di ordinaria felicità, ma delle storie ironiche, inusuali, e la scelta di prediligere proprio questi momenti, e soprattutto la lucidità mentale e l’assenza di paura nel riviverli è un chiaro messaggio di speranza e di voglia di non arrendersi alla malinconia. E così, Field Medic canta I wish you met me back when I was cute, Free Cake for Every Creature in the first time I hung out with you racconta che la ventitreesima volta che è uscita con il suo amore perduto hanno acceso delle scintille nella residenza del college dove viveva, facendo scattare l’allarme antincendio, o la cantante Diet Cig in Apricot racconta che, quando ha nostalgia di casa, va al supermercato e compra tutto quello che comprerebbe sua mamma, tra cui delle albicocche che non mangerà mai.

Anche se non si parla strettamente di giorni felici passati, la volontà di esorcizzare il dolore in ogni sua forma, di non parlarne, di non chiamarlo mai per nome rimane preponderante. Del resto, se dai un nome alle cose che non vanno, sei fregato, ché poi ti tocca farci i conti. E allora Flatsound, in My heart goes bum bum bum, dice che constatare che sei infelice non ha senso perché è come dire mi dispiace e a nessuno importa di sentirlo, quindi tanto vale fare a meno, o Kimya Dawson, con un background anti-folk con derivazioni socio-politiche più forti, si rivolge alle ragazze che si sentono troppo grasse con un semplice I like giants, especially girl giants. 

Insomma, ferma e restante l’idea che se si sta scrivendo una canzone è perché non si è fuori spensierati a divertirsi, non c’è nessuna voglia di riversare frustrazioni e dolori nei testi. Questo discorso vale per l’anti-folk e per il lo-fi, meno per il sadcore. Anziché l’ironia o il serio-faceto, il sadcore esprime il desiderio di non soccombere al dolore tramite riferimenti artistico/letterari e l’uso di metafore e similitudini. Viene in mente subito Lana Del Rey, che anche se fortemente contaminata col pop, rimane parecchio affine al sadcore.

 Evidenza 3 – L’identikit dell’artista, ovvero tratti non esaustivi ma molto comuni

Dopo aver parlato dei generi e dei testi, è arrivato il momento di dare un volto (in senso molto lato) agli artisti che propongono questo tipo di musica. L’anti-folk, il sadcore e il low-fi racchiudono un’enormità di esponenti con background, influenze, idee di musica completamente diversi. Dopo un’attenta analisi, tuttavia, si possono scorgere delle affinità che rendono possibile stilare l’identikit dell’artista. Il primaverilmente malinconico è inglese o americano, e se è americano viene probabilmente dalla parte nord della East Cost, tra New Jersey e New York. Ha da sempre una cotta per Michael Cera, o da sempre sogna di essere Michael Cera. I titoli delle canzoni, spesso, iniziano con la lettera minuscola. Le cover dei dischi sono sfocate o scattate con una macchina fotografica usa e getta. Suona la chitarra, sempre, e talvolta anche il piano, ma non lo dice troppo in giro. Raramente fa uscire album, ma predilige una massiva quantità di singoli. È perennemente in tour, perché la malinconia musicale va condivisa per sopravvivere. Odia gli U2, ama i Velvet Underground. Sicuramente l’identikit di cui sopra non è condizione necessaria per far parte di questo filone di artisti, ma è, con buona probabilità, condizione sufficiente.

Per terminare questo spiegone, e soprattutto per tutti quelli che credono che parlare di musica sia come ballare di architettura, vi lascio con questa playlist, da ascoltare in primavera, se c’è il sole, magari sdraiati sull’erba di un parco, e magari dopo una piccola delusione. Perché alla fine, mettere la malinconia in musica è un modo per gridare al mondo che non si molla neanche mezzo centimetro, e anzi c’è un esercito di malinconici che è pronto ad esplodere e a farsi valere (magari tra 5 minuti, prima ci ascoltiamo un’altra canzone, che non si sta poi così male).

Filippo Colombo ha gli occhi verdi, predica bene ma razzola insomma e vive a metà tra un’incontenibile voglia di descriversi e una totale incapacità di farlo in modo appropriato.

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