NEWPORT, RI - JULY 6:  Godfather of soul James Brown performs onstage at the Newport Jazz Festival on July 6, 1969 in Newport, Rhode Island. (Photo by Tom Copi/Michael Ochs Archives/Getty Images)

Il numero di Erdos-Brown: misurare l’influenza del Godfather of Soul

Se ci fosse un modo per misurare in maniera oggettiva l’impatto di una sola persona su un genere musicale, potremmo stare certi che con James Brown e il soul, il funk, l’hip-hop e l’r&b si potrebbe stabilire con ogni probabilità un record assoluto. In fondo parliamo dell’artista più campionato di tutti i tempi. Possiamo però valutare, in un certo senso, quanto sia stato in grado di plasmare un sound partendo dal lavoro dei suoi collaboratori.
L’ispirazione per questo indice viene dal numero di Erdos, nato in maniera scherzosa per valutare “la distanza” che separa un matematico qualunque dall’ungherese Paul Erdos, il più pubblicato dai tempi di Eulero. Anche Kevin Bacon ha ricevuto lo stesso trattamento, quindi perché non provare con Mr Please Please Please?

Calcolarlo è semplice: James Brown ha numero di Brown pari a 0. I collaboratori diretti del padrino del soul, quindi i membri della sua band o quelli che hanno registrato una parte in un suo album avranno 1. Chi ha inciso qualcosa con un musicista con numero pari a 1 avrà un valore pari a 2 e così via, seguendo questa semplice regola. Il numero associato al brano sarà quello ottenuto al momento dell’uscita dall’artista. Iniziamo allora a muoverci attraverso le canzoni, cercando di spaziare più possibile negli anni e nei generi, percependo l’ampiezza della sua influenza.

Give Up the Funk – Parliament, 1975 (numero di Brown: 1)
Lavorare con James Brown non era assolutamente facile, soprattutto per la precisione che richiedeva ai suoi musicisti, sul palco e fuori. Ne sa qualcosa William Bootsy Collins, che, licenziato dal cantante per aver fatto uso di droghe durante un concerto, passa alla corte del ben più permissivo George Clinton, approdando nel 1971 nel collettivo P-Funk (formato dai Parliament e dal loro gruppo gemello di matrice più rock, i Funkadelic). Verrà seguito dall’intera sezione fiati di Brown nel giro di pochi anni. In Give up the funk riesce a fondere la sua istintività con la lezione appresa alla corte di Brown, che vedeva Collins come un bassista troppo arruffone: “Suoni troppe note. Dammi l’1 ogni 4 battiti, e sarai perfetto per me. Fatto questo, puoi pensare anche al resto, ma dammi sempre l’1.”. E nel famosissimo ritornello, è proprio il bassista a evidenziare il battere, anche se probabilmente non con la frequenza che voleva il suo vecchio bandleader.

Burning Down the House (live) – Talking Heads, 1984 (numero di Brown: 3)
Se con Speaking in Tongues, secondo le recensioni dell’epoca, i Talking Heads “superano la sottile linea che separa l’art-rock dei bianchi e il funk afroamericano”, è naturale avere bisogno di replicare dal vivo tutto questo. Nel suo libro Come funziona la musica, David Byrne si sofferma a parlare dell’importanza della band assemblata per il live che diventerà poi Stop Making Sense, in particolar modo sul tastierista Bernie Worrell, già nei Parliament. In questa versione accelerata di Burning down the house, Bernie, dotato di un gusto molto più ragionato di Collins ma comunque incredibilmente naturale (aveva l’orecchio assoluto, ad esempio), ha modo di decorare la canzone con i suoi sintetizzatori fantascientifici, usciti direttamente dalla scuola di Clinton. “I Talking Heads volevano fare funk. […] Con loro ho avuto le stesse libertà che avevo nel P-Funk”.

Hollywood (Africa) – Red Hot Chili Peppers, 1985 (numero di Brown: 2)
“Cos’è il funk, George?” chiede Flea. “Il funk perfetto è il jazz”, risponde George Clinton all’inizio di questo video. Clinton è il produttore del secondo disco dei Chili Peppers, Freaky Styley, in cui il quartetto californiano vuole immergersi per la prima volta in un funk puro, ma non è il leader dei Parliament l’elemento più vicino a James Brown. Perché su questo disco suonano due elementi della big band di JB: il sassofono di Maceo Parker e il trombone di Fred Wesley. In questa cover dei Meters, gruppo fondamentale di tutta la black music, oltre a trovare i fiati nel ruolo di protagonisti, sentiamo per la prima volta gli iperattivi peperoncini appoggiarsi, rilassarsi e lasciarsi andare al funk, facendo propria un’altra preziosa lezione di Brown e preparandosi in questo modo a diventare uno dei gruppi più famosi del genere, seppure con sfumature anche marcatamente rock.

