maria antonietta

L’importanza di chiamarsi Coppola

Fino ad oggi ci sono stati dei critici cinematografici che hanno definito Sofia Coppola una “talentuosa figlia d’arte”; ma allo stesso tempo ce ne sono altri che la considerano come un vero e proprio caso di nepotismo nel settore hollywoodiano.

Quest’ultima affermazione sembra essere stata confermata con l’interpretazione del ruolo di Mary Corleone ne IL PADRINO – PARTE III. Per quell’infelice performance la Coppola ha ottenuto un Razzie Award come peggior attrice non protagonista; e molti hanno pensato che la sua carriera attoriale fosse stata stroncata sul nascere. Quando ha deciso, molti anni più tardi, di passare dietro alla macchina da presa con il lungometraggio IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE (1999), sembra che la figlia di Francis Ford abbia avuto finalmente il suo riscatto. Il suo esordio alla regia (se escludiamo il suo short movie LICK THE STAR, attualmente reperibile su YouTube) è un anti – romanzo di formazione che ha per soggetto le cinque sorelle Lisbon, ormai imprigionate nella loro stessa casa da due genitori dispotici religiosi e tradizionalisti. Le Lisbon vengono ammirate e studiate da un gruppo di cinque ragazzi del loro stesso quartiere, di cui uno in particolare racconterà d’adulto la loro storia tramite l’utilizzo della voice over. Il suicidio dell’ultimogenita delle Lisbon porterà a una serie di eventi che cambieranno per sempre le vite dei ragazzi e del loro quartiere. In quest’opera prima la Coppola, nonostante sia tratto da un romanzo di Jeffrey Eugenides, ha già presentato le tematiche principali della sua filmografia come la noia e la monotonia dei personaggi a cui tenteranno di fuggire.

Il caso di Lost In Translation. Tali tematiche vengono rappresentate anche nel suo lungometraggio successivo, intitolato: LOST IN TRANSLATION (2003), con il quale la regista ha ottenuto il Premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale. La trama è semplice: un attore in declino di nome Bob Harris (Bill Murray), venuto a Tokyo per girare uno spot di una nota marca di whiskey, incontra nello stesso hotel dove alloggia una giovane donna di nome Charlotte (Scarlett Johansson), moglie trascurata di un fotografo che è venuto in Giappone per diversi servizi. D’ora in avanti i due protagonisti si osservano, parlano di diversi argomenti come la giovinezza e la famiglia, non dormono la notte e spesso vagano quasi senza meta per le strade di Tokyo senza nemmeno conoscere la lingua. In parole povere decidono di “annoiarsi insieme”. In questo film le inquadrature sono quasi sempre fisse, con alcuni dettagli fuori fuoco, le scene sono prive di azioni e i dialoghi sono molto poveri ma naturali. Tutto il lavoro registico è basato sul trascorrere lento delle giornate dei protagonisti (proprio come nei lunghi piani sequenza sui protagonisti di Elephant di Van Sant) in un paese che causa a loro un senso di distacco. Sembra che la Coppola ci renda volutamente partecipi alla loro noia. Quel genere di sensazione l’abbiamo provata anche durante la proiezione di SOMEWHERE (2010). In quel caso l’hotel di ambientazione sarebbe lo Chateau Marmont di Los Angeles. Stephen Dorff interpreta l’attore Johnny Marco che passa le sue intere giornate in albergo tra alcol, sesso, droga e rock and roll. La sua “routine” viene scombinata quando viene a stare da lui la figlia undicenne Cleo (Elle Fanning), mentre sua madre è fuori città. Durante il loro doppio alloggio in hotel, e un viaggio a Milano per la serata dei Telegatti, avranno modo di esternare la loro sintonia padre e figlia, forse mai davvero esistita fino a quel momento. Rispetto a LOST IN TRANSLATION, i tempi di durata delle inquadrature aumentano sempre di più, come ad esempio: la Ferrari del protagonista che gira in tondo nei primi minuti del film, le inquadrature totali e fisse sulla pole dance “a domicilio” e il primo piano di Stephen Dorff con la maschera di cera nel suo camerino. Queste riprese durano circa cinque minuti, senza stacchi di montaggio, come per presentare un’intera sequenza. Quando SOMEWHERE ha vinto il Leone d’Oro al festival di Venezia, tale riconoscimento viene considerato come un ennesimo caso di favoritismo, causato della presenza di Quentin Tarantino come presidente della giuria, in quanto amico ed ex compagno della regista.

