Paraclausithyron 09

Paraclausithyron – Intervista ad Angelo Iodice

Il cambiamento in quanto tale è diventato abituale e ridondante

Scriveva così Vilém Flusser nel suo breve saggio del 1983, Für eine Philosophie der Photografie. In quegli anni, Flusser poteva appena immaginare quanto fluide, mutevoli sarebbero di lì a poco divenute le immagini e la loro diffusione. Eppure, intuendo la direzione che la fotografia stava prendendo in quegli anni, il filosofo e giornalista ceco scriveva: «Per noi sarebbe informativa, straordinaria, avventurosa la stasi». Requie, immobilità, silenzio. Questo si respira nelle immagini di Paraclausithyron, il nuovo progetto fotografico di Angelo Iodice, che – pur non potendo sottrarsi alla fluidodinamica del web intravista da Flusser nei primi anni Ottanta – danno, almeno a chi le guarda, qualche istante di quiete.

Angelo Iodice, nato a Barletta nel 1980, vive il suo lavoro artistico coniugando la passione per la scienza e quella per l’antichità. Laureato in chimica a Bari, indaga con la sua arte l’archeologia e la ritualità (soprattutto quella pagana), innestandole sull’astronomia, la biologia, l’ottica. E lo fa anche in Paraclausithyron (2019), suo ultimo lavoro in cui riunisce scatti in piccolo formato di siti archeologici raccolti tracciando fra Roma e Ricina, Paestum e Ordona, un immaginario riflesso della costellazione della Lira.

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Progetto per Paraclausithyron
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Progetto per Paraclausithyron

Angelo, com’è nata l’idea di unire archeologia e astronomia all’interno di un progetto fotografico?

L’archeologia ultimamente è al centro della mia ricerca, ritengo che essa sia un atto d’amore verso il passato e verso quello che è stato, l’antico diventa veicolo di memorie e di richiami. Il fatto stesso che l’archeologia debba, per recuperare il passato, agire nel presente, secondo un processo aperto all’intuizione e all’interpretazione, suggerisce questa prossimità fra passato e contemporaneità. Una forma di recupero.

Già qualche anno fa, sono stato fortemente colpito da quello che l’astronomia assieme alla sua parte nobile, ricca di formule e teorie complesse riesce a fare. Il lavoro Sul braccio delle giganti ne è un segno piuttosto chiaro. Prendere in prestito dall’astrofisica il misterioso ciclo di vita di una stella, e fare di questa Nucleosintesi Stellare, uno strumento per declinare poeticamente il concetto di ex nihilo nihil fit lucreziano, è stata una vera e propria iniziazione.

In Paraclausithyron però l’interlocutore non è chiamato a interagire direttamente con la fitta rete di formule e di congetture fisiche insite nella materia astronomica, ma, al contrario, si trova a dover anagrammare i segnali che gli si presentano scrutando anche le volte celesti, bonariamente ricche di costellazioni, combinazioni di pianeti e altri corpi siderali, diventando essa stessa palcoscenico su cui si esibiscono eroi e divinità, appartenenti a luoghi lontani nel tempo.

Il titolo del tuo progetto, Paraclausithyron, è una parola greca, un motivo ricorrente nella letteratura antica. Ci spieghi perché hai scelto questo nome che letteralmente significa “pianto davanti a una porta chiusa”?

Nell’intero lavoro Paraclausithyron, il sito archeologico pare trasformarsi in luogo in cui ritrovare, diviene dimensione in cui ristabilire un rapporto, in cui sublimare l’assenza, davanti alla sintesi vera e propria di un corpo, di una presenza. Le cromie livide ricordano quelle del sogno, la dimensione non è reale ma è umana, è palpabile pur trovandosi in un non spazio, in un antiluogo…

I toni diventano lividi, l’aria rarefatta perché ci avviciniamo sempre più al punto d’intermezzo scrutabile solo attraverso i sogni. Io mi trovo nell’anticamera, sono davanti alla porta chiusa, in attesa di un segnale, pronto ad anagrammare l’indefinito.

Ad aiutarmi in questo intento è la figura centrale di Ermes, dio sfuggente nella sua doppiezza, psicopompo perché guida delle anime ma anche oniropompo perché conduttore dei sogni. Ecco allora la scelta di far dialogare il lavoro fotografico con uno di natura installativa, che prevede un calco sospeso della testa del dio greco. La testa di Ermes, diventa prosopopea iniziatica, perché in grado di aprire grazie al sogno, questa fessura tra i due mondi, facendo coincidere i due ruoli, poiché le anime dei morti sono anch’esse del tutto simili ai sogni, fatte di aria.

La scelta di mettere in parallelo siti archeologici e stelle sembra suggerirci un confronto fra il mondo sublunare – mutevole, corruttibile –e quello astrale. C’è un intento morale nella tua opera, una sorta di memento mori…

Continuamente cerco con il mio lavoro di scongiurare il flusso del tempo, a mio avviso la fotografia rappresenta una pratica poetica quanto alchemica, perché ha la forza di bloccare il tempo. Il mondo fisico, chimico o astronomico sembra non possedere una dimensione temporale ed è per questo che diventa ampolla in cui faccio reagire le mie riflessioni e le mie paure, ma rigorosamente in silenzio.

