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La Cattedrale

La città abbandonata mostra i denti rotti dei vetri fatti a pezzi, il sorriso slabbrato delle porte divelte, i capelli arruffati dei muschi, delle piante infestanti sui tetti e sulle terrazze.

È attraversata dal vento, che lì in pianura strilla forte d’inverno, dove non trova ostacoli, e d’estate là dove non trova paratie. E passa oltre, attraverso le finestre da parte a parte, da un lato all’altro degli edifici per tornare fuori, all’aperto.

Con trentamila monete da uno si può comprare un edificio intero, con un cortile, e quello che era stato un giardino con lo stagno nel mezzo.

Per trentamila monete da uno ti puoi comprare novanta appartamenti con relativi box per le macchine e i cinquecentoquaranta pilastri che sostengono lo stabile.

Con diciottomila monete in più è tutto tuo anche quello che ci sta ancora dentro, quello che rimane dopo l’abbandono.

La crisi ha desertificato la città. La crisi delle auto e della meccanica, delle vendite in calo fino a quando le commesse, anche le ultime, sono venute meno e la ruggine ha cominciato a mangiare i macchinari e le piante di fico selvatico a colonizzare gli stipiti, a coprire i tetti, a tappare le ciminiere.

La città si è trasformata in uno spettro di cemento bucato per far uscire fuori l’anima di ferro e rivenderla.

Sembra una città di frontiera, una città in guerra, una città crivellata di colpi a gragnola, di percussioni a grappolo, il corpo sezionato da mani rapide nel sottrarre ed estirpare dalla carne.

La città è una cattedrale abbandonata, senza più coperture a capriate e con gli uccelli che nidificano sotto le arcate zoppe, mentre i rumori risuonano, accidentali e a vuoto, fino al muro di fronte che li fa rimbalzare indietro verso la fonte emittente.

Una bambola col vestito sporco sorride monca da dietro una finestra. Una cuccia di cane, con la ciotola smangiata ancora appesa da un lato, non aspetta il ritorno del cane. L’insegna pendula da un cornicione di palazzo, e quasi divelta, batte le ore segnate a piacimento dal vento.

Anni fa qui si guadagnava di più che in ogni altro posto di questo paese.

Era qui che le macchine lucide sostavano sui vialetti davanti alle case.

Era qui che le case costavano troppo e te le potevi comprare col mutuo trentennale.

Era qui che i negozi erano aperti sempre e ogni domenica, d’estate inclusa.

Era qui che i cartelloni della pubblicità coprivano il paesaggio promettendo nuove auto, altre vacanze, offerte speciali tutto l’anno, nuove speranze e manna dal cielo in agosto.

Oggi i prati in alopecia sconfinano nei campi abbandonati fino a perdersi insieme giù, fino a dove non si riesce più a vedere. Una linea azzurra, dopo le colline, è ancora quella del mare, del mare richiamato in aria dal vento e dalla luna.

Il treno fischia ogni giorno, rallenta senza fermarsi e riprende la corsa. La stazione è una banchina vuota, con la biglietteria aperta a tutti, a tutte le ore senza poterci comprare più il biglietto.

Nessuno sale o scende a questa stazione. La biglietteria è diventata un orinatoio pubblico.

Poche auto in giro e per poco tempo, come se il carburante costasse troppo e non se ne dovesse consumare troppo e troppo in fretta.

Un vecchio sdrucito sputa a terra e si tira su i pantaloni più larghi di due misure rispetto al corpo macilento che ci sguazza dentro. Spinge un carrello della spesa con attaccate buste e un pacco di cartone dentro.

Due cani randagi si contendono un osso e quello che perde è costretto ad allontanarsi per cercare qualcos’altro in fretta.

Un neon in fondo alla strada incombe sbilenco sulla facciata di un edificio rosso a due piani. Indica una casa da gioco. Ma la casa da gioco non c’è più da tempo e per un po’ al suo posto è stata aperta una lavanderia a gettoni. Dalle vetrine si vedono ancora due grandi lavasciuga con gli oblò spalancati e l’ultima scatola di detersivo in polvere, che è stata usata lì dentro, col coperchio tirato su.

Un bar all’angolo vende caffè e panini.

Viene voglia di scappare, di cominciare prima a camminare a passo svelto, poi di correre senza voltarsi, di salire sulla prima auto parcheggiata con le chiavi ancora inserite e andarsene.

G. se ne è andato a vent’anni e adesso lavora in una fabbrica.
S. ha lasciato la città dopo le scuole e, per mantenersi all’università, fa la cameriera.
A. lui ci è morto, mentre S. e G. sono andati via per lavorare in fabbrica e studiare all’università.

Qui è rimasta la moglie di A.

F., che si guarda allo specchio la mattina appena alzata, pensa tutto sommato di essere ancora bella. E con una gonna troppo corta va a bere il caffè al bar dell’angolo.

È sera. Una lingua nera s’abbassa a bagnare i palazzi e le rade luci dentro le case. Due lampioni si accendono e si spengono in preda a un tic nervoso che illumina di gore lattiginose l’asfalto e lo fa ripiombare a ritmo serrato nel buio. La città abbandonata mostra ancora i denti rotti dei vetri spezzati, il sorriso slabbrato delle porte divelte, i capelli arruffati dei muschi, delle piante infestanti sui tetti e sulle terrazze.

Il lamento di una chitarra elettrica, infognata sugli stessi accordi, si aggira nei cortili fino a scomparire all’innesto della superstrada. Un santo, metà Buddha, metà bizantino, benedice sbrecciato e impassibile, dai dodici metri d’altezza del murale dove è stato incastonato da un graffitaro passato da qui.

La città è attraversata dal vento, che in pianura strilla forte, sia d’inverno che in estate, dove non trova ostacoli. E passa oltre, attraverso le finestre da parte a parte, da un lato all’altro degli edifici per tornare fuori, all’aperto. Anche di notte. Anche dopo l’annuncio della riforma del comparto industriale, del settore automobilistico e siderurgico, dell’agricoltura intensiva sui terreni inondati per anni di rifiuti. Gli anni dello sversamento.

Domani arriveranno carrettate di lavoratori a basso costo, con la pelle di ogni colore. I pionieri di un programma di riqualificazione. Riapriranno il braccio della superstrada che era stata chiusa e sbarrata col filo spinato.

Domani la cattedrale riapre le porte e salmodianti inni di prova rompono da oggi il silenzio delle strade, di Latta street, Corso del nuovo corso economico, Largo riqualificazione.

 

Salvatore Enrico Anselmi

 

Salvatore Enrico Anselmi, storico e critico d’arte, scrittore, docente Miur, è dottore di ricerca in Memoria e materia delle opere d’arte, Università degli Studi della Tuscia. Studioso delle committenze nobiliari di età barocca in area centro-italiana, con particolare riferimento alle famiglie Giustiniani, Farnese e Maidalchini-Pamphilj, ha tenuto insegnamenti di Storia dell’arte Moderna presso alcuni atenei italiani (Università della Calabria, Università di Bari-Ssis Puglia, Università degli Studi della Tuscia). Ha preso parte, in qualità di relatore, a numerosi convegni nazionali ed internazionali. È autore di monografie sulle committenze artistiche nobiliari in età moderna e di numerosi saggi, apparsi su atti di convegno e riviste. Alla ricerca affianca la pratica della scrittura, in prosa e in poesia, dedicandosi in prevalenza alla narrativa d’introspezione e di tema storico.

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