Una Maria Antonietta glamour. Con MARIE ANTOINETTE (2006), la Coppola ha mostrato al suo pubblico un nuovo modo di fare del cinema in costume. La sceneggiatura (sempre scritta dalla regista), la scenografia e i costumi sfarzosi di Milena Canonero rispecchiano fedelmente la realtà storica del periodo. L’originalità sta nella scelta di diversi brani musicali degli anni Ottanta come colonna sonora, fra cui alcuni pezzi dei The Cure e la canzone I Want Candy dei Bow Wow Wow. Nella scena con quest’ultima canzone in sottofondo compaiono per un attimo un paio di Converse rosa in mezzo a diverse scarpe aderenti all’epoca. La prima immagine del film, quella con la regina stesa su una chaise long durante un massaggio ai piedi, sembra la copia di uno dei ritratti di Giovanni Boldini, noto per l’appunto come il “pittore delle gran dame”. La regina di Francia interpretata da Kirsten Dunst (già protagonista nelle Vergini Suicide), in questo caso, è sempre un personaggio di stampo per il cinema della Coppola. Questa, in effetti, è una “regina teenager” che si lascia trasportare dal lusso, dalle serate di gioco e da diverse compagnie per evadere dalle regole rigide legate allo stile di vita a Versailles e da un matrimonio poco consumato che però è combinato dalle loro famiglie per poter creare un’alleanza politica tra Francia e Austria. Questi vizi porteranno poi alla diffusione di quella celebre frase pronunciata dalla regina come: « se non hanno pane, che mangino brioche! » fino al suo trasferimento al Palazzo delle Tuileries il 6 ottobre 1789.

La gioventù bruciata in salsa Coppola. Dopo il Leone d’Oro per SOMEWHERE, la Coppola ha deciso di fare il suo nuovo film basandosi su un articolo pubblicato su Vanity Fair, racconto di un gruppo di adolescenti che hanno commesso dei furti nelle case di diverse star californiane. I giovani attori di BLING RING (2013) sono quasi tutti alle prime armi, esclusa Emma Watson e Tessa Farminga, già protagonista di American Horror Story; e per prepararli nei loro ruoli la regista aveva addirittura organizzato delle fasulle irruzioni in diverse case, inclusa la propria. La motivazione di quei furti sembra che sia legata dall’insoddisfazione dei protagonisti nel vivere la loro adolescenza con dei genitori poco presenti e distratti, sognando in maniera irrazionale di vivere una vita come quella delle loro celebrità derubate. Presto verranno smascherati non solo dalle diverse camere di sicurezza, ma anche dalle loro foto pubblicate su Facebook che li ritraggono con alcuni abiti e gioielli rubati, diventando ben presto un vero e proprio caso mediatico. L’espediente narrativo del film ricorda quello delle Vergini Suicide, che si trova a metà strada tra il confessionale del Grande Fratello e il mockumentary. Molti protagonisti, per l’appunto, vengono anche intervistati da una giornalista di Vanity Fair per raccontare la propria versione dei fatti. Con SOMEWHERE la Coppola ha voluto rappresentare, nella scena dei Telegatti, una visione parodistica e farsesca del nostro settore televisivo e del suo star system; con BLING RING invece non solo racconta i furti commessi a causa dalla noia e dal disagio familiare dei ragazzi, ma è anche una critica nei confronti degli americani, che secondo il co-protagonista Marc, provano un fascino perverso per delle storie alla Bonnie e Clyde, confermando pure di aver ricevuto più di mille richieste di amicizia su Facebook, subito dopo l’arresto. Quindi chiunque vada in galera, in America, viene sempre visto come un eroe, forse fin dal caso di omicidio con il quale era coinvolto O.J. Simpson. Anche il personaggio di Nicky (Emma Watson), dopo aver condiviso la cella con Linsay Lohan (che è stata una delle vittima dei loro furti), è diventato un personaggio televisivo molto conosciuto, creando anche un fan-site personale.