Ho la consapevolezza e l’estrema necessità di allestire questi micromondi – prima mentali dunque apotropaici per lo spirito e poi reali – affinché il messaggio stesso si potenzi. Da sempre cerco di creare attraverso la fotografia o il lavoro manuale, un ologramma dell’assenza e dell’indefinito. Sono convinto che la fotografia sia l’unica pratica a poter dare vita a una forma di silenzio fondamentale per spingersi fino al punto limite, arrivando al “fra”, come dicevo prima.

Parco Archeologico di Egnazia (Brindisi)
Parco Archeologico di Egnazia (Brindisi)
Parco Archeologico di Canne della battaglia (Barletta - Andria - Trani)
Parco Archeologico di Canne della battaglia (Barletta – Andria – Trani)
Parco Archeologico di Herdonia (Foggia)
Parco Archeologico di Herdonia (Foggia)

Anche in un progetto precedente, La misura della distanza (2017), avevi proposto un’associazione particolare. Accanto a reperti classicheggianti mettevi corpi di pesci, ancora lucenti eppure senza vita. Il dialogo che lì era fra organico e inorganico, fra naturale e umano, si rovescia in Paraclausithyron in una lotta fra cielo e terra. In entrambi i casi però c’è qualcosa di umano che decade di fronte alla perfezione della natura, o sbaglio?

Hanno scritto del mio lavoro che:

la perdita del senso del luogo (genius loci fictionale) dipende dall’assenza di tre elementi fondamentali: la memoria, l’orientamento e l’identificazione analogica. Ciò che si conserva richiede sempre un atto di interpretazione, dunque apre verso il futuro. Il paesaggio è pensabile solo come sedimentazione di una memoria vivente e non oggettivata (nel qual caso si tratterebbe di un’operazione di storicizzazione), che racchiude in sé l’esigenza della memoria e dell’avvenire….

In effetti sono attratto dalla fenomenologia delle cose, mi piace mettere in evidenzia quelle che sono le relazioni anche subatomiche o particellari tra le cose, le sole che generano eventi. Trovo che sia una fortuna utilizzare una formula matematica o una molecola chimica, disegnata su un foglio, o costanti fisiche, perché sono le sole a far risalire a galla rituali o flussi inabissati, altrimenti avvolti attorno all’ignoto. Per questo ritengo il dialogo fra organico ed inorganico, fra reale e non reale, l’unica via percorribile.

Tutto il mio lavoro, autobiografico, si muove per scongiurare la dimenticanza. Devo esorcizzare l’assenza, ecco perché tutta la mia pratica si riflette su concetti quali l’entanglement ovvero l’inseparabilità particellare, la trasmutazione alchemica per bloccare il tempo, il culto del silenzio con i suoi studi, per ascoltare anche i più piccoli movimenti.

Rispetto a progetti precedenti che hai creato in studio, Paraclausithyron ti ha portato in prima persona in giro per l’Italia. Hai seguito la traccia celeste della costellazione della Lira. Toglimi una curiosità sulla tua pratica artistica. Hai scelto prima la forma della costellazione e hai cercato i siti con l’intento di ritracciarla, oppure la corrispondenza è nata a lavoro iniziato?

Sinceramente con questa domanda non mi lasci indifferente… Già il lavoro Il sole negli occhi, voleva essere una sorta di cerimonia del luogo, in cui mi piaceva ritrarre spazi ed elementi sempre silenti e sospesi, ma in Paraclausithyron il lavoro itinerante è stato più strutturato perché necessario.

L’elemento fondamentale di tutto il lavoro è il sito archeologico che diventa luogo in cui ristabilire un contatto, spazio dove celebrare una antica incubazione, che perché necessita della nostra presenza, ci obbliga a esserci.

Ho cominciato dal parco archeologico di Helvia Recina, vicino Macerata, nelle Marche, terra in cui vivo. Poi ho proseguito con Roma. Visto che molto spesso torno in Puglia, non poteva mancare Canne della Battaglia, poi Canosa, entrambe vicine a Barletta, mia città natale. Poi il Parco Archeologico di Paestum ed Egnazia e vedevo che qualcosa si stava attivando a livello sia visivo che alchemico. A chiudere il tutto è stata Herdonia, ultimo luogo visitato.

Come ho già detto in precedenza, la figura di Ermes è stata fondamentale sin dall’inizio del progetto, accanto al sito archeologico e alla componente onirica del lavoro, ma poi ho capito che queste erano delle clessidre che si erano attivate, e la sabbia stava cominciando a scorrere. L’episodio singolare che ha dato una svolta a tutto il lavoro è stato il ritrovamento qualche mese fa, tra le mie cose, di una antica moneta recuperata moltissimi anni addietro, su una bancarella ad Atene. È una dracma del IV secolo a.C. in cui è riportato il volto di Apollo sul fronte e una di Lira sul retro.

