Elogio della pigrizia: L.E.D. e il frastornante realismo del nuovo che avanza

Quando ho deciso di intervistare L.E.D., mi sono reso conto che di lui non sapevo niente. Sapevo che scrive, produce, che su Spotify ci sono quattro sue canzoni, che vive a Roma, che è classe ’98, e che mi stava regalando l’inedita opportunità di intervistare qualcuno più giovane di me – e niente in più. Nel corso di un sabato mattina, in lotta contro il wifi che va e viene dell’Umbria, ho scoperto alcune cose in più che vale la pena raccontare.

Per esempio, ho scoperto che si chiama Matteo, che studia economia e che ha 21 anni quasi compiuti, che ascolta gli Oasis e Gazzelle ma che prima di salire su un palco ascolta sempre Mostro. E che si chiama L.E.D. perché crede che ognuno di noi abbia una luce a led nella sua profonda indole che si accende con le emozioni, e che lui spera di accendere quella luce a led con le sue frasi e con i suoi pezzi. Subito dopo avermelo detto si è scusato per la poca modestia, al che ho ritenuto necessario commentare che con la modestia non c’è mai andato nessuno da nessuna parte, e ben venga chi ha un intento ben preciso.

La cosa divertente (ognuno si diverte come può) del mio rapporto con la musica di L.E.D. è che è tutto nato grazie all’algoritmo di Spotify, che impazzito e forse arresosi di fronte ai miei salti repentini tra Wilco, i Radiohead, Ellie Goulding, Emma, L’officina della Camomilla e Dutch Nazari ha deciso di provare a decifrarmi mettendo Trastevere di L.E.D. come primo pezzo della Discover Weekly, un pezzo che dice che quando lei lo chiama il sabato sera lui se ne sta a letto dalle dieci e lei si mette a ridere. Questa sensazione, che è pienamente ripresa nell’ultimo singolo, Non mi va, non è malinconia, depressione, tristezza – ma pigrizia. Lo dice spesso, nell’intervista, L.E.D. che le sue canzoni sono piene sì di ansia, sogni, amore, ma soprattutto pigrizia. Una pigrizia che nel ventunesimo secolo è antonomasia nel non voler andare a ballare – voi non mi stressate con queste serate, mi prendo una birra e non vado a ballare, canta in Non mi va, ed è un tema che strizza l’occhio allo spleen baudelairiano e che è il leitmotiv di tutta la nostra chiacchierata. L.E.D. scrive di sera, quando non ha cazzi per la testa (sic) e ama andare a zonzo senza meta per Roma.

L.E.D. è un altro dei centomila artisti indie pop che il 2019 ci sta consegnando, potrebbero pensare in molti, e chi me lo fa fare di andare ad ascoltarlo – obiezione lecita, che ho sottoposto a L.E.D. Come prima cosa, ci tiene a specificare che a partire dal suo terzo singolo, Trastevere, la sua musica si è progressivamente allontanata dal pop per abbracciare l’indie, con sonorità più costruite e meno convenzionali. Poi, mi racconta l’estrema sincerità e il frastornante realismo della sua identità. Non ha mai studiato canto, dice, e si sente perché la sua voce non è perfetta, così come non lo sarà mai la produzione, ché nessuno gliel’ha mai insegnato ma fa tutto a orecchio, e crede che anche inconsciamente uno finisca per accorgersene. Dice che fa fatica ad analizzare i suoi testi, ma che crede di saper incastrare contenuti e rime – io lo confermo, se qualcuno se lo stava chiedendo – e che soprattutto riesce a dire quello che pensa senza giri di parole – un dono raro e apprezzato nell’epoca del prolisso e del superfluo. Le sue canzoni, dice, riescono a creare situazioni facilmente immaginabili senza troppi salti nel vuoto della mente, e ci ricordano che non tutti viviamo nell’era del cinghiale bianco, e forse va bene così.

A un certo punto, L.E.D. mi dice che non avrebbe mai fatto musica, se non fosse nato a Roma. Perché Roma, prosegue, uno la odia, ché i mezzi non passano mai – e lo dice a un milanese che in una delle rare sortite nella capitale è stato rimproverato aspramente per la mancata pazienza alla fermata dell’autobus –, i sampietrini ti distruggono la macchina e il traffico fa altrettanto con la tua sopportazione. Ma che poi, col tempo, Roma la ami – e non ami solo Roma, ma soprattutto il quartiere dove sei nato e cresciuto, il suo Pigneto, che cambia la tua vita, il modo in cui parli, le tue influenze musicali. E non sono solo parole, perché se il modo in cui descrive Trastevere riesce ad emozionare simbolisticamente un milanese che si commuove solo a sentire Porta Romana bella di Gaber, vuol dire che una sensibilità particolare, da qualche parte, che ti fa accendere una lucina a L.E.D., c’è. E questo amore per Roma traspare quando gli chiedo dove sogna di sognare, un giorno, e mi risponde in mezzo secondo “al circo Massimo”.

L.E.D. lo si trova su Spotify – soprattutto con Non mi va, il suo ultimo singolo, con la copertina qui rappresentata disegnata a mano da Giorgiana Galluzzo, all’università a Roma o in giro per i locali a suonare. Se gli fai un complimento sulle sue canzoni è capace di ringraziarti almeno dieci volte, e ti dice pure che se ti fanno schifo glielo puoi dire e non si offenderebbe. Un altro cantautore indie pop può sembrare superfluo, impegnativo e dispendioso. L.E.D., però, merita di essere ascoltato e capito. Perché tanti, quasi tutti hanno qualcosa da dire. Pochi, pochissimi, sanno come dirlo. E quei pochi, li dobbiamo ascoltare. Che magari lo impariamo noi. O al massimo ci si stringe un po’ lo stomaco, e poi torniamo a lavare i piatti sporchi che stanno impilati da un po’, ed è ora di tornare alla nostra solita vita. In bocca al lupo, L.E.D., e spero che non torni presto l’era del cinghiale bianco.

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