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Il vitello a due teste della ex-poesia (Frammenti di Confessione)

Anni fa il compositore Arthur Honegger disse… la musica scompare, così com’è scomparsa la poesia.
Chi avrebbe oggi il coraggio di dire che cosa fa il poeta? Sappiamo che Dio è già morto –vedi Nietzsche – che in seguito, dopo varie metamorfosi, è morto il diavolo – e che in seguito ancora è morto l’uomo. Alla fine – come dice Honegger “è scomparso il poeta”. E noi continuiamo a vivere! Siamo dunque testimoni della vita dopo la morte di Dio, del diavolo, dell’uomo…del poeta. Il poeta è appena scomparso. Lo ha dichiarato Honneger, brevemente, chiaramente, brutalmente. Se il poeta è scomparso, che faccio io ora qui fra voi? Parlate con un defunto? Chi è seduto di fronte a voi, che cosa legge, di che parla?

Devo raccontarvi come si presenta la vita nell’oltretomba del poeta, la vita del poeta che è sparito. In tale situazione di poeta che parla dall’oltretomba, devo parlare dell’aldilà sulla base del mio concetto della poesia. Sono lontano dal considerare l’affermazione di Honneger ancora un aforisma oppure uno scherzo. Al contrario, gli credo se dice che il poeta è scomparso. Credo anche nella morte di Dio, in quella del diavolo, e dell’uomo. Mi sembra che sia venuto il momento di definire la nuova situazione del poeta e della poesia.

Nel momento in cui scrivo queste parole, nella bellissima capitale del Dunajec si sta preparando un festival della poesia con questa parola d’ordine: “La poesia non è morta, la poesia non può morire: Die Lyrik ist nicht tot, die Lyrik Kann nicht sterben! La poésie n’est pas morte, elle ne peut périr!”
Con questa parole d’ordine cento, duecento poeti dei molti Paesi socialisti e capitalisti si incontrano. Essi provocheranno animate discussioni e polemiche, leggeranno i loro poemi, discuteranno e saranno essi stessi testimoni della vitalità della poesia e del suo valore eterno “Die Lyrik ist nicht tot, die Lyrik Kann nicht sterben!”. Vedo tanti poeti, che con la loro testimonianza dimostrano che non solo la poesia è immortale, ma che anche i poeti sono vivi e, malgrado tutte le sofferenze, continuano a creare.
Intanto questa vita è la vita dell’oltretomba. Si, signori miei, colleghi scrittori, amici, compagni di sventura. La poesia è morta, è la poesia è mortale, la poesia può morire e i poeti sono solamente ridicoli. Questi non sono scherzi macabri, né questa è una verità poco affascinante né io intendo dimostrarlo. Come avviene ciò? Dio è morto e insieme non lo è, il diavolo, come anche l’uomo è morto e insieme vive, che cos’altro ancora è morto ed è nello stesso tempo vivo? La cultura, la civiltà, l’umanità, la poesia? Tuttavia non drammatizziamo. Per non creare un’atmosfera e pensieri troppo “neri” e perciò un po’ noiosi e anche sospetti, io stesso mi dichiaro non un poeta morto, bensì un ex poeta. Vivo, ma ex. Così facilito un contatto reciproco e ricreo la fiducia. Ed evito i sorrisi. Eppure, lo confesso, mi separo con dispiacere dalla mia idea “dell’altro mondo”.

Tadeusz Rozewicz, polnischer Dichter. | Tadeusz Rozewicz Polish poet, 25.06.1992
Tadeusz Rozewicz