Questa scoperta ha innescato reazioni e meccanismi interiori. La Lira è uno strumento musicale a corde e secondo la mitologia greca, fu Ermes il suo inventore, egli infatti prendendo il carapace di una tartaruga dopo averla uccisa, tese al suo interno sette corde di budello di pecora, costruendo così il primo strumento musicale. La lira fu lo strumento che Hermes regalò ad Apollo, e questi al figlio Orfeo.

Ho cominciato ad anagrammare questi episodi, e ho deciso di elencare e poi tracciare tutti luoghi visitati, sulla cartina dell’Italia e magicamente un qualcosa che assomigliava sempre più ad una forma ben definita, simile ad un trapezio con un prolungamento, si è presentata sulla mappa.

Era la traccia della costellazione della Lira. Credo molto negli eventi e nella loro fenomenologia e la riuscita di Paraclausithyron si nutre di queste meravigliose coincidenze. Alla fine la moneta è diventata un anello, che ora porto sempre con me. L’’ho fatto sciogliendo un monile d’oro appartenuto a mio padre, la persona a cui tutto il mio lavoro è dedicato. Forse proprio l’anello si rivelerà il sigillo che apre la porta chiusa?

Nel tuo lavoro si respira un silenzio profondo. Non parlo solo di Paraclausithyron, ma an che di progetti precedenti come il già citato. La misura della distanza (2017) ma anche Come la polvere di trasformazione (2018) e Corteggiamento Calmo (2015). Eppure hai lavorato anche con il suono, vero?

Scrivevo tempo fa che la scienza e l’arte sono, per me, fatte della stessa materia, mirano a decifrare l’ignoto, l’inafferrabile, l’indefinito. Ecco perché le ritengo due costanti inseparabili nel mio lavoro. Per scrutare l’area che delimita gli opposti o per sbirciare questo “ignoto” è necessaria una forma di silenzio a volte percorribile anche attraverso la via del suono, questo sono convinto riesce a veicolare verso l’interiorità.

La prima volta in cui ho utilizzato il suono, frutto di una collaborazione con la bravissima sound artist, Roberta Busechian, che attualmente vive e lavora a Berlino, è stato con il lavoro Del Tempo e degli specchi.

La maestria quasi chirurgica di cucire assieme noise e onde elettromagnetiche al fine di partorire tracce ansiogene e quasi labirintiche, ha saputo in effetti dare al lavoro la giusta potenza straniante, perché in grado come già detto, di generare dell’interlocutore stesso, il suo doppelganger. Da allora l’idea di utilizzare il suono, ma anche il video, è una costante a cui cerco di non rinunciare, perché appunto tridimensionalizza la potenza del messaggio finito.

Ci spieghi quando e dove potremo vedere Paraclausithyron?

Tutto il corpus fotografico assieme a un lavoro installativo, come accennavo, sarà oggetto della mia residenza d’artista nel mese di Marzo, presso Palazzo Monti a Brescia. Questa importante esperienza è stata possibile grazie alla curiosità e alla temerarietà di Edoardo Monti, owner di tutta l’iniziativa.

Presenterò l’intero lavoro in una delle stanze del Palazzo, e mi piace pensare che le muse o le divinità di un mondo mitologico, affrescate sui soffitti, creeranno una fitta rete di intrighi e rimandi, e tutto questo darà spessore al mio lavoro. Paraclausithyon non poteva trovare luogo e spazio più indicato per la sua riuscita, l’augurio più grande, è che il mio lavoro, riesca ad innescare meccanismi altri, tra i più vari.

Prima di salutarci, quali altri progetti hai in serbo per l’anno appena cominciato?

L’anno nuovo è cominciato in modo prorompente. Mi sono appassionato alla fisica dell’interferometro VIRGO, eccellenza italiana, situato nelle campagne senesi. Un interferometro è uno strumento in grado di rivelare onde gravitazionali di origine astrofisica ed estrarre da esse quante più informazioni possibili. È strabiliante come un intrecciarsi di specchi, montati in strutture lunghe più di tre chilometri, siano in grado di registrare rumori o suoni provenienti da spazi situati a milioni o miliardi di anni luce di distanza. Bene, questo è quello che ho voluto declinare nel mio ultimo lavoro Praticare il riverbero.

Scontri di buchi neri, morti di stelle generano rumori, oscillazioni dello spazio-tempo e la cosa più emozionante è che tutto questo è già accaduto miliardi di anni fa e sta raggiungendo noi! Ne è nato un lavoro doppio, fotografico e manuale in cui si mettono in scena due forze opposte che si vincono e si attraggono continuamente in un inesauribile scontro.

Introduzione ed intervista a cura di Enrico Galvagni.

Enrico Galvagni ha studiato filosofia tra Francia, Italia e Austria. Specializzato in storia della filosofia moderna, lavora attualmente a una tesi sull’orgoglio nel pensiero di David Hume. Si interessa, fra le altre cose, di poesia, arti figurative e cinema.

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