black midi

I black midi sono la prova che il rock non è morto

I black midi vengono dalla stessa accademia di Adele, Liona Lewis, Jessie J. Ok, nella BRIT si è formato anche King Krule, ma la contrapposizione tra la sequenza di popstar inglesi e i black midi e la band per hipster più strana dell’anno era più utile ai nostri scopi. I black midi sono una band che nasce nei contrasti. Ammetto di non aver mai sentito nulla riguardo un black MIDI, prima di leggere il loro nome. Anzi, probabilmente la mia unica esposizione ad un midi assolutamente irriproducibile da un essere umano era questo video di Adam Neely, in cui 200mila note in 6 secondi formano l’inizio del solo di Coltrane in Giant Steps, dove è scritto a chiare lettere “questo non è un black midi”. Google mi è stato d’aiuto, e ho capito che per una band che si nutre di improvvisazioni, di repentini cambiamenti dinamici figli tanto degli Slint quanto dei Don Caballero, così vivi, appellarsi ai MIDI era un manifesto ironico già dal principio.

Perché nel titolo ho parlato del rock che non è morto? Un po’ per il clickbait, un po’ perché i black midi dimostrano a tutti i difensori dei vari Rival Sons, Greta Van Fleet, inserire altra band derivata completamente dal rock anni ’70 che c’è sempre un modo di riprogrammare un pochino la guitar music senza scadere nelle formule ampiamente percorse e battute. I singoli che hanno anticipato il disco sono vari e spesso riconducibili a così tante influenze diverse (su Pitchfork hanno parlato di una chat di gruppo riempita tanto di Miles Davis quanto di Death Grips) da riuscire a risultare in ogni caso sufficientemente unici da essere interessanti. La loro pulizia tecnica è invidiabile (e in particolare Morgan Simpson alla batteria a tratti restituisce l’immagine di un polpo che sa esattamente cosa deve fare con i suoi tentacoli). I loro groove diventano tanto ipnotici da sconfinare nella trance più totale.

E la trance, a giudicare dal loro live per KEXP con cui moltissimi li hanno conosciuti, aiuta dal vivo. Un piccolo vademecum delle doti di un gruppo che sembra già molto convincente e coinvolgente nei concerti. Per il loro debutto Schlagenheim, in uscita il 21 giugno per Rough Trade, si sono affidati al produttore Dan Carey, colui che li ha scoperti a Londra. La strada scelta con Carey è opposta a quella che lo stesso ha scelto ad esempio per i Fontaines DC, con drum machines e pianoforti ad ampliare la paletta sonora del gruppo. “Se live e disco fossero uguali sarebbe un po’ triste, no?”, dicono loro.

Che promettono pure “Tra due anni saremo una band irriconoscibile”, e parlano di un disco elettronico o di un disco di cumbia, qualora li divertisse improvvisare a tutto volume in saletta questi generi. Noi aspettiamo fiduciosi tanto il debutto quanto quello che ci aspetta dopo.

Latest from Musica e Spettacolo

Vai sopra