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Siamo pronti a diventare fan di un’intelligenza artificiale?

Il 21 marzo, Google ha voluto celebrare il 334° anniversario della nascita di Johann Sebastian Bach (secondo il calendario giuliano) con uno dei suoi Doodle. Si tratta della prima alterazione del logo con un’intelligenza artificiale alle spalle in grado di gestire la sua funzione interattiva. Gli utenti possono infatti inserire due battute in loop di una semplice melodia, che verrà armonizzata con un contrappunto alla maniera di Bach generato dal software utilizzando il machine-learning.

“Il machine-learning è il processo con cui istruire un computer a trovare le sue risposte mostrandogli un numero molto grande di esempi, invece di dargli un set di regole da seguire come nella programmazione tradizionale”, ci spiega il colosso di Mountain View. Il tutto, nel caso specifico, ottenuto partendo da un numero molto piccolo di informazioni per un processo di questo tipo (sono solo 306 le composizioni prese in considerazione durante lo sviluppo, richiedendo un ulteriore processo di sviluppo dei dati, reinseriti con qualche piccola modifica di volta in volta per aumentare la qualità del pool a disposizione).

È il primo grande output mainstream di Magenta, compagnia di Google che si occupa di machine-learning nell’ambito artistico. Nonostante un risultato a tratti farraginoso e poco rifinito, si può trattare della prima grande applicazione musicale per un pubblico di massa.

Solo il giorno dopo, il 22 marzo, ha fatto un certo scalpore la nota con cui Warner comunicava di aver messo sotto contratto un artista molto particolare. La start-up Endel (che ha alle spalle una sezione del colosso Amazon) ha infatti annunciato di aver firmato un’esclusiva con la casa discografica statunitense per 20 album composti dalla propria app, un software mirato a creare musica che possa incrementare la produttività, la concentrazione o a migliorare l’umore dei suoi utenti. Ma il sogno di Endel va oltre: riuscire a creare, alla fine di ogni giornata, attraverso il dispositivo Alexa, una serie di composizioni personalizzate e modellate sul ritmo di vita di ogni singolo utente. Un esempio concreto: abbiamo avuto una giornata dura, magari con alcuni appuntamenti salvati sul calendario del nostro smartphone e abbiamo anche passato qualche ora alla guida. Una volta tornati a casa, il nostro compositore personale potrebbe analizzare tutti i dati raccolti, incrociarli con le sonorità dei nostri ascolti quotidiani e deliziarci con un brano iper-rilassante generato (o composto?) proprio per l’occasione.

Possiamo arrivare a questo in tempi brevi? Il numero di composizioni oggi presenti su tutti i servizi di streaming è praticamente infinito, e se si trovasse un modo particolarmente efficace di suddividere e utilizzare un agglomerato dati così grande (che Endel possa affidarsi ad Amazon Music?) non si tratterebbe di una chimera. Del resto, per generi musicali ben codificati, è già possibile trovare su Internet dei compositori tutti digitali, in grado in poco tempo di  creare una colonna sonora per qualsiasi video, realizzata in uno stile precedentemente selezionato dall’utente.

Riguardo la qualità artistica di questi pezzi, si apre tutto un altro scenario di discussione.

Il 10 maggio uscirà PROTO, il nuovo album di Holly Herndon, artista che con la sua musica sfida e gioca con i progressi della scienza già da tempo. Su Platform, aveva inserito Lonely at the Top, composizione teoricamente in grado di innescare l’ASMR, la risposta autonoma del meridiano sensoriale, una sensazione di completo rilassamento che dal cuoio capelluto scende lungo tutta la schiena. Per PROTO, ha invece scelto di collaborare con Spawn, un’intelligenza artificiale che la stessa cantante ha contribuito a sviluppare negli ultimi due anni. “C’è quest’idea dilagante che vede la tecnologia come disumanizzante. Noi siamo in contrasto con ciò. Non vogliamo scappare, ma correre verso di essa alle nostre condizioni.” afferma in un comunicato stampa. “Voglio un’intelligenza artificiale che venga cresciuta per apprezzare e interagire con quella bellezza”. In attesa dell’album potete trovare il singolo Eternal qui. Non si tratta di una novità assoluta: anche Taryn Southern aveva collaborato con il software Amper per realizzare I AM IA dello scorso anno, album sempre in una stretta collaborazione tra essere umano e intelligenza artificiale.

A gennaio era stato invece Nick Cave a toccare il tema dell’intelligenza artificiale nel campo musicale. Rispondendo alla domanda di un fan nei suoi Red Hand Files, il cantautore australiano sostiene con fermezza che la bellezza di una canzone non risiede solamente nella sua capacità di rilassarci o di divertirci. “Una grande canzone sa farci sentire sbalorditi. C’è una ragione per questo. Il senso di smarrimento che proviamo è basato sulle nostre limitazioni come esseri umani”. Secondo Cave, un software sarebbe senza dubbio in grado di comporre Smells Like Teen Spirit, magari anche una sua versione “potenziata”. Ma non potrebbe mai riuscire ad incarnare quel senso di ribellione che Kurt Cobain e i Nirvana hanno rappresentato per milioni di giovani nel mondo. Un ragazzo che “partendo da una piccola città americana, è riuscito – proprio con tutte le disfunzioni e superando tutti i limiti del caso – ad entrare nel cuore di una generazione cantando il suo dolore in un microfono.”

Stiamo accettando l’aiuto dei dati in tutti i campi. In statistica, in finanza, in medicina. Quando siamo in auto, quando siamo sui social, quando vogliamo fare acquisti.

Eppure c’è qualcosa in questo rito pagano che è il processo artistico che ci invita a respingere l’idea di una macchina in grado di vendere tantissimo, forse anche di riempire gli stadi con la sua musica. Una macchina che, analizzando tutte le combinazioni di note possibile, riesca a scrivere una serie di canzoni perfette, con ritornelli irresistibili da cantare in centomila, tutte le sere e a tutte le latitudini.

Guardando le cose da questo punto di vista, per quanto piacevole possa essere avere una colonna sonora defaticante finemente personalizzata alla fine di ogni giornata, forse c’è un motivo se miliardi di persone vogliono essere i Beatles e quasi nessuno vuole lasciare che un computer impari a rubare questo sogno in tempi brevi.

Autore: Lorenzo Guarnacci
In copertina: Z Machines (http://yurisuzuki.com/design-studio/z-machines)

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