De La Soul – Patti Dooke, 1993 (numero di Brown: 2)
Nel documentario Mr Dynamite Man, Questlove dei Roots afferma che tutto il movimento hip-hop nasce da un singolo minore di James Brown, Funky Drummer, un pezzo che il cantante aveva voluto registrare in fretta e furia in una notte dando largo spazio a un’improvvisazione della sua band e dedicato a Clyde Stubblefield. Con la sua propagazione attraverso la sottocultura della breakdance, Funky Drummer è diventata in poco tempo uno dei pezzi più campionati della storia. I De La Soul pagano il loro tributo ai componenti della band di James Brown non recuperando una registrazione precedente, ma chiamando a incidere su questa base rilassata i più famosi tra i fiati di James Brown: Fred Wesley, Maceo Parker e Pee Wee Ellis. C’è una netta composizione tra la musica e il tema del testo, molto caro al Brown del “moustache period” a cavallo tra anni ’70 e ’80: l’appropriazione indebita e senza alcun credito nella musica mainstream (in particolar modo quindi da parte di bianchi come Elvis, citato esplicitamente nel sample che chiude il pezzo) della cultura afroamericana.

If Eye Was the Man In Ur Life – Prince, 2004 (numero di Brown: 2)
Nel 1983 James Brown permette a due suoi grandi fan di duettare e ballare con lui durante un suo concerto. I due fan sono Micheal Jackson e Prince, ovviamente già star planetarie, e questo è l’unico documento esistente di quella sera. Nei fiati trova spazio (il solito) Maceo Parker, garantendo a Prince un numero di Brown così basso. Sembra che la traccia sia stata registrata nell’arco di 10 anni, tra il 1995 e il 2004, e i numerosi stop avranno certamente aiutato ad ottenere un risultato maggiormente omogeneo. Dove si trova l’influenza di Brown? Perché nel sound possiamo cogliere tanto James Brown quanto Jimi Hendrix, il tutto filtrato dalle lenti viola di Prince, ovviamente. Nel testo, c’è però un espediente tipico del primissimo James Brown, quello di Please Please Please: mette a nudo tutte le sue debolezze, sperando di conquistare con la sincerità la propria amata. Per Brown sicuramente funzionò a meraviglia, visto che da quel singolo è partita tutta la sua scalata al successo.

Wesley’s Theory – Kendrick Lamar, 2015 (numero di Brown: 3)
In un’intervista per Hypetrack, Lamar discute con Quincy Jones riguardo l’eredità che ha raccolto in To Pimp a Butterfly, con il produttore di Thriller che gli ricorda che tutto l’hip-hop viene dall’Africa, proprio come gran parte del jazz: da qui entrambi hanno potuto avere l’intuizione di fonderli, a 30 anni di distanza. Per aprire il suo capolavoro, Kendrick sceglie due collaboratori agli antipodi: un astro nascente come Thundercat, e una leggenda del funk come George Clinton. C’è poi un terzo collaboratore, il producer Flying Lotus, che oltre ad essere uno dei beatmaker più creativi dei nostri tempi è il nipote di John e Alice Coltrane, giusto per rimanere in tema di eredità e di jazz. È impossibile non pensare a Bootsy Collins sentendo il suono del basso di Thundercat passare attraverso l’autowah in Wesley’s Theory, e lo stesso Lamar afferma di “aver studiato James Brown” per questo disco (del resto, The Payback è campionata su King Kunta). Ancora, stavolta difendendo il mumble rap, il rapper di Compton afferma che: “James Brown poteva anche far partire una registrazione e farfugliare tutta la traccia. Ma, indovinate? Si sente la sua anima su quei dischi”. Brown fu probabilmente il primo a registrare le sue vamp, termine preso in prestito dal jazz che identifica ripetizioni ad libitum di groove di poche battute durante i quali il cantante era solito parlare, a volte anche direttamente col pubblico, senza alcuna melodia. Un concetto che, estremizzato, è la base del rap.

The 1975 – Sincerity is Scary, 2018 (numero di Brown: 5)
Qui il collegamento è decisamente più laborioso e meno diretto, ed è anche un modo per verificare l’efficienza e la profondità del nostro indice. Comincia con il batterista John Jabo Starks e termina con Roy Hargrove, eclettica tromba del collettivo Soulquarians. Ed è in effetti molto più al neo-soul che a James Brown che questo pezzo si ispira, seppure ci siano elementi come il coro gospel che è stato molto importante per il padrino del soul, soprattutto nella primissima fase della sua carriera, nata proprio suonando nei locali ciò che avrebbe suonato in chiesa la domenica mattina. E se il beat col suo andamento ubriaco è totalmente figlio di J Dilla, ci pensa Hargrove a portarci in ambiti più Browniani, decorando intro e outro con quelle texture jazz di trombe, spesso prestate al soul o al pop, che lo hanno reso famoso. “Sono sempre stato un jazzista, nel mio cuore”, amava affermare Brown. Possiamo dargli torto, dopo aver valutato il suo peso specifico?

Latest from Musica e Spettacolo

Vai sopra