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Manifesto Fest: quando l’elettronica strizza l’occhio all’arte


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La serata di venerdì del festival romano ci ha fatto assistere a spettacoli innovativi ed eclettici, accomunati da una visione dell’elettronica che mira a estendere tanto i canoni artistici del musicista quanto i limiti percettivi dello spettatore.

Mana ( foto di Francesco Casarin)
Mana

Ad aprire il day 2 è stato il torinese Mana, che con le sue scorribande esistenzialiste è riuscito a farci entrare sin da subito dentro l’atmosfera caratterizzante del festival: se dovessimo trovare un punto medio della serata lo rintracceremmo proprio in lui, che sposa un compromesso tra l’elettronica più tradizionale e la sperimentazione. Le basi sono suite dal kick oscurato, posto in secondo piano rispetto agli spunti melodici, che se nella prima parte del concerto restano solamente abbozzati, nella seconda esplodono senza perdere della loro imprevedibilità. Mana aggiunge la sua voce che appare come un grido lontano, una voce del subconscio che tenta di espletarsi, coadiuvata dalle visual: uomini, occhi, cerchi, serpenti, che tentano di prendere forma, malgrado una forza oscura tenti di impedirglielo.

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William Basinski e Lawrence English

William Basinski e Lawrence English sono certamente gli artisti più pesanti della scaletta per quanto riguarda l’ambito ambient: l’uno salito alla ribalta con i suoi Disintegration Loops, l’altro guru della politics of perception, mettono in
scena Selva Oscura, uscito l’anno scorso e registrato a distanza, tra Brisbane e Los Angeles. Appena scesi sul palco ci invitano ad accomodarci a terra, “this is not a stand up show”, allerta Basinski, e solertemente – metri quadri disponibili e uscite di sicurezza permettendo – accettiamo la sua richiesta. Parte il concerto e i due iniziano a confabulare parlandosi all’orecchio, quasi come comandanti silenziosi che cercano di prendere le misure, di aggiustare la rotta di una nave in cui gli spettatori salgono a bordo, in balia delle onde. Ed è proprio la sensazione di scontrarsi contro un ostacolo sonoro, che nella magia del momento riesce a farsi fisico, a contraddistinguere il mood del concerto. Il nostro orecchio è portato a concentrarsi su ciò che nella minuziosa dinamica dei pezzi viene gradualmente a mancare, su ciò che il nostro corpo, nello scontrarsi con il tappeto sonoro che gli viene proposto, toglie allo stesso. Il set dura ampiamente meno di un’ora, ma un po’ frastornati e alienati, il nostro viaggio interiore sembra essere durato molto di più.

Jolly Mare (foto di Francesco Casarin)
Jolly Mare

Pausa nel Giardino del Monk, ritiro della borsa ufficiale del festival e poi Jolly Mare, produttore e dj proveniente da Milano, ultimo artista di cui parleremo. Il suo live si distingue dagli altri, arricchendo non poco la serata, grazie alla presenza della batteria acustica, protagonista del suo ultimo disco Logica Natura, che esegue qui per la prima volta per intero. Già il titolo del disco spiega un po’ tutto: l’elemento razionale e quello naturalistico si scontrano, ed il risultato è molto convincente. Le ritmiche non sono mai noiose, e le loro variazioni assumono ancora più valore nella dimensione live. Anche le parti sintetiche offrono un vasto campionario di suoni, che si fanno a volte onomatopeici e a volte eterei, rimanendo comunque all’interno dei confini di quella giungla meccanica in cui il concerto ci vuole fare addentrare.

El Bùho live, la stessa sera (foto di Francesco Casarin)
El Bùho live, la stessa sera

 

Articolo di Dario Di Matteo
Photo credits: Francesco Casarin

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