11 Rafael Dias (Kin Jin)

Il vento sorvolava la terra

In corsa rapida il vento sorvolava la terra e il mare. L’abbiamo scrutato, con occhi acuti e stretti per sopportarne la sferza. In equilibrio precario sulla roccia di lava che dall’acqua emergeva, abbiamo puntato i piedi e siamo rimasti dritti contro il vento, due lance, due pali, due popoli alleati, due storie che trovavano nel puntello la chiave di volta per condurre a buon fine il tratto dell’intesa.

Era giorno da tempo, l’abbiamo sentito nel calore emanato dai corpi. L’abbiamo compreso dall’indaco pieno e dal garrire arrossato della bandiera in allarme affinché alcuno strisciasse col nuoto l’acqua sommossa.

Il mare raccontava storie alla terra emersa e desiderava di convincerla. La baciava e la cingeva di squame liquide e braccia ventose, a più riprese senza sosta, con più dedito amore, con più tenera foga, con sgargiante gagliardia dei flutti lanciati e ripresi, attorti e poi stesi come un velo sottile da cui traspare il bianco del corpo.

Il mare raccontava la sua storia e io la mia.

Le braccia sulle gambe e le gambe una sull’altra quando eri seduta. Piegavi la testa e i capelli si divincolavano dalla presa sugli occhi e sul viso. Sorridevi mentre parlavo, sorridevi in silenzio con gli occhi rappresi verso l’orizzonte. Eri chiara nella pelle e forte nel pensiero. Dominavi la sferza e io con te.

Tornati al riparo, nel tiepido muscolo della casa, abbiamo sciolto il corpo acceso, conversando col fuoco che guizzava nel camino. La fiamma saltava alla corda tesa tra due ceppi brucianti e si prendeva gioco di loro e di noi. Davanti alla fiamma anche noi abbiamo giocato, infanti cresciuti, adulti pronti alla conta e alla resa, appoggiati al cantone di muro dietro al quale nasconderci.

Abbiamo imbandito la tavola, mangiato con gli occhi lo sguardo e bevuto, a sorsi larghi e sazianti, il vino dal petto. La benedizione di questo giorno osteso di fronte come un prodigio, come un miracolo, come una trina lucente a traforo, come una corsa fin tanto che il fiato consente, come un acuto che sgorga, come il clamore del tuono e la sordina che fa decrescere i rumori da fuori. Eravamo serrati a unisono, fioriti insieme di forze nostalgiche emerse dal grembo e dal ricordo, dall’essere vivi, lì e allora, per poterlo raccontare e serbarne il ricordo quando tutto fosse stato stordito dal sonno e dalla controra, prima del silenzio, prima che qualcosa potesse frapporsi, prima di scorgere una ferita recente.

Il vento sorvolava la terra.

Autore: Salvatore Enrico Anselmi
Cover artwork: Rafael Dias

Salvatore Enrico Anselmi, storico e critico d’arte, scrittore, docente Miur, è dottore di ricerca in Memoria e materia delle opere d’arte, Università degli Studi della Tuscia. Studioso delle committenze nobiliari di età barocca in area centro-italiana, con particolare riferimento alle famiglie Giustiniani, Farnese e Maidalchini-Pamphilj, ha tenuto insegnamenti di Storia dell’arte Moderna presso alcuni atenei italiani (Università della Calabria, Università di Bari-Ssis Puglia, Università degli Studi della Tuscia). Ha preso parte, in qualità di relatore, a numerosi convegni nazionali ed internazionali. È autore di monografie sulle committenze artistiche nobiliari in età moderna e di numerosi saggi, apparsi su atti di convegno e riviste. Alla ricerca affianca la pratica della scrittura, in prosa e in poesia, dedicandosi in prevalenza alla narrativa d’introspezione e di tema storico.

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