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Di come non deludere le aspettative: Norman Fucking Rockwell! e la definitiva realizzazione di Lana Del Rey

Recensire un album è di per sé, ontologicamente direbbe Platone, una cosa abbastanza difficile. Recensire un album di cui tutti stanno parlando è una cosa abbastanza difficile. Recensire un album due giorni dopo che è uscito, di cui varie track erano già state svelate in precedenza e hanno reso giocoforza l’ascolto meno fluido è una cosa abbastanza difficile. Ultimo, ma non per importanza, recensire un album che ha un punteggio di 88 su Metacritic è una cosa abbastanza difficile. Tutto insieme, recensire Norman Fucking Rockwell! è una cosa molto difficile. Questa premessa inutile e forse irritante non per dire che sto vestendo i panni dell’eroe moderno che sormonta inenarrabili asperità, quanto perché mi pareva un buon modo per iniziare a parlare di un disco che, a tutti gli effetti, inizia in medias res. Anzi, inizia al contrario. Perché la title track Norman fucking Rockwell (con lettera minuscola, e senza punto esclamativo) non ha un intro maestoso come la maggior parte delle title track (penso agli archi di Born to Die, ad esempio), ma ha invece un outro che, senza sembrare sacrilegi, si può ammettere che fa gara quasi alla pari con quello del Suonatore Jones di De André. Per dire.

Già dal primo brano è evidente la maturazione artistica di Lana, che se si pensa che Lust for Life usciva solo due anni fa lascia abbastanza stupiti. “You fucked me so good that I almost said I love you” è il primo verso del disco. Per dire! L’arrangiamento col piano accompagna tutta la scalata che porta a quell’outro che dicevo prima che, allo stesso modo del già citato outro del Suonatore Jones, è il classico outro che ti porta a dire che è una cosa che deve essere suonata a un funerale, perché lasciare la vita così non può che portare in un meraviglioso luogo eterno.

Quella di Norman Fucking Rockwell! è una Lana che, sì, matura, ma che non abbandona alcune costanti della sua carriera, delle quali faccio una lista non esaustiva: un amato un po’ criminale un po’ serial killer, la California, una frase cantata seguita dalla stessa identica frase recitata, falsetti sporadici e gratuiti per spezzare la monotonia all’interno di una canzone, un intermezzo nel disco che non c’entra niente con tutti gli altri pezzi, riferimenti letterari esagerati. E questa è la cosa più incredibile di questo disco: che per quanto Lana non abbia abbandonato niente di quello che la caratterizza tra il serio e il faceto dal primo giorno, ha trovato una quadra artistica invidiabile, ed è riuscita a creare una colonna sonora epocale, di quelle che non passeranno mai, e che forse la innalzeranno davvero a regina, a star con una profondità artistica invidiabile. Mi sono sempre chiesto perché Adele è ADELE mentre Lana è Lana, e forse con questo disco Lana riuscirà a diventare finalmente LANA – non so se mi spiego, lo spero.

Ma veniamo a quello conta in un disco, ovvero, con poca sorpresa, le canzoni. I primi due pezzi a essere stati diffusi di quest’album, un anno fa, sono stati Mariners Apartment Complex e Venice Bitch. Una ballad alla chitarra la prima, un pezzo di quasi 10 minuti il secondo, che aveva fatto presagire che c’era qualcosa di grande che aspettava di uscire. Perché scrivere un pezzo di 10 minuti, instrumental per la maggior parte, e riuscire a farlo ascoltare tutto è già di per sé un’impresa. Poi, è stata la volta di hope is a dangerous thing for a woman like me to have – but I have it, perché intitolarla sylvia plath come aveva anticipato pareva brutto, una lunghissima e lentissima ballata, con espliciti riferimenti a Slim Aarons e a Sylvia Plath. Ultima track del disco, è una storia sorretta da un arrangiamento estremamente minimale e sussurrata al microfono. E’ arrivata poi Doin’ Time, cover di un brano dei Sublime campionato da Summertime, che George Geshwin scrisse per Porgy & Bass. A tutti gli effetti, è l’intermezzo del disco. Se in Lust for Life, Lana aveva optato per la trap in Summer Bummer, questa volta si lancia su una sorta di alt-ska. E infine, ad anticipare l’album erano state contemporaneamente The greatest e Fuck it I love you, per le quali Lana aveva girato uno stesso video – perché le sue canzoni sono tutte uguali e questa era un’ottima occasione per un arbitraggio, diranno i più, e dar loro torto non è operazione facile. Un pezzo slowtempo e uno midtempo, in cui Lana afferma “I guess I am burned out after all”. E noi con te. E noi con te.

E poi, finalmente, l’ultimo venerdì di Agosto, l’album intero, che unisce i pezzetti svelati e integra con i tasselli mancanti. C’è Love Song, che è forse il pezzo più struggente mai cantato da Lana, con il pianoforte appena percepibile nelle strofe che svelano un ritornello che inizia con “Be my once in a lifetime / Lying on your chest in my party dress / I’m a fucking mess” e finisce con “I’d just die to make you proud / The taste, the touch, the way we love / It all comes down to make the sound of our love song”. Che non è solo una questione di arrangiamenti perfetti e di produzioni impeccabili. È che Lana non ha mai scritto così bene. Non ha mai avuto quest’ispirazione letteraria. Ed è questo che rende Norman Fucking Rockwell! una perla rara, nel mezzo del rigurgito artistico del 2019, in cui escono tremila alla settimana e album da 18 pezzi con la profondità dei pensierini delle elementari – riferimenti non proprio casuali, ma questa è un’altra storia.

C’è poi How to disappear, che sembra cantato da una Corinne Bailey Rae che un bel giorno ha deciso di smettere di essere felice e di darsi a tinte noir – spero non accada mai, ma se dovesse portare a questo tipi di pezzi, mi sento di suggerirle questa strada. The Next Best American Record è un unreleased che diventa finalmente released, e California una preghiera ad abbandonare le maschere e a non aver paura di essere deboli in amore. E poi Happiness is a Butterfly, drammatico memoir di una storia d’amore per un cattivo ragazzo, nulla di nuovo, diranno i più, ok ma detto meglio, risponderò io.

La perplessità che ha mosso questo disco riguarda il fatto che, se Lana è arrivata a questo punto, vien da chiedersi che cosa farà adesso. Potrà solo scendere e tornare nella mediocrità precedente, dicono i più, e mi sento di sottolineare che non si tratta di mediocrità, e che se anche dovesse tornarci non sarà un dramma. In generale, pensieri di questo genere sono un po’ come dire, c’è il sole e il cielo terso, ma prendiamo l’ombrello che magari piove. In altre parole, chi se ne importa di cosa farà Lana in futuro, almeno per ora, che c’è un disco da ascoltare e consumare. Poi tra un po’ potremo chiedercelo. Anche se, per inciso, Lana ha dichiarato di essere già al lavoro sul nuovo album, e che visto che è in un momento di ispirazione sublime non ha voglia di fermarsi. Per dire che io, personalmente, non mi preoccuperei troppo di cosa farà in futuro…

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