Avevo voglia di raccontarvi della vita dell’oltretomba del poeta. Questo era “qualche cosa”! Era una idea! Confesso che da molto tempo mi crucciavo per la mancanza del concetto. Ero indotto in tentazione dai creatori “happening”: pensavo “con che cosa mi presento di fronte ai lettore, di fronte ai critici”, “di fronte… con che cosa mi presento nel 1968? Con una poesia? Con una poesia non troppo lunga, non troppo corta, non troppo interessante, non troppo sperimentale? Che fare? Entrare nella sala reggendomi sulle mani, oppure reggendomi sulla testa, oppure uccidere il mio traduttore, oppure tagliare in quattro una poetessa promettente e buttare nella sala i pezzi del suo corpo avvolti nei miei sonetti (assolutamente sonetti)?”. Sto pensando tutte queste cose con un certo imbarazzo, poiché ho una sola testa e non due. Come un meraviglioso vitello; l’ex poeta “vivo” che sono stato io, si preoccupava dell’impressione che avrebbe fatto e che influiva nella sua poesia sorprendente come un vitello a due teste e ammazzare questo vitello davanti al pubblico scorticarlo e, tagliarlo in quattro e…venderlo. M’immaginavo che dopo quest’incontro gli uomini avrebbero detto: “Caro, caro…pensa, oggi ho visto un poeta con due teste…si chiama Tadeusz Ròzewicz… la sua poesia è unica nel suo genere”. Ed ero indotto in tentazione da un demone di superbia… esso mi consigliava di scrivere col piede sinistro ad occhi chiusa, di spezzare la parola, di inventare la parola, alla fine mi consigliava di impiccarmi. A piedi mi stendeva tutto il regno delle innovazioni e degli esperimenti. Ma lasciamo da parte questi tristi problemi. Noi, poeti contemporanei, quelli (in apparenza) vivi anche se morti, tutti noi siamo malati e moriamo per eccessivo amor proprio. Vogliamo essere originali, ammirati, unici. Nessuno di noi vuole accettare di essere considerato noioso, poco interessante, piatto…e questo sarebbe il grande peccato e il grande mistero delle nostre tombe pulite. Ma vedo che anch’io sono già spiritoso e all’incirca “unico nel mio genere”. Ahimè! Oltre alla vita nell’oltretomba dei poeti contemporanei mi preoccupava un secondo, più pericoloso problema. “Immaginatevi, signori, le risate degli ascoltatori, ai quali un signore confessi: io sono poeta”. Che cosa c’è di buffo? Se qualcuno confessa: sono sacerdote, ministro, poliziotto, macellaio, barbiere, fisico, tagliaboschi…forse che è preparato al riso dei presenti? No! Ma altre professioni si presentano diversamente: il boia, l’accalappiacani, il ladro, il falsario… queste non si possono confessare… nessuno si presenta come un sadico, un sodomita, un impotente, un filosofo… un poeta? Al poeta è proibito dire: “sono poeta”, altrimenti davvero tutti nella sala scoppieranno a ridere. Probabilmente sono avvenuti mutamenti, che impediscono una pubblica confessione… si. Confessione, dico, di questa colpa, di questa mutilazione, di questa malattia vergognosa… ma cosa è successo? Perché il grande, moderno compositore ha presentato così chiaramente ed apertamente questo problema? Questo rebus mi ha tormentato a lungo e non sono riuscito a risolverlo. In conclusione, siamo buffi. Ci è proibito, sotto pena di essere ridicoli, manifestare la nostra professione. In fine ormai questi problemi non mi interessano. Io li guardo da un altro punto di vista. Non mi sento “poeta”. Ho scritto una volta un’opera “Vocazione”.

… aspetto
Questa è la mia vocazione
aspetto l’appello
sempre pronto
non chiamato
aspetto…

Che appello aspetto? Erano tutte illusioni e chiacchiere. Che sollievo, che liberazione! Non ho idee. Naturalmente per venticinque anni ho posseduto varie idee, ho dato definizioni nelle opere poetiche e nei saggi attraverso la mia poetica, la mia “poesia” ed “antipoesia”. E adesso: può essere rima, può non essere rima, può essere metafora, può non essere metafora, può essere quadro, può non essere quadro, può essere un’idea, può non essere idea… solo di una cosa mi curo: la parola. A questo non rinuncio. Considero gli uomini che giocano con le parole essere stupidi e sfortunati oppure essere fortunati e poco sviluppati. Si può annunciare alle persone interessate la morte della così detta poesia, senza balbettare, distruggere e torturare le parole ma con parole e frasi “del tutto normali”.
Cercavo di precisare questo nell’opera “Stagione poetica”:

Già da molto è caduta
la stagione ne “Le Paradis du Langage”
ne ho parlato vent’anni fa
ai nostri inventori di parole
a quelli che fanno scorrere fiumi di parole:
adesso iniziano le vere difficoltà
nello scrivere poesia
lo vedrete
in questa stessa stagione
bisognerà ridurre la poesia
al vuoto, al nulla assoluto
e non tenerla al caldo
in parole, mezzeparole, quarti di parole
come l’uovo nella pula
questo sarà il problema degno del poeta;
come riuscirò a trattenermi dallo scrivere
ancora una poesia
dallo scrivere ancora un verso solo.

Penso a una poesia priva di ogni particolarità interessante. Una poesia che forse possa ridiventare anonima, “espressione di un anonimo”. A questo aspiravo per tanti anni:

“Per così lungo tempo ho formato
me stesso
a immagine e somiglianza
del niente
ho formato questo volto
a immagine e somiglianza del tutto.
Alla fine spariscono le mie caratteristiche
le mie parole
non si meravigliano a vicenda”.

Quello che è considerato il purgatorio ed anche l’inferno da qualsiasi tipo d’innovatore, è l’anonimità, la mancanza di originalità creativa, la mancanza di un carattere proprio –tutto ciò rappresenta per me un purgatorio. Hanno fatto sanguinare la poesia correndo dietro all’originalità e all’irripetibilità, hanno costruito un vitello a due teste. Né la respirazione artificiale né i critici aiuteranno la poesia. Per poter risuscitare, la poesia doveva morire. Anch’io sono stato collaboratore e testimone della sua morte.

 

di Tadeusz Ròzewicz

traduzione di Elena Barbaro tratto da “Carte Segrete” Vol.8 (ottobre/dicembre 1968)

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