Dumbo: un nuovo freak per Tim Burton

Dopo l’inaspettato insuccesso di Miss Peregrine – La casa dei bambini speciali e il mancato sequel del suo iconico Beetlejuice, il neo vincitore del David di Donatello alla carriera Tim Burton è tornato nelle sale italiane con un progetto inedito alquanto discusso fra i diversi burtoniani e i nostalgici della Disney; il “remake” in live action di Dumbo (“Dambo” nella pronuncia americana).

Pensandoci bene, è stato proprio con lo stesso Tim Burton che è partito quel recente business hollywoodiano che consiste nel rifare, e anche stravolgere, dei classici in animazione della Disney per poi convertirli in lungometraggi in live action; il primo di questi rifacimenti infatti è stato il suo tanto chiacchierato Alice in Wonderland. Già quell’ultimo film ha segnato, a detta del regista, una sorta di tregua tra lui e la casa di Topolino, dopo un disaccordo iniziale cominciato dal suo primo incarico come animatore in Red & Toby – Nemiciamici, fino al suo licenziamento, dovuto alla distribuzione del corto Frankenweenie, che a suo tempo era considerato troppo orrorifico per i bambini; nonostante ciò, dopo aver “reinterpretato” Alice, la Disney gli ha concesso di girare un remake dello stesso corto, trasformandolo in un godibile lungometraggio in stop motion dal gusto cinefilo. Non dimentichiamoci però che nel 1993 la Disney aveva anche prodotto e distribuito Nightmare Before Christmas, che però è stato diretto da Henry Selick di Coraline, su soggetto di Burton.

Nonostante abbia ammesso che lavorare (o meglio disegnare) dei film d’animazione con delle “bestioline amichevoli” per protagonisti sia stato una tortura, il buon vecchio Tim ha avuto comunque la giusta esigenza di riscrivere la storia dell’elefantino volante, amato da molti bambini nel periodo del suo esordio nelle sale. Il film originale, basato sul racconto Dumbo – The Flying Elephant di Helen Aberson, scrittrice poco conosciuta in Italia, è stato distribuito dalla Disney nel 1941 con l’intenzione di rimettersi in carreggiata dopo il fiasco al botteghino di Fantasia, uscito nel corso della guerra mondiale. Guardando il nuovo film scopriamo che i diversi elementi, come la “piuma magica” e gli elefanti rosa, e diverse sequenze che hanno caratterizzato il classico disneyano sono più che presenti, seppur rappresentati in maniera diversa. La differenza più evidente che predomina nell’intera sceneggiatura scritta da Ehren Kruger (The Ring, I fratelli Grimm e l’incantevole strega), è la centralità data alla componente umana del circo, che nel film originale venne rappresentata in maniera marginale.

I protagonisti umani del film, infatti, sono i piccoli John e Milly, che vivono insieme ad una compagnia circense dei Medici Brothers (anche se di Medici ce n’è uno solo, interpretato da Danny De Vito); il loro padre Holt (Colin Farrell), appena congedato dal primo conflitto mondiale con un braccio solo, era, prima della guerra, una delle attrazioni principali del circo per le sue acrobazie con i cavalli. Ormai vedovo, oltre che mutilato, Holt accetta a malincuore l’incarico che Max Medici (De Vito) gli affida come guardiano di un’elefantessa asiatica che ha appena dato alla luce un piccolo elefantino, che viene preso di mira dal pubblico e da qualche membro della compagnia per le sue orecchie sproporzionate. Il cucciolo di elefante viene chiamato dal pubblico Dumbo (letteralmente “stupido”) durante un’umiliante prima esibizione, che fa infuriare mamma elefantessa, proprio come accade nella versione animata. Per consolare Dumbo, ormai separato da sua madre dopo il disastro causato al circo, i piccoli John e Milly stringono amicizia con l’animale; e saranno proprio i due bambini a scoprire che quelle grandi orecchie permetteranno al piccolo Dumbo di spiccare il volo. Grazie a quella particolarità esibita al circo, l’elefantino verrà notato da un noto impresario di nome V.A. Vandevere (Michael Keaton), accompagnato dalla trapezista parigina Colette (Eva Green), che porterà l’intera compagnia al suo parco dei divertimenti, chiamato Dreamland, promettendo a tutti i membri dei Medici Brothers fama e ricchezza.

