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Portare il cinema in una realtà piccola – Intervista al regista uaglione del corto “Andate in Pace”

Non molto tempo fa ho avuto modo di assistere alla proiezione di un cortometraggio di circa diciotto minuti intitolato Andate in Pace, arrivando a scoprire che si trattava di un film girato a scopo didattico da un giovane studente dell’accademia RUFA (Rome University of Fine Arts), dove insegnano diversi registi e sceneggiatori come Susanna Nicchiarelli, Giacomo Ciarrapico, Claudio Giovannesi e molti altri. Il nome di questo studente è Carmine Lautieri, nato in un paese chiamato Tora e Piccilli, in provincia di Caserta, e residente a Roma per motivi di studio e di lavoro. Nonostante le sue acerbità “studentesche”, il film del regista, sceneggiatore e montatore esordiente è comunque una commedia godibile e ben recitata, che omaggia con affetto e nostalgia il nostro cinema del passato. Mentre Carmine prosegue la sua formazione alla RUFA, Andate in Pace sta già facendo il giro di diversi festival cinematografici, riuscendo ad arrivare, in qualcuno di questi, persino come finalista. Ho avuto modo di incontrare personalmente Carmine in un bar nei pressi di Piazza Verbano a Roma, non molto lontano dalla sede del corso di cinema della RUFA. Si nota subito che non è mai stato intervistato prima d’ora, ma è comunque ben disposto a raccontarmi la storia legata al suo film e alla produzione, che potrà essere forse utile per altri registi in erba.

Di che cosa parla Andate in Pace

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Andate in Pace è, in sostanza, un esperimento sociale. Nel senso: cosa succede quando prendi un soggetto, lo togli dal tuo ambiente e lo immergi in un ambiente a te sconosciuto? Succede di tutto e di più! Andate in Pace parla di tre peppie (cioè tre donne anziane e petulanti) di paese che, quando scoprono che la loro chiesa verrà chiusa, e che la statua del loro santo di paese, che si chiama San Girolamo, verrà trasferita in un museo vicino Napoli, decidono di rubarla, totalmente ignare di cosa si nasconda al suo interno!

Com’è nata l’idea di questo soggetto? Ti sei per caso ispirato a diversi classici del nostro cinema come I Soliti Ignoti, o altri film in particolare?

L’idea del corto nasce da un episodio realmente accaduto nel mio paese; dove una sera alcuni ragazzi trafugarono una preziosa reliquia di Sant’Antonio da un convento dei frati Cappuccini. Da lì nacque il soggetto della mia storia. Riguardo all’ispirazione, beh … non posso non citare tutta la filmografia dei grandi maestri della Commedia all’Italiana come Dino Risi e Mario Monicelli, che sono tra i miei preferiti. A mio avviso, c’è tanto del loro cinema in Andate in Pace.

Sai, si potrebbe pensare che girare un corto di questo genere, alla nostra età, possa comportare dei limiti nel budget; e invece tu hai preso in “ostaggio” un intero paesino della Campania, scegliendo per lo più diversi abitanti come comparse o facendo loro interpretare dei personaggi secondari. Questo significa che vi hanno accolto fin da subito?

Fare un cortometraggio non è semplice, soprattutto alla nostra età. Per questo lavoro non ho avuto sponsor o produzioni. Anzi, una produzione c’è stata; ed è stata la mia famiglia. Se sono riuscito a girare questo corto è stato grazie a mio padre e a mia madre (suo padre Antonio è accreditato come produttore nei titoli di testa) che mi hanno sostenuto economicamente e non solo. Portare il cinema in una realtà così piccola come la mia è stato bellissimo. Fin dal primo giorno hanno accolto me, la mia troupe e i miei attori con quel calore che solo una famiglia può darti. E questo è molto importante, perché un clima sereno è oro per il set. Nell’ultimo giorno di riprese hanno pianto tutti, me compreso. Fatto sta che questa storia, dal momento in cui ho iniziato a scriverla, avevo in mente di girarla al mio paese, a Tora e Piccilli; e in realtà abbiamo girato tutte le scene in una frazione chiamata Foresta, che è un piccolissimo borgo medioevale, e ogni volta che cammini per quelle strade sembra che il tempo si sia fermato. In quel posto si riesce anche ad apprezzare il silenzio; ed io ho rotto quel silenzio portando la “macchina cinema” tra i vicoletti del mio paese.

Come si sono svolti i provini per i ruoli principali? Che esperienza hanno le tue protagoniste nel campo recitativo?

