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Souvenir, i Cara Calma e il coraggio di essere rock in Italia nel 2019

Credo sia pacifico riconoscere che negli ultimi due anni, in Italia, il termine indie in ambito musicale (ma non solo) è generalmente sfuggito di mano. La playlist “Indie Italia” di Spotify, per dire, passa, nel giro di 45 brani, da Coez, a Myss Keta, ai Fast Animal Slow Kids, a Giorgio Poi, e si potrebbe andare avanti ancora un bel po’. Se da un lato si possono senz’altro trovare delle analogie in termini di background, di influenze musicale (fino a un certo punto) e di retorica nei testi, se facessi ascoltare a mio padre i quattro di cui sopra uno dopo l’altro, sono abbastanza convinto che non li inserirebbe mai nella stessa playlist.

Questo per dire che anche i Cara Calma appartengono alla scena “indie”, ma possiedono dei tratti di identità che rende difficili accostarli alla maggior parte degli altri nomi. Come punto di partenza, fanno rock in un paese in cui storicamente il rock non è stato mai il genere più in voga, vuoi per l’influenza e l’importanza del cantautorato, vuoi per le interpreti che a partire da Mina si sono ritagliate una fetta parecchio grande nel panorama musicale, vuoi per l’imperare del nazionalpopolare di deriva Sanremese (per quanto, comunque, stia provando a virare verso la contemporaneità). E insomma, fare rock in un paese come l’Italia, e in un periodo dove il genere più in voga è la trap è essa stessa una scelta estremamente rock: fare quello che ci va, come ci va, e se agli altri non va pazienza. Il rock dei Cara Calma talvolta piacevolmente si contamina con le ballad, e vagamente ricorda i Linea 77, con molto meno impegno politico e molta più carica evocativa e sognatrice dei testi.

Souvenir è il loro secondo album, uscito a un anno da Sulle punte per sembrare grandi, esordio discografico nel 2018. La produzione è ancora una volta di Karim Qqru (The Zen Circus), e le tracce sono nuovamente 10, che è un numero intermedio che di norma aiuta a trovare una via di mezzo tra “un paio di tracce in più le avrei volentieri ascoltate” e “questi due pezzi sono stati buttati dentro in 5 minuti per far numero, e ne potevo fare a meno”.

Souvenir si apre con Rodica, singolo che aveva anticipato l’uscita del disco, dichiarazione di intenti piuttosto chiara. Chitarre elettriche fin dal primo secondo, “il sale sulla pelle più brucia e più lo teniamo stretto”, e il titolo Rodica che non viene mai pronunciato nella canzone. Dopo il primo ascolto di Rodica, ho pensato che finalmente i Cara Calma sono diventati grandi anche senza punte. Il rilascio di endorfine comincia a diventare incontenibile già dal secondo brano, Sono io o sei tu?, che tra distorsioni, voce graffiata che si alza di tonalità man mano che il prezzo procede e batteria incalzante conferma che l’idea di fondo non è poi tanto diversa rispetto al primo disco – e grazie al cielo, mi dico io, ché era proprio quello che speravo. Piano piano si arriva al primo featuring, Universo, cantata insieme ai Management (fu Del Dolore Post-Operatorio), brano dove la contaminazione con le ballad è più evidente soprattutto nelle strofe, che alla fine sono dei trampolini romantici e onirici per l’esplosione del ritornello, che culmina nel “ci cancelleremo le rughe dalla faccia per sembrare ancora noi e non crollarci addosso come i monumenti”. Il secondo featuring ha invece tutta un’altra intenzione, Otto ore con Voina, dal sound sanguigno e irriverente. Le tracce procedono con la spensieratezza e la consapevolezza musicale di chi sa di essere cresciuto, e che se si mette sulle punte ora non sembra più solo grande, ma inizia ad assomigliare ad un gigante. Ma al di là dell’altezza, quello che Souvenir emana più di ogni altra cosa è la voglia di crederci davvero e di gridare al mondo la propria identità e il proprio credo musicale. “Collezioniamo tempeste come piante robuste”, cantano in Com’era per noi, e anche se spesso il significato vero dei testi rimane oscuro – ché è proprio questo l’intento, lasciar interpretare a partire da spunti quasi simbolistici – non è difficile rivedere la propria vita e i propri pensieri nei loro brani.

Souvenir si chiude con Tu sei la guerra, che rassicura il pubblico che la storia non finirà certo qua, ma che la strada è ancora lunga. Manca l’outro strumentale di Premi sulle Ossa, closing track del disco d’esordio, ma rimane la connotazione di diamante grezzo, l’arrivederci a un tempo indefinito che non sembra molto lontano. Il secondo album è sempre una sorta di giro di boa. Ci sono le aspettative, che mancano nel primo, ma ancora non c’è una sedimentata identità che può permettere di vivere di rendita, come succede dal terzo in poi.

Che questo Souvenir possa non esser mai guardato con la triste nostalgia del passato inevitabilmente passato, con l’augurio e la speranza di diventare presto dei giganti, senza abbandonare mai le punte e il coraggio.

 

Filippo Colombo ha gli occhi verdi, predica bene ma razzola insomma e vive a metà tra un’incontenibile voglia di descriversi e una totale incapacità di farlo in modo appropriato.

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