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Il disagio, spiegato bene: piccola ode al ritorno di Celeste Gaia

“Io mi sento a disagio, non so stare in piedi fuori dal locale, prima o poi mi rompo e non so che fare, dovrei socializzare”. Così comincia “Io mi sento a disagio”, il ritorno di Celeste Gaia, dopo lunghi silenzi.

Ma facciamo un passo indietro. Era il 2012, ed era Sanremo giovani. Conduceva Gianni Morandi, e la selezione per i giovani era aperta a chiunque avesse un brano da proporre, anche senza l’appoggio di una casa discografica. Era un processo di selezione lungo, con una miriade di brani inviati, e i consueti sei vincitori. Tra di loro, c’era una giovanissima studentessa bionda, che ipnotizzava con quel “Carlo, Carlo, vorrei ti chiamassi Carlo” che durante la settimana del Festival ha cambiato irreversibilmente la vita di tutti i Carlo, che da quel giorno non furono più Carlo ma divennero Carlo Carlo vorrei ti chiamassi Carlo. Era un brano onirico, fiabesco, che raccontava di viaggi in ascensore a Parigi, innamoramenti istantanei e occhi verdi. Era qualcosa che ricordava Kerli, molto meno inquietante e molto più avvicinabile. C’era poi un disco, “Millimetro”, che il me sedicenne di allora comprò e ascoltò fino a imparare a memoria tutte le canzoni.

“Millimetro” era un disco – e lo è tuttora – che svela una sensibilità tenera e commovente, impalpabile, fastidiosamente irraggiungibile, che però ti viene abbastanza voglia che sia sempre primavera, e te la prendi con le stagioni che ruotano. È un disco in cui chi parla sembra popolare un universo di follia e di anormalità autoproclamata, come in “Io devo diventare una persona normale”, in cui Celeste ammette che “sogna cose folli che si avverano presto”, e che il fatto che non sia normale si vede da come parla, da come mangia, che sorride e poi piange. La voce tenera e perfettamente intonata di Celeste Gaia sorregge un piccolo capolavoro di scrittura, e apre la porta a un mondo a metà tra un bosco incantato e Alice nel Paese nelle Meraviglie (non sono poi così diversi, mi si obietterà, sì ma un po’ lo sono, risponderò). In “Aspetto te”, Celeste confessa che se rimane da sola davanti al frigo prima di un esame potrebbe ingrassare come un criceto rimpinzato di carote e fiocchi d’avena, metafora elaborata e inusuale ma senza dubbio icastica. Il richiamo ad Alice è esplicito, Alice che però non vive nel paese delle meraviglie, ma su una nave da crociera dove stende i panni e canta (“Mi chiamo Alice”).

Celeste Gaia era una bella scoperta, aveva un talento cantautorale fuori dal comune e una voce cristallina, accoppiata rara ma d’effetto. Se non che, nel 2013, Celeste Gaia è sparita. Irrintracciabile, che per farlo nel ventunesimo secolo ci vuole comunque del talento. Articoli di blog, tweet, un po’ tutti si chiedevano dove fosse andata a finire, e mi son sempre chiesto cosa pensasse lei, dovunque fosse andata, mentre leggeva queste cose, se mai le ha lette. Una storia che sembrava destinata a chiudersi, una ricerca che si faceva sempre più labile, meno convinta, accettando il fatto che se dopo 6 anni non si è ancora fatta ritrovare, forse è il caso di accettarlo serenamente e chiuderla qua.

Lo scorso 11 Marzo, qualcosa si è mosso. L’immagine del profilo della pagina Facebook, deserta da sei anni, viene cambiata, e compaiono poche righe. “Vi siete chiesti che fine ho fatto: al momento, non ho fatto nessuna fine”. Un ritorno atteso, quasi insperato, e come promesso, da dove aveva lasciato: dalla musica. Dove è stata, chi ha incontrato, di cosa ha parlato, quante volte ha pensato di ritornare, sono tutte domande che non hanno poi tanta importanza. Perché i ritorni sono tali anche se nessuno sa dove sei stato. Perché quando si ritorna, conta il come si ritorna, conta cosa si fa adesso che si è tornati, conta quanto si è pronti a riprendere in mano tutto, ma dove si è stati conta poco. Conta in qualche serata con gli amici mentre si fanno vedere delle foto, al massimo. Ma non conta tanto se c’è la musica.

Il brano del ritorno si chiama “Io mi sento a disagio”. Parla di chi prova un genuino fastidio nei confronti del networking ipocrita, e preferirebbe mille volte starsene a casa da solo. Di chi non sopporta le frasi di circostanza, di chi ai “quanto tempo, come va?” risponderebbe “molto male, grazie” solo per vedere che faccia fanno gli altri. Di chi ha tanto da dire, ma fuori da un bar con un bicchiere in mano non ha voglia di dirlo, ché nessuno ha voglia di sentirlo. È un brano che rassicura tutti quanti che è normale, che va tutto bene, che fintanto che siamo qua possiamo e dobbiamo opporci alle convenzioni sociali e ai convenevoli ipocriti.

Come promesso, Celeste Gaia ha ripreso il suo mondo da dove lo aveva lasciato. Da quella dimensione onirica, naif, un po’ fuori dai tempi che fa venire dei piccoli brividini. Con la speranza, l’augurio, e senza sembrare vittima della sicumera, la certezza, che coi brividini non è finita qui. E da domani, a quegli amici o a quei colleghi che non vediamo da una vita e che ci chiedono come stiamo, rispondiamo che stiamo molto male.

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