Nel profondo sud … Dopo aver diretto il bellissimo videoclip musicale (misto a video art) del brano CHLOROFORM dei Phoenix e lo special natalizio per Netflix A VERY MURRAY CHRISTMAS con Bill Murray, Coppola sceglie di dirigere il dramma gotico in costume intitolato L’INGANNO, tratto da un romanzo poco conosciuto di Thomas P. Cullinan, che a sua volta è già stato adattato per il cinema con LA NOTTE BRAVA DEL SOLDATO JONATHAN, interpretato da un giovane Clint Eastwood. In questa pellicola ci troviamo negli ultimi anni della Guerra di Secessione quando un gruppo ristretto di donne e bambine di un collegio nel profondo Sud ospitano per carità cristiana un soldato nordista ferito alla gamba. Durante la sua guarigione, il caporale John McBurney (Colin Farrell) non ci pensa due volte nel lusingare la direttrice Martha Farnsworth (una Nicole Kidman alquanto “nostalgica”, a metà strada tra le sue interpretazioni in The Others e Ritratto di Signora) e l’insegnante Edwina Morrow (ancora una volta Kirsten Dunst). Mentre la Farnsworth è inaspettatamente attratta dal caporale, Edwina finisce con l’innamorarsene, sentimento poi ricambiato dall’uomo. Quando Edwina scopre John a fare l’amore con la studentessa Alicia (Elle Fanning, già protagonista di SOMEWHERE), lo getta per le scale, causando una riapertura della ferita. Miss Farnsworth ritiene che l’amputazione possa essere l’unica alternativa, e obbliga una sconvolta Edwina a eseguire l’operazione insieme a lei. Quando il caporale si risveglia si lascia prendere dall’orrore e dalla rabbia, che lo porterà a minacciare le ragazze con un’arma da fuoco. Il soldato, in effetti, è convinto che Miss Farnsworth ed Edwina abbiano eseguito l’amputazione solamente per vendetta nei suoi confronti, piuttosto che per esigenza medica. Ora che l’uomo è diventato instabile e pericoloso, le ragazze sono costrette a trovare una soluzione per liberarsene, prima che i soldati sudisti passino nelle loro vicinanze. Questo lungometraggio (con il quale la Coppola ha ottenuto il premio per la miglior regia al festival di Cannes) sembrerebbe un film in costume girato in una maniera più classica, rispetto a quella pop e sperimentale di MARIE ANTOINETTE. La fotografia del film però è costituita da una serie di inquadrature fisse come se presentassero una serie di quadri che ritraggono dei personaggi illuminati dalla luce naturale (anzi soffusa), come se stessero vagando in mezzo all’oscurità. Per molti spettatori la scelta di tale esposizione fotografica è abbastanza discutibile, ma può dare comunque l’idea di un ambiente chiuso e claustrofobico abitato da ragazze che non sono affatto abituate al mondo esterno, dove scoppia una guerra ancora in corso, e nemmeno alla vista di un uomo. La musica dei Phoenix è poco presente nel film, visto che il resto del lavoro è principalmente fondato sul continuo utilizzo della presa diretta sui rumori del bosco e dei boati del conflitto in lontananza. L’atmosfera sensuale del film è data non solo dalla fisicità e dal fascino da bel tenebroso irlandese di Colin Farrell, ma viene anche espressa tramite qualche dettaglio sulle mani di John che sfiorano quelle di Edwina. Questo particolare dimostra che non servono soltanto delle scene di nudo integrale per esprimere le pulsioni erotiche dei personaggi; e anche i silenzi e gli sguardi della Kidman alla vista del caporale esprimono già quel tipo di sensazione.

Anche nel L’INGANNO, come nel primo frame di MARIE ANTOINETTE, si possono trovare delle diverse citazioni pittoriche. Gli abiti di lino bianco indossati dalle ragazze ricordano quelle delle bambine ritratte nelle tele di John Singer Sargent, mentre la fotografia del film ricorda le tonalità scure dei paesaggi di John Constable. L’utilizzo di tali citazioni sembra che sia stato uno dei pochi aspetti che lo accomuna con il cinema di suo padre. Basta pensare ai tagli di luce e alle tonalità arancioni, create da Storaro, per APOCALYPSE NOW che fanno pensare ai quadri di Caravaggio; mentre il suo Dracula da anziano ricorda Il Pianista di Velasquez. Entrambi i registi hanno dichiarato di essere dei grandi estimatori del nostro cinema, e in particolare quello di Michelangelo Antonioni. Se ci pensiamo bene anche nei diversi film girati dal regista ferrarese si possono riconoscere i tempi lunghi di ripresa (cioè i cosiddetti “tempi morti” della narrazione), l’incomunicabilità tra i personaggi e la loro visione alquanto esistenzialistica della realtà, che verranno riproposti proprio dalla Coppola. Magari un ragazzo di oggi guarderà film come L’AVVENTURA o LA NOTTE per poi arrivare a dire che sono noiosi, e che non hanno né capo né coda. Questo giudizio è stato espresso anche nel periodo in cui sono stati distribuiti nelle sale, per poi essere rivalutati nel corso del tempo. Hitchcock ha detto che il cinema è come la vita di tutti i giorni, e la differenza sta nel fatto che durante il montaggio si possono tagliare le parti noiose. Nonostante ciò la noia è comunque presente nell’arte intesa come espressione e stato d’animo di un personaggio intesi come oggetto di riflessione per lo spettatore; e non parlo soltanto dell’omonimo romanzo di Moravia. Basta pensare anche a quello che ha scritto Leopardi su tale argomento, e cioè che: “la noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani […] la noia, pare a me il maggior segno di grandezza e nobiltà, che ci venga dalla natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali”. Che sia noioso o meno, il cinema di Sofia Coppola rappresenta uno stile che si distacca completamente dalla filmografia di suo padre. Il suo modo di rappresentare esteticamente la realtà è alquanto umano, elegante, delicato e femminile. Sarà il tempo a decidere se quest’artista verrà ricordata con affetto o con disprezzo, perché di certo le critiche pesanti non le hanno mai impedito di continuare a fare il cinema che ama; o di essere semplicemente se stessa, senza cercare a tutti i costi il compiacimento del pubblico.

 

Articolo di Lorenzo Palombo.

Latest from Cinema

Vai sopra