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In medio stat mors: come (non) fare una cover in tre semplici passaggi

Sarà per i talent show, sarà per la progressiva e inevitabile decadenza della creatività musicale (il gestore di una sala prove dove suonavo da ragazzino diceva sempre che erano anni che non ascoltava brani nuovi, perché la musica aveva già dato tutto quello che poteva dare, e non c’era fisicamente modo di scrivere una canzone al livello di quelle del passato con a disposizione le sette note), ma viviamo in un universo bombardato da cover. Non solo, viviamo anche nella costante indifferenza nei confronti delle cover. Pochi ne parlano, quasi nessuno. Se sono brani celebri, a nessuno importa della versione cantata da uno sconosciuto che prova a sfondare e a ritagliarsi un posto tra i milioni di artisti di Spotify; se sono brani meno noti, tanti nemmeno si accorgono che si tratta di una cover. Ciononostante, le cover sono un fenomeno, un problema se vogliamo, che va affrontato. Nessuno parla delle cover perché troppo spesso, quasi sempre, le cover sono medie, se non mediocri. Sono un esercizio sbrigativo ed effimero che è inteso troppo spesso come dovuto processo di fidelizzazione verso il raggiungimento dell’inedito, una sorta di Terrasanta nella carriera di un artista alle prime armi, che non importa se è stato scritto in venti minuti e arrangiato da cani, è l’inedito e come tale bellissimo, commovente, non mi era mai capitato prima di cantare un pezzo così perfetto per me, eccetera. Io, da piccolo hipster fallito, tengo molto alle cover, al punto che sento il bisogno di questa miniguida in tre passaggi su come (non) farle.

Primo passaggio: la canzone, ovvero capire e capirsi

Non credo che al mondo esista frase più anti-progressista e luddista del celebre “certi capolavori sono intoccabili, non è possibile farne una cover”. L’universo si evolve, i Pokémon si evolvono, perché non deve evolversi la musica? Al concerto del Primo Maggio di quest’anno, Izi, trapper, ha fatto una cover appunto trap di Dolcenera di De André. Senza entrare nel merito, mi sono chiesto cosa De André penserebbe della trap. Non potendo, per ovvi motivi, chiederglielo, mi sono dato una risposta da solo, e mi sono detto che De André la trap l’avrebbe fatta, vent’anni fa magari, prima che i vari Sfera Ebbasta o Tedua nascessero, ma non l’avrebbe mai sdegnata, da sperimentatore impavido quale era. Questo per dire che nessun brano di per sé è intoccabile. Ad una sola, fondamentale condizione: bisogna capire il brano, e capire se stessi di fronte al brano. Le canzoni raccontano una storia, ma una storia ben precisa, che come tale deve essere rinnovata, non sconvolta nei fondamenti.

Qualche tempo fa, sui Navigli, in un locale una ragazza suonava Stronger than me di Amy Winehouse quasi in lacrime, per trasmettere di aver capito quel dolore profondo insito nel brano. Peccato che racconti di Amy che prende in giro il suo ragazzo, a suo dire troppo mascolino, e che tra il suo repertorio, costellato di tragici capolavori, sia il pezzo più scanzonato e fresco. A The Voice, una concorrente ha pensato di intonare Vedrai, vedrai partendo da tonalità stellari, fregandosene del senso delle parole che stava cantando, ma compiendo un esercizio di stile fine a se stesso immediatamente bloccato da Morgan. Senza dubbio, è giusto, anzi è doveroso, per non sfociare nella mediocrità di cui sopra, imprimere il proprio segno distintivo nelle cover. Ma solo e soltanto dopo aver compreso il pezzo, per evitare di porsi arrogantemente al di sopra della canzone, che è condizione sufficiente per combinare un disastro e ad alimentare le convinzione dei luddisti anti-cover, e anzi spostare su quel fronte diversi individui.

Secondo passaggio: il testo, ovvero ontologici paradossi

Ontologicamente, le cover sono storie degli altri. Ontologicamente, le storie degli altri non sono le storie di se stessi. In altri termini, la pretesa sterile del fare delle storie degli altri le proprie storie è egoista, il più delle volte. Non sempre. Cantare Mi sei scoppiata dentro il cuore all’improvviso, o tu che sei diversa, almeno tu nell’universo non è ribadire la propria mascolinità o la propria eterosessualità; è idiozia. Perché ascoltare una cover è un po’ come guardare un film. Pensa se Ellen Page in Juno a un certo punto dicesse a Michael Cera ma sì non sono incinta davvero di te è un film tutto a posto tranquillo. Che, in altre parole, significa che vuoi che chi fa una cover stia nella parte, a modo suo, ma pur sempre nella parte. Non necessariamente tutto questo si traduce in una pedissequa e minuziosa ripetizione di ciò che fu. Nel 1979, Gianna Nannini inserì in California una cover di Me and Bobby McGee di Janis Joplin in italiano, stravolgendo il testo. Lo stravolgimento era estremamente sensato, frutto di un’analisi e di una profonda sintonia con l’originale, avulso da smaniose affermazioni del proprio ego. E allora così va bene. Meno bene togliere versi che “non si sentivano come propri”. Notizia choc: non sono propri, e non devono diventarlo.

Terzo passaggio: l’arrangiamento, ovvero non sempre nel mezzo c’è la morte

Gli arrangiamenti delle cover, solitamente, sono caratterizzati da un’estrema polarizzazione. Da un lato, lo snervante ricorso a orpelli e vocalizzi. Recentemente, Levante ha duettato con Irene Grandi in Un motivo maledetto, carichissimo brano anni ’90 dell’artista toscana, distruggendo la potenza straripante del bridge a suon di vocalizzi e annessi nocivi pleonasmi. All’estremo opposto, probabilmente a partire da una paura del vocalizzo, è la totale destrutturazione dell’armonia, nella ricerca di un sound minimal che il più delle volte sfocia nella noia infinita, mortale e mortifera. Un esempio abbastanza lampante è il tentativo di cover di Believe di Cher da parte di Okay Kaya. Se dunque in medio stat mors nella maggior parte dei casi, un arrangiamento ordinato, rispettoso, pulito, affine all’originale ma lungi dall’esserne copia carbone è quasi sicuramente elemento distintivo che spinge nella direzione di una cover che ha ragione di esistere.

In conclusione, giusto perché come insegna Socrate la pars construens è necessaria quanto quella destruens, vorrei segnalare tre esempi tra quelle che, secondo me, sono le cover più belle di sempre, che ascoltandole dicono un po’ quello che ho cercato di dire io qua sopra, con meno parole e in modo senza dubbio più icastico.

Bird Gerhl, originariamente di Antony & The Johnsons, interpretata da Birdy.

Bloody Mother Fucking Asshole, originariamente di Martha Wainwright, interpretata da Your Smith.

L’aérogramme de Los Angeles, originariamente di Yves Simon, interpretata da Woodkid e Louis Garrel.

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