Molti ammiratori del cinema burtoniano si ricorderanno di certo che, appena il protagonista di Edward Mani di Forbice arriva in quel quartiere di provincia dalle case color pastello, dove risiede la sua “famiglia adottiva”, viene temuto e anche deriso dai vicini chiacchieroni e pettegoli a causa della sua “disabilità”, fino a quando non userà le sue stesse mani per modellare cespugli, tosare cani e acconciare i capelli alle donne; da quel momento in poi il giovane Edward viene ammirato per le sue capacità fuori dall’ordinario. Con questo nuovo Dumbo, in effetti, si può facilmente notare un parallelismo con Edward. In un primo momento il piccolo elefante viene visto letteralmente come fenomeno da baraccone da schernire, per poi essere lodato come un essere miracoloso. E’ forse questa la motivazione per cui Burton ha rivelato di identificarsi facilmente con Dumbo, proprio come lo è stato con Edward. Ormai si potrebbe considerare quell’elefante come un nuovo membro del suo personale circo di outsiders.

Altri elementi positivi di questo adattamento burtoniano (uno dei tanti, se seguiamo la sua intera filmografia) sono la spettacolarità delle scenografie di Rick Heinrichs (Premio Oscar per Il mistero di Sleepy Hollow), dei costumi di Colleen Atwood, delle musiche di Danny Elfman, e anche la sequenza di un salvataggio alla Spielberg, che di certo sono stati in grado di appassionare il pubblico. Questo film ha segnato anche una delle reunion tanto sognate dai burtoniani di tutto il mondo, come quella tra Danny De Vito (che ha già interpretato un personaggio circense in Big Fish) e Michael Keaton, che si sono ritrovati insieme ventisette anni dopo Batman – Il ritorno. Riguardo ad Eva Green invece, (già al suo terzo film con il regista, dopo Dark Shadows Miss Peregrine) si potrebbe ormai considerarla come una degna erede di Helena Bonham Carter nello statuto di “musa” burtoniana. È apprezzabile non solo la consueta critica del regista nei confronti del consumismo americano, già affrontata nei suoi lavori precedenti, ma anche quella nei confronti di un ambiente circense alquanto crudele e spietato riguardo al trattamento degli animali. Salvo le note positive, il film presenta anche qualche “inciampo”, come la rappresentazione leggermente caricaturale e sopra le righe dell’antagonista, impersonato da Keaton (anche se la recitazione caricaturata espressa da Christoph Waltz in Big Eyes è stata più eccessiva rispetto alla sua, nonostante l’ottima interpretazione di Amy Adams in quest’ultimo film). Un’altra tematica importante del cinema di Burton è l’infanzia o il mondo circostante visto dai bambini; e lui di bambini ne ha diretti tanti, creando per loro dei ruoli particolari e divertenti. La presenza dei piccoli John e Milly nella vita dell’elefantino è fondamentale (in quanto sostituti del topolino Timothy del cartone animato, che in questo film ha fatto delle brevi apparizioni), e sono sempre loro gli eroi del film; ma, a livello di espressione attoriale, i loro volti, seppur graziosi e innocenti, non dicono molto. Anche se questo Dumbo non merita l’appellativo di capolavoro, ma piuttosto un semplice e godibile film per famiglie, si può sempre considerare come un degno recupero del regista da alcuni insuccessi negli anni precedenti, che però non gli hanno mai tolto il suo statuto di genio creativo e grande innovatore cinematografico.

Articolo di Lorenzo Palombo

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