The-Death-and-Life-of-John-F.-Donovan

La mia vita con John F. Donovan, il film “americano” di Dolan

Ormai ne hanno già dette di tutti i colori riguardo all’esordio a stelle e strisce dell’enfant prodige canadese Xavier Dolan. In effetti, LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN, prima di raggiungere le nostre sale grazie alla Lucky Red di Andrea Occhipinti, è già stato presentato in anteprima al Toronto International Film Festival (dopo la mancata proiezione sia a Cannes che a Venezia), e l’accoglienza ricevuta dalla critica e dal pubblico è stata decisamente fredda, e in alcuni casi addirittura feroce.

Tutti sanno che l’ispirazione per il plot è giunta quando Dolan ha ripensato a quella lettera che scrisse a Leonardo DiCaprio all’età di otto anni, esprimendogli tutta la sua ammirazione e rivelandogli di voler recitare insieme a lui, visto che lo stesso Dolan, in quel periodo, aveva già intrapreso la carriera attoriale recitando in alcuni spot e film, prima dell’esordio registico avvenuto con J’ai tué ma mère. Lo stesso desiderio ce l’ha anche il piccolo Rupert, il protagonista del film che, durante la sua infanzia in Inghilterra, intrattiene una corrispondenza quinquennale con il suo attore preferito John Francis Donovan. Nonostante la notevole differenza di età tra i due, e la lontananza geografica, dato che entrambi vivono in due paesi divisi dall’Oceano Atlantico, parlano sempre di cinema, della loro carriera attoriale e del rapporto con le rispettive madri, sviluppando un’amicizia pura e fragile allo stesso tempo. Quando le lettere diventano pubbliche, John Donovan dovrà fare i conti con le malelingue dei colleghi e di alcuni fan, e soprattutto con la malizia della stampa, che ha già ipotizzato una latente omosessualità nel famoso attore.

Questa sinossi, che già può sembrare semplice nel suo nucleo si è trasformata poi in una sceneggiatura alquanto maldestra, che presenta elementi narrativi e visivi che abbiamo già visto nei lavori precedenti del regista-ragazzo. Persino le scene legate all’intervista fatta a Rupert, ormai adulto, e che ha appena pubblicato l’epistolario della sua infanzia (elemento narrativo che fa da cornice all’intera vicenda) è pur sempre uno stereotipo cinematografico e televisivo, che fra l’altro abbiamo visto anche nel suo LAURENCE ANYWAYS. Anche le dinamiche familiari dei personaggi sono le stesse: abbiamo sempre un padre assente nella vita del protagonista, e una madre libertina o impaziente, che accusa il figlio di ingratitudine, e che lo rimprovera continuamente con la consueta frase: “sei proprio come tuo padre!”. In questo caso la tradizionale poetica del regista è divisa tra i due intrecci di Rupert e di John. Però si nota fin dai primi minuti che il pubblico fa fatica a seguire una trama che vuole essere corale ma che risulta alquanto caotica nel montaggio (dello stesso Dolan) e nell’eccessivo carico di personaggi, che sono ben troppi per un lungometraggio di circa centoventisette minuti; e l’esclusione di Jessica Chastain dal folto numero di attori famosissimi impiegati come Natalie Portman, Susan Sarandon, Kathy Bates e Michael Gambon, è servita ben poco. I dialoghi sono artificiosi e ridondanti, la maggior parte delle sequenze tende ad essere ripetitiva e la scena di riconciliazione tra Rupert e sua madre, sulle note dell’iconica Stand by me, si trova a metà strada tra il sentimentalismo e il patetismo.

Comunque sia, Dolan ha già avuto modo di risollevarsi dall’insuccesso dirigendo e interpretando MATTHIAS & MAXIME (che, oltre a rappresentare il suo ritorno in Canada, lo vede di nuovo protagonista in un film da lui diretto dopo sei anni), presentato al recente festival di Cannes, e accolto con un fragoroso applauso (anche se non sono mancate di certo alcune critiche, legate soprattutto alla sua performance attoriale ritenuta da qualcuno non adatta al suo personaggio). Non ci resta che attendere la sua uscita nelle sale italiane per farci una nostra opinione. Del resto, Dolan ha già dimostrato fin dall’età di venti anni di saper dirigere e interpretare un lungometraggio cinematografico; e per questo motivo non serve continuare a strafare e a sorprendere con delle riprese tendenti ad un inutile sensazionalismo; e di sicuro non è affatto necessario “globalizzare” e “clonare” la propria poetica per attirare l’attenzione di Hollywood. È fondamentale trovare un giusto equilibrio con le proprie idee e rinnovarle, cercando sempre di non cadere ancora una volta in uno stile fastidiosamente patinato.