Questo corto è stata una sfida con me stesso, sia sul piano registico che riguardo alla direzione degli attori. La maggior parte degli attori che compongono il cast non sono professionisti, ma sono degli attori amatoriali, appartenenti ad un’associazione culturale di un paese vicino al mio. La vera sfida è stata quella di lavorare contemporaneamente con degli attori amatoriali e professionisti. Siccome ho sentito che questa storia aveva bisogno di attori “sociali”, cioè di “attori non attori”, come nel Neorealismo, ho portato delle persone comuni, ma piene di talento, umiltà e naturalezza, davanti alla macchina da presa; e tutto questo ha funzionato! Una cosa che mi è sempre stata detta riguardo a questo film è che tutti i volti dei miei personaggi sono perfettamente azzeccati. Sono veri.

Come sono stati i rapporti con Lucio Zagaria (che interpreta il prete) e con Pino Calabrese (l’imprenditore veneto interessato alla statuetta)? Loro due, se non sbaglio, si sono già fatti conoscere dal pubblico teatrale e televisivo.

Riguardo a Lucio Zagaria non è stata la prima volta in cui ha collaborato con me; infatti è stato il protagonista di un piccolo corto che girai al primo anno di Cinema alla RUFA. In merito a Pino Calabrese, invece, si è trattato del nostro primo film insieme, ed è nata una splendida amicizia. Entrambi sono attori professionisti: Lucio ha recitato in una fiction della RAI intitolata I Topi, diretta e interpretata da Antonio Albanese; invece Pino lo abbiamo visto in diversi film di Paolo Sorrentino, Pupi Avati e Giuseppe Tornatore. Insieme a loro ci sono Claudio Boschi, nel ruolo del giovane maresciallo, e Floriana La Rocca nel ruolo principale, cioè quello di Antonietta. Con loro è stato interessante costruire il rapporto madre/figlio, cercando sempre di mantenere un discorso di verosimiglianza.

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Ho notato che molti di loro hanno persino pubblicizzato il tuo cortometraggio durante le loro interviste; e hanno condiviso alcune foto del backstage sui social. Immagino che questo ti abbia fatto piacere.

Certo, mi ha fatto enormemente piacere. Siamo rimasti tutti in contatto, come una vera e propria famiglia.

Il mese scorso Andate in Pace ha ottenuto il premio per la miglior sceneggiatura al Festival VideoCorto di Nettuno, in cui sei l’unico autore. Che emozione hai provato?

È stata un’emozione stupenda, considerando che la qualità degli altri corti era ottima; non che il mio non sia di qualità. È stato un onore per me spiccare con il mio lavoro in mezzo a tanta potenza cinematografica.

Ora che hai ottenuto questo riconoscimento penserai di proporlo a qualche altro festival?

In realtà la distribuzione di Andate in Pace è stata affidata alla società di Premiere Film, i quali stanno gestendo il tutto. Il prossimo festival nel quale sono in finale è il Picentia Short Film Festival a Montecorvino Rovella, vicino al Salerno. Ovviamente si spera in altre selezioni per altri festival più importanti!

 C’è qualcuno in particolare che vorresti ringraziare per aver raggiunto quel traguardo?

Mia madre e mio padre, senza ombra di dubbio. E vorrei ringraziare anche lo sceneggiatore Giacomo Ciarrapico, che è il mio docente di Cinematografia 3 al terzo anno della RUFA. Lui ha seguito tutta la stesura della mia sceneggiatura, e ha saputo motivarmi affinché non lasciassi nessun dettaglio al caso.

Beh, ora che stai iniziando a farti conoscere, immagino che sia troppo presto chiederti se puoi dare un consiglio ad altri nostri coetanei che vogliono intraprendere il tuo stesso percorso.

Beh, credo che sia decisamente presto per farsi dare dei consigli da me (ride). Però una cosa la vorrei dire a tutti coloro che vogliono avvicinarsi a questo mondo: volate in alto e restate umili. L’umiltà è la chiave di ogni cosa.

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Durante un’intervista, Pupi Avati ha affermato che il nostro cinema è gravemente malato; e che un tempo si sapevamo affrontare diversi generi, mentre oggigiorno sappiamo fare solamente delle “commediole”. Pensi che abbia ragione? Il nostro cinema è peggiorato?

Il nostro cinema è peggiorato se si parla di commedia. Negli ultimi anni la maggior parte delle commedie uscite in sala – salvo alcune – sono ripetitive, senza spina dorsale e banali. Io credo che abbiamo dimenticato ciò che i grandi maestri della Commedia all’Italiana ci hanno lasciato: la qualità e l’amore verso il nostro paese. Fare della commedia significa raccontare la quotidianità; e la quotidianità ha bisogno di essere raccontata in modo verosimile, in modo genuino.

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