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Innamoratevi dei Fontaines D.C.!

Di album di debutto che grazie ad accenti marcatamente britannici cominciavano già col sapore di cieli plumbei la storia è piena, e i Fontaines D.C. potrebbero sembrare la naturale estensione in terra irlandese di questo cliché. L’onda lunga degli Shame e degli Idles (con cui, oltre a un amore per il caps lock, condivideranno un lungo tour a breve) ha esposto alle luci della ribalta questi 5 dublinesi, diligenti studenti della lezione post-punk. Un’ascesa fulminea li ha portati in soli 3 anni al loro debutto sulla lunga distanza, prodotto da Dan Carey, Dogrel.

La definizione stessa di doggerel in inglese è tutto un programma: “crudo, che non ha valore artistico o estetico, scritto male”. Il forte interesse suscitato dai Fontaines D.C. risiede proprio in questa crudezza, questa autenticità. Dogrel è un disco realizzato in due settimane totali, senza alcuna sovraincisione: ancora, è un disco reale, che non fa nulla per agghindarsi, e che non potrebbe esistere in nessun’altra forma. E questo sembra essere il trait d’union di tutti questi gruppi che sembrano riuscire a tenere in vita la musica fatta solo di chitarre e batterie con una furia tanto riottosa quanto intellettualmente affilata, riuscendo ad ascoltare contemporaneamente il passato e il futuro. Tuona più o meno così anche Grian Chatten, cantante del gruppo, nell’opener Big: “My childhood was small, but I’m gonna be big”, un verso legato a doppio filo a un passato nazionale bistrattato e all’ambizione futura tutta dublinese di affermarsi come capitale europea della tecnologia (Facebook, ad esempio, ha la propria sede europea qui).

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Un altro tratto fondamentale di questo gruppo è la loro essenza puramente irlandese. Non quella preconfezionata fatta di Guinness e lepreucani, ma un senso nazionale alimentato da un legame viscerale di amore/odio per Dublino e per la cultura irlandese in generale. È l’Eire di Shane MacGowan, largamente ripreso in Dublin City Sky, più che di Bono Vox. Del resto, il gruppo racconta di essersi cementato discutendo di Joyce nei pub ai tempi del college, e c’è qualcosa che suoni più irlandese di questo?

Musicalmente il disco procede utilizzando tutte le marce a disposizione della paletta sonica tradizionale di genere: c’è la cattiveria puramente punk di Hurricane Laughter e Too Real, ma si tocca anche il lato più danzereccio in pezzi come Sha Sha Sha o Liberty Belle, con la critica internazionale che si è divertita a chiamare in causa gente come Joy Division e Fall, ma anche appunto i Pogues, per i ritratti di personaggi quasi dickensiani toccati nei testi (il tassista anti-britannico protagonista delle strofe di Boys in the Better Land su tutti).

Un debutto veramente interessante, che lascia soddisfatti nonostante faccia solamente intravedere le possibili strade che i Fontaines D.C. potrebbero prendere. Soprattutto, dopo i già citati Shame e Idles, le compagne di produttore Goat Girl, ma anche gli americani Black Midi e Bodega, pare chiaro che, se non il rock purosangue, almeno il punk sia in ottimo stato, se si è abbastanza curiosi da scavare